Articoli‎ > ‎

Piccola storia dei Diritti nell’Italia dei primi del ‘900

La Grande Guerra
Il grande fermento politico, sociale e culturale accompagnato dalle enormi trasformazioni portate dalla rivoluzione industriale, aveva alimentato le speranze di una estensione della democrazia e dei diritti civili. In realtà il Risorgimento non aveva portato alcun beneficio alle masse popolari; ancora fino al 1912 avevano diritto di voto i soli maschi di 21 anni che sapessero leggere e scrivere o che almeno avessero concluso con buon esito i primi due anni di scuola elementare e inoltre avessero pagato imposte per almeno 40 lire; in pratica l’8,3% della popolazione del regno. Solo dopo il 1912 poterono votare tutti i maschi “studiati” di 21 anni e anche gli analfabeti purché avessero più di 30 anni, ovvero solo il 23,2% della popolazione. Quell’epoca è definita «l’età dell’imperialismo», iper l’aggressività, sviluppata dalle grandi nazioni europee, fra di loro in concorrenza nell’ambizione di costruire grandi imperi coloniali e nell’accaparramento delle materie prime. Questo attegiamento nazional-militare fu contrastato dal diffondersi dei partiti politici socialisti, di sindacati e di associazioni di lavoratori che propugnavano un’evoluzione democratica del potere, lo smantellamento delle strutture dell’autoritarismo e di una rinnovata convivenza pacifica fra le nazioni. Il contrasto tra il riarmo e l’imperialismo e il disarmo e la crescita dei diritti sociali, portò la storia a un bivio. C’era da scegliere: o si accettava l’avanzata della democrazia e l’allargamento dei diritti e intraprendendo una rivoluzione democratica e civile, oppure la naturale aggressività dell’oligarchia politico-militare-industriale avrebbe proseguito la competizione portando il mondo alla guerra; come accadde. L’Italia dichiaratasi neutrale e avrebbe anche potuto scampare l’immensa tragedia; nel Parlamento, infatti, la maggioranza dei deputati era contraria alla partecipazione; ma il Re aveva già fatto i suoi calcoli. All’insaputa degli altri ministri, avviò dei negoziati segreti con le potenze dell’Intesa che si conclusero il 26 aprile 1915 con il trattato di Londra stipulato tra Italia, Francia, Inghilterra e Russia. Il patto, prevedeva che l’Italia entrasse in guerra al fianco dell’Intesa entro un mese e in caso di vittoria, avrebbe avuto: il Trentino, il Tirolo meridionale, la Venezia Giulia, l’intera penisola istriana con l’esclusione di Fiume, una parte della Dalmazia, numerose isole dell’Adriatico, Valona e Saseno in Albania e il bacino carbonifero di Adalia in Turchia, la sovranità su Libia e Dodecaneso, oltre ad altre vaghe compensazioni. Le richieste italiane, andavano ben oltre i territori utili al completamento dell’unità Italiana. In cambio del soprassoldo il re avrebbe sacrificato i suoi sudditi, solo che questa volta avrebbe dovuto convincerli. Poiché il Parlamento e le principali forze politiche erano contrari all’entrata in guerra, per dare l’impressione che la guerra era richiesta dal popolo fu organizzata una “spontanea” e violenta campagna di intimidazione contro i “neutralisti”, con una serie di agitazioni di piazza. In questo modo, attraverso la diplomazia segreta e l’uso sapiente delle intimidazioni della piazza, fu sottratta alla democrazia una scelta importante per il futuro del Paese

Il nazionalismo
Con la fine del conflitto, si fece sentire forte, l’esigenza di un’adeguato indennizzo  per l’enorme sacrificio compiuto. Le richieste di rinnovamento democratico trovarono sbocco, nella nuova legge elettorale che introdusse il suffragio universale maschile e un sistema elettivo proporzionale. Questo sistema accrebbe la partecipazione popolare e la competizione politica grazie a partiti che si proponevano per differenti impostazioni politico culturali e ideali. Da un lato c’erano le aspettative di una rinnovata giustizia sociale, l’uguaglianza e i diritti tutelati, dall’altra parte c’era chi agitando il mito della “vittoria mutilata” insinuava l’idea che alla nazione non fosse stato dato il giusto; che quanto spettante se lo sarebbero dovuto prendere gli italiani traditi dalle altre potenze, perché esclusi dal banchetto della vittoria. Si distinse un nazionalismo civico che identificava la nazione con la cittadinanza, da un nazionalismo etnico che considerava la nazionalità come un dato genetico - culturale che rafforzava e orientava le passioni di un popolo. Mentre il primo era rispettosamente democratico, il secondo portava all’intolleranza nazionalistica. Con le elezioni del 1919 i gruppi liberali, espressione delle classi dirigenti che avevano governato l’Italia fin dalla nascita dello Stato unitario, persero la maggioranza assoluta dei seggi e preoccupati dal pericolo di perdere le condizionizioni di privilegio, finanziarono il neonato movimento dei “fasci di combattimento”, fondato da Benito Mussolini, capace di organizzare delle squadre armate a difesa dello Stato contro gli anti patrioti, i traditori e i vili che si erano ritirati senza combattere e contro quanti avevano boicottato allora la guerra indebolendo il fronte interno e ora il nuovo ordine sociale da loro dettato. La rottura sul piano istituzionale fu l’idea che la violenza sovversiva e illegale dello squadrismo potesse essere salutata come “sana e legittima”. Queste forze si fecero largo, fino a pronunciare la marcia su Roma. Il presidente del Consiglio, Luigi Facta, fece decretare lo stato d’assedio, ma il re era di diverso avviso, non promulgò, costringendo Facta alle dimissioni e offrendo a Mussolini l’incarico di presidente del Consiglio. Invece di difendere le istituzioni rappresentative contro la “rivoluzione fascista”, Vittorio Emanuele III continuava ad ignorare i principi del Governo parlamentare. Nel far questo, mise, ancora una volta, la Camera di fronte a un fatto compiuto, irreversibile. Si trattò di un vero e proprio colpo di Stato. Il potere esecutivo fu affidato ai fascisti, partito di minoranza. Le prepotenze proseguirono fino alla riforma elettorale Acerbo del novembre 1923 per cui, la lista che avesse ottenuto la maggioranza, purché superiore al 23% dei voti validi, avrebbe conquistato i 2/3 dei seggi alla Camera, mentre il terzo rimanente sarebbe stato distribuito tra le altre liste. Il fascismo presi pieni poteri, si permise quella rivoluzione promessa, mediante le cosiddette “leggi fascistissime” con le quali in bereve fu liquidato quel che restava dell’opposizione parlamentare, furono soppresse le autonomie collettive (partiti politici e sindacati), fu epurata la pubblica amministrazione, fu messa sotto controllo la stampa.

L’era dei totalitarismi
L’Italia avrebbe potuto evitare anche la seconda guerra mondiale. Mussolini, allo inizialmente evitò di essere coinvolto, inventando la formula della “non belligeranza”, ma il successo militare delle forze armate tedesche in Francia e il  perfetto accordo con il re, lo indussero all’intervento. Alla contrarietà e alle rimostranze di alcuni importanti collaboratori (fra cui Pietro Badoglio, Dino Grandi, Galeazzo Ciano e il generale Enrico Caviglia), Mussolini avrebbe risposto: « Mi serve un pugno di morti per sedermi al tavolo delle trattative.» Dopo tre anni di guerra, sul tavolo c’era ben più di un pugno di morti. Divenne chiaro che la guerra era ormai perduta e che, con la sua fine, sarebbe tramontato il nazi-fascismo che l’aveva provocata. Il tentativo del ceto dirigente di prendere le distanze dal fascismo e del Re di salvare la monarchia, portò il Gran Consiglio del fascismo ad approvare l’ordine del giorno Grandi che chiedeva «l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali» riconsegnandole al Re e destituendo la dittatura. Mentre gli alleati risalivano la penisola, Vittorio Emanuele III per mano del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio cominciò subito a smantellare l’ordinamento costituzionale creato  dal fascismo per restaurare il regime monartico repubblicano. Il tentativo del Governo italiano di sganciarsi dall’alleanza con la Germania per affidarsi agli alleati e porre fine alla guerra, venne realizzato nel peggiore dei modi. L’’armistizio dell’8 settembre provocò un disastro. Quando tutto era perduto, il Regio Esercito si era squagliato, il Paese era sfinito dalla guerra che entrava in ogni casa, invaso dalle truppe di occupazione, mentre le classi dirigenti erano crollate sotto il peso dell’incancellabile passato, allora gli italiani tornarono a scegliere. Ci fù quella chiamata che nessuno aveva ordinata e che arrivò a persone che non si conoscevano fra loro, che professavano diverse fedi, che appartenevano a diversi ceti sociali e avevano diversi orientamenti politici, ma che, convocati dalla stessa voce profonda si schierarono a seconda del loro sentire. Nei giorni che seguirono i rappresentanti delle maggiori forze italiane in campo, si riunirono a Roma e si costituirono in Comitato di Liberazione Nazionale, chiamando il popolo italiano alla resistenza contro il nazifascismo, per consentire, dopo la guerra, l’istituzione di un nuovo ordinamento democratico. Con il Patto di Salerno fu stipulata una tregua istituzionale fra il Comitato di Liberazione Nazionale e la monarchia che prevedeva che il Re, subito dopo la liberazione di Roma, avrebbe abdicato in favore del figlio, permettendo agli italiani di secegliere tra Monarchia e Repubblica. L’atto più importante compiuto in questo periodo, che apriva la strada a una vera e propria rivoluzione antropologica, rompendo la gabbia della cultura patriarcale, fu l’estensione del diritto di voto alle donne il 1° febbraio 1945. Con il referendum istituzionale del giugno 1946 gl italiani scelsero un nuovo ordinamento repubblicano e con i lavori dell’Assemblea costituente, si aprì il cantiere per dare vita alla democrazia in italia.

Dopo le guerre
Nel 1941 alcuni rappresentanti delle potenze alleate proprio mentre la guerra infuriava, si resero conto, di fronte ai sacrifici e alle sofferenze dei popoli, che bisognava operare un cambiamento, indicare un nuovo orizzonte che annunziando un mondo libero dal ricatto della forza, fornisse una superiore legittimazione alla lotta contro il terrore nazi-fascista. Questa volontà era fondata più su ragioni pratiche che su ragioni ideali: essi si erano resi conto che il ricorso alla guerra, per l’enorme capacità distruttiva degli arsenali moderni, pregiudicava irreparabilmente sia i vinti che i vincitori. Aderirono ad un dichiarazione d’intenti nota come Carta atlantica. In essa si affermano principi opposti a quelli che guidavano le potenze dell’Asse: la rinunzia, a ogni politica di conquista o di ampliamento territoriale; il rispetto dell’autodeterminazione dei popoli; il diritto dei popoli all’accesso in condizioni di eguaglianza ai commerci e alle materie prime mondiali; l’impegno perché tutti gli uomini, in tutti i Paesi possano vivere «liberi dal timore e dal bisogno»; Tutte le nazioni abbandonino dell’uso della forza.
II 26 giugno 1945, i rappresentanti di 50 nazioni firmarono a San Francisco il documento con cui si diede vita all’Organizzazione delle Nazioni Unite:
“Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà, e per tali fini a praticare la tolleranza ed a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti dì buon vicinato, ad unire le nostre forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ad assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune, ad impiegare strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli, abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini.”
Il 10 dicembre 1948, fu redatta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Approvata dall’assemblea generale dell’ONU si apre con queste le parole: “Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della pace e della giustizia nel mondo.” Quest’anno ricorre il 70°

Fonti
Domenico Gallo, Da sudditi a cittadini. (Il Percorso della democrazia. Ed. Gruppo Abele, Torino, 2013)
Appunti sulla prossima guerra: una lettera seria sull’attualità, settembre 1935, in By-line.
Paolo Gaspari. Il senso della patria nella grande guerra. Gaspari editore 2014

Comments