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I Recuperanti

di Bruno Marcuzzo

Da 'Ndar par Scaie - Storie di Recuperanti. Museo di Alano e gli amici dei musei.Edizioni Saisera 2006

Da sempre dopo la battaglia il luogo dello scontro veniva risistemato.
Una volta spogliati degli armamenti venivano seppelliti i combattenti.
Quanto poteva essere utile veniva recuperato.
Le guerre del ’900 introdussero forzatamente una novità. Già durante il conflitto si incominciò il recupero dei materiali riutilizzabili e di quelli da cui si poteva estrarre materia prima per le varie lavorazioni. Nell’estate del 1915 il comando supremo aveva disposto delle squadre da impiegare per il riassetto del campo di battaglia e per il recupero di quanto potesse essere riutilizzato ed arrivò addirittura a disporre dei premi in denaro in base alla qualità e quantità del materiale recuperato. L’esercito aveva fame di materiali e l’industria di materie prime. Esistevano molte disposizioni che obbligavano la riconsegna di quanto potesse essere riutilizzato, come le casse di imballo o i bossoli d’Artiglieria, ma la confusione della guerra con le sue impellenti urgenze sfasavano l’organizzazione predisposta. Il compito fu affidato in modo continuativo a delle compagnie presidiarie specifiche. Alla fine della guerra, non rimaneva solo l’esigenza di recuperare i materiali, ma anche di bonificare i terreni che avrebbero dovuto accogliere gli sfollati che tornavano a casa per ricominciare la vita. Tutto questo lavoro non poteva essere rivolto solo al materiale italiano ma ovviamente anche a quanto lasciato dall’esercito austroungarico nella ritirata. Un opera gigantesca da fare nel più breve tempo possibile. Cominciò subito nell’inverno del 1918 un imponente lavoro di bonifica che partiva con il rastrellamento di armi ed ordigni per poi passare al recupero di materiali bellici e quindi il riassetto del suolo con l’interramento di trincee, la ricostruzione degli argini e contemporaneamente il recupero delle salme. All’inizio data la disponibilità di truppe, improvvisamente inoperose con la fine delle operazioni e di un gran numero di prigionieri di guerra, non si ebbe la necessità di ricorrete all’impiego di personale civile. Per avere idea dello sforzo fatto dal Ministero della Guerra nella bonifica basta pensare che sul settore degli Altopiani - Grappa nel febbraio del 1919 lavoravano 3.500 militari e 2.140 prigionieri. Solo nel maggio del 1919 si cominciarono ad utlizzare civili per le operazioni di bonifica. Ai rastrellatori militari e civili fu distribuito un segno di riconoscimento costituito da un bracciale bianco e verde che aveva lo scopo di "indicare a chi deve rivolgersi la popolazione per ottenere l’immediata soppressione degli artifizi esplosivi". Nell’ottobre del 1919 continuò il rastrellamento degli ordigni ma il servizio raccolta dei rottami metallici fu sospeso da parte dell’esercito, in seguito ad una convenzione che ne concedeva l’esclusività a ditte private. Molti che avevano lavorato nella bonifica per l’esercito continuarono quindi a farlo per proprio conto. In un territorio su cui l’economia si stava ricostruendo, questa attività venne vista come un opportunità di guadagno e praticamente tutti gli abitanti di quelli che erano stati campi di battaglia si misero a raccogliere e vendere rottami. Ci fu chi lo faceva semplicemente per ripulire la sua terra e chi invece lo fece diventare un lavoro primario, anche senza autorizzazioni.
Cominciò così la storia dei recuperanti. Si iniziò raccogliendo prima il materiale più remunerativo come il rame e l’ottone, per poi passare al ferro e alla ghisa. All’inizio la quantità e la qualità dei materiali permetteva ancora che il lavoro fosse fatto "sotto casa" ma con il passare del tempo, il recupero si dovette spostare sempre più in luoghi impervi dove pochi erano passati. Si battevano i campi di battaglia, le cime e i canaloni delle montagne. Le ricerche iniziarono con il rastrellamento in superfice e continuarono con gli scavi delle trincee, in un primo momento e l’aratura vera e propria fatta con il badile, da squadre di uomini che procedevano in fila. Da cercatori isolati e in zone limitrofe ai campi di battaglia si utilizzò per l’individuazione dei posti “buoni da scavare” il sondaggio del terreno fatto con un asta metallica detta “stampo”. La convivenza tra recuperanti “autorizzati” e privati cittadini spesso “raccoglitori abusivi” non era comunque delle piu tranquille come si desume dalla lettera del sindaco di Seren, che intimava il pagamento di danni fatti alle proprietà. Altro episodio emblematico accadde nel gennaio del 1920 a Sant’Andrea di Barbarana, dove scoppiò una rissa tra recuperanti ufficiali e abitanti che si vedevano portar via un fonte di guadagno. Il nucleo di rastrellatori dovette essere spostato a Maserada. Negli anni trenta, gli anni delle sanzioni che portarono all’autarchia del giovane regime fascista, il valore delle materie prime siderurgiche si accrebbe e il recuperare materiali ferrosi divenne particolarmente remunerativo. Una disposizione del Ministero dell’Interno del 1930 demandò ai comuni interessati la disponibilità e la regolarizzazione della raccolta dei residuati con esclusione delle armi ed esplosivi.
La seconda guerra mondiale passò sulle terre del nord est senza lasciar traccia di grandi battaglie. Lasciò comunque lutti, miseria e recriminazioni. Dopo l’8 settembre l’esercito cercò di riorganizzarsi anche per le opere di bonifica che iniziarono da subito nelle terre liberate, proseguendo man mano che il fronte saliva, lungo la penisola. Al Genio venne affidata la bonifica dalle mine e all’Artiglieria il rastrellamento di ordigni, armi, munizioni e quant’altro materiale bellico fosse rimasto sul terreno. Il lavoro fu particolarmente duro data la quantità e pericolosità dei resti. Dal 1945 al 1948 morirono 827 operatori tra civili e militari e si contarono 731 feriti più o meno gravi. Come dopo la prima guerra mondiale, anche dopo la seconda il recupero fu affidato a ditte civili a partire dal 1948. Affinché il lavoro fosse svolto solo da autorizzati per convenienza economica e per ordine pubblico, furono istituiti dei sistemi di controllo. Vennero revocate tutte le vecchie concessioni, vennero controllati i trasporti e gli arrivi in fonderia verificandone l’autorizzazione.
Evidentemente nel triveneto i controllori, già abituati al lavoro dei recuperanti, lasciarono correre. C’erano decisamente altre urgenze. L’economia era in ginocchio. Le fabbriche distrutte, le case distrutte, i campi a volte infestati da mine. Ancora una volta mancava il lavoro e si faceva di tutto pur di non emigrare. Il mestiere del recuperante riprese con vigore. In un primo momento si raccolse quanto era rimasto nascosto alle precedenti ricerche e ci si aiutò poi nella ricerca, con i primi cerca metalli che la guerra aveva importato.
Ci si doveva attrezzare con delle bestie da soma per periodi di più lunga permanenza in montagna. Pian piano il materiale da recuperare si ridusse e la fatica del recupero non fu più ripagata. Negli anni della guerra di Corea ci fu ancora un impennata dei prezzi dei materiali ferrosi, ma gia alla fine degli anni ’50 il mestiere del recuperante non poteva più essere l’unica fonte di sostegno delle famiglie. Qualcuno trovò lavoro nella sua terra, altri furono costretti ad emigrare. Qualche altro continuò, accontentandosi di arrotondare il bilancio.
Negli anni ’60 comparvero i primi appassionati di quella storia che aveva sconvolto le terre del nord est. I campi di battaglia ricominciarono a popolarsi di nuovi raccoglitori-collezionisti e spesso fra questi c’erano i vecchi recuperanti che con la scusa della passione, rivivevano la giovinezza. Il piacere del ritrovamento non era più il sogno di arricchirsi ma la sorpresa di un oggetto ritrovato quale testimone di eventi.
Le emozioni che si provano quando si “tocca” la storia sono la spiegazione piu semplice della volontà di raccogliere e conservare quanto più possibile del passato. Da allora, negli anni, la schiera di questi appassionati crebbe e al momento non pare che questa tendenza abbia a modificarsi. In realtà la storia ci insegna che dopo un paio di generazioni l’interesse sparisce. Eppure qui, dove la grande guerra ha lasciato tracce ancora visibilissime, il ricordo è vivo. Chi viene da "fuori" ed entra in contatto con i resti delle fortificazioni montane o entra in qualche museo vive, con sorpresa, un esperienza di forte memoria. E’ evidente che questo è un buon motivo su cui sviluppare un turismo storico. Dal mare ai ghiacciai, attraverso una terra ricca di parentesi socio culturali. Guarda caso, questi "nuovi recuperanti" studiano e fanno ricerca, organizzano mostre e convegni. In un paese che stà in piedi grazie alla buona volontà, anche questa forma particolare di volontariato sociale non può, non essere vista, come una benedizione.
E come vedete, questa benedizione, ve la si dà volentieri e come si addice alle opere di volontariato, non ci si aspetta nulla in cambio, anzi, come al solito, avremo messo il culo in mezzo ai calci. Infatti, invece di approfittare delle nostre energie, continuerete a bollarci come tombaroli, mercanti di storia quando non addirittura, pericolosi amanti delle armi e della guerra... ma questa è un altra storia.

Testi consultati:
La bonifica del campo di battaglia 1915-1919 - Filippo Cappellano. Annali 2001 2003 Museo Storico Italiano della Guerra - Rovereto.
La bonifica dei campi minati ed altri ordigni bellici in Italia dal 1944 al 1948 - Pietro Billone 1984.
Treviso dopo Caporetto. - Enzo Raffaelli. Quaderni di Oplologia n° 21 Dicembre 2005 Circolo Cultuale Armigeri del Piave.

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