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Il Bombista

da Munizioni d'Artiglieria Italiana 1915-1918. di Marcuzzo Bruno. Pescara Editori, 2003

L’Italia è un paese che ha subito per un lungo periodo il terrorismo. È logico pensare che il legislatore, preoccupato, si rivolgesse con particolare attenzione a tutto quel materiale che potesse essere utilizzato per scopi eversivi. L’uso si vincola alla possibilità di avere a disposizione, materiali e tecnologie sicuri, efficaci, facilmente reperibili e con costi accessibili. Tutte caratteristiche a cui mal si presta il recupero di vecchi residuati che sono pericolosi da maneggiare ed insicuri per efficacia. Perché dover recuperare un ordigno, smontarlo per ripristinarne la funzione o recuperarne la carica, quando tecnologia nuova e pronta all’uso è facilmente reperibile ad esempio dai paesi dell’est. La difficile gestione del terrorismo, ha reso necessaria l’attuazione di una normativa che, rimanendo generica, dava maggiori possibilità di interpretative. Le obiettive considerazioni del singolo caso possono renderla quindi più giusta ed incisiva. Le armi si distinguono in comuni o da guerra, secondo le caratteristiche descritte nella 110/75. Ci sono armi che, per costruzione e attitudine, altro non si prestano che a scopi bellici. Si parla per esse di spiccata potenzialità offensiva. Le bombe a mano ad esempio sono destinate esclusivamente ad uso bellico, mentre, per esempio un fucile, pur restando comunque un arma, può essere utilizzato anche solo per il tiro sportivo. Il possibile uso esclusivamente bellico è determinato appunto dallo spiccato potenziale offensivo che fa si che l’impiego sportivo, teatrale, decorativo o museale sia da ritenersi incompatibile. Con la spiccata potenzialità micidiale, si dovrebbe definire il confine preciso tra armi da guerra, comuni o appunto mancando queste, le “altre” destinazioni d’uso. Non tutte le parti di armi sono determinanti per il loro funzionamento. Con un calcio di fucile ad esempio penso si possa veramente fare ben poco, anche avendone molti. Una cosa è detenere parti utili all’apprestare un arma, altra conservare parti non significative o dei simulacri. Per quanto riguarda gli ordigni, a mio parere, sono da ritenersi indetenibili le cariche esplosive e le catene incendive, le vere parti che definiscono un oggetto come bomba. E’ possibile sostituire o addirittura eliminare il contenitore e l’effetto ottenuto sostanzialmente non cambierebbe. Senza le parti piriche, un involucro, non può chiamarsi propriamente ordigno e la sua destinazione d’uso è lontana dall’essere assimilabile ad un arma. La specifica “armamento moderno” riportata nella 110 dà una chiara indicazione sull’attualità ed “età” tecnologica cui si vuol fare riferimento. L’evoluzione tecnologica, porta all’abbandono di tecnologie che diventando vecchie, perdono dapprima l’efficacia e poi la funzione. Ad esempio la palla di cannone (sferoide) che a metà ottocento era ancora comunemente in uso, divenne poco efficace, rispetto ai proiettili cilindrico-ogivali delle artiglierie rigate che si diffusero dopo il 1860 e inutilizzata verso la fine dell’ottocento perché appunto tecnologia obsoleta. Il collezionista, più o meno evoluto, organizzato e riconosciuto, ha come prima preoccupazione lo stato di conservazione, piuttosto che l’efficacia di un oggetto, per cui “usare” equivale a consumare o peggio danneggiare. La voglia di approfondire e completare il quadro delle conoscenze lo porta verso la raccolta delle diversità delle specie, piuttosto che non la quantità, a chiaro discapito della standardizzazione necessaria nel caso di impiego bellico. L’unico desiderio di impiego effettivo, insito nel raccoglitore é rendere fruibile la sua raccolta. Nelle mani di un collezionista, qualsiasi oggetto, non ha altra funzione che quella museale o di studio. Solo un’analisi logica, che tenga conto di cose, persone, fatti e contesti può effettivamente attribuire l’uso e la potenzialità di qualsiasi oggetto. È necessaria una nuova normativa specifica in materia, ma per il momento e possibile solo mettere in luce il problema e sensibilizzare gli organi giudiziari. Bisogna creare quel terreno culturale su cui cresce la consapevolezza della realtà delle cose. È tempo che ci si renda conto dell’importanza storico culturale di oggetti che, per rarità o tecnologia, dovrebbero essere posti sotto tutela e non sequestrati e distrutti. Ben vengano i controlli che mirano a verificare l’inefficenza e l’uso di questi materiali, non per reprimere attività utili alla conservazione. Scrivo tutto questo, perchè sia più chiara la differenza tra chi raccoglie per conservare pezzi di storia e un terrorista. Il bombarolo è quello che mette le bombe, il bombista le raccoglie. Per quanto riguarda le modalità con cui tenere dei proiettili di vecchia artiglieria, mi permetto di fare alcune osservazioni. Il praticare uno o più fori nel corpo della bomba deriva dall’usanza di forare i bossoli delle cartucce perché, così facendo, sarebbero inertizzati. La cosa non ha senso per le bombe in generale. Il foro, non altera la funzione di contenimento dell’involucro e soprattutto, non è attraverso il foro, che “sfiata” l’esplosione che avverrebbe comunque. L’unica cosa che si può dire, a favore di questo mal costume e che l’oggetto, risulta “velocemente” ispezionabile, anche se non in modo accurato. Altre considerazioni vanno fatte, quando si voglia riempire l’involucro con materiale inerte. Il materiale deve essere facilmente riconoscibile (per evitare che nell’ispezione si possano sollevare sospetti sulla sua natura) e difficilmente rimuovibile. Resterà comunque il dubbio che sotto il materiale di riempimento possa trovarsi dell’esplosivo. Gli oggetti sono tra l’altro pesanti per loro natura e riempiendoli, si creano problemi di organizzazione nell’esposizione museale. Per i suddetti motivi è bene che l’oggetto sia completamente vuoto, agevolmente scomponibile, senza parti in atrito, per poterne effettuare una ispezione totale. Nelle stesse condizioni dovranno trovarsi le spolette. E’ da tenere presente che, le meccaniche delle spolette per munizioni d’artiglieria, funzionano solo se sottoposte a forze che solo il tiro con la bocca da fuoco specifica può creare. A chi propone invece la rimozione della cinturazione dei proiettili, chiedo come farà poi in sede museale a datare e catalogare calibri che, differivano esclusivamente per la forma delle corone o l’eventuale “rigatura” di queste. L’integrità della cinturazione è importante per evitare incidenti nel tiro ed errori di traiettoria, basta una ammaccatura della cinturazione, per rendere inaffidabile l’uso del colpo. I bossoli per munizioni d’artiglieria possono essere riutilizzati solo avendo la b.d.f. specifica e un “nuovo” l’innesco. L’oggetto non deve presentare crepe o deformazioni. Devono essere ricotti e ricalibrati, operazione per cui sono necessarie particolari conoscenze ma soprattutto, strumenti specifici la cui reperibilità è oltremodo difficoltosa. Il solo fatto che l’innesco sia percosso, dovrebbe bastare a dimostrarne l’effettiva inertizzazione. Dopo le considerazioni delle pagine precedenti, sembra necessario che quelli che sembrano concetti logici, vengano fissati in un regolamento cui i burocrati, gli ignoranti ed anche gli amatori possano fare riferimento, affinché, illogiche ed imbarazzanti situazioni, non abbiano più a verificarsi.

Marcuzzo Bruno. Munizioni d'Artiglieria Italiana 1915-1918. Pescara Editori, 2003

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