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Bombe tedesche a mano e da fucile della GG


di Nicola Cristofoli, Bruno Marcuzzo e Alessandro Scarabel

Prefazione

Nel panorama internazionale non mancano certo le pubblicazioni specifiche sulle bombe a mano tedesche e le informazioni che le compongono sono ormai patrimonio condiviso. In Italia sull’argomento esisteva solo il lavoro di Nevio Mantovan. L’editore ritenne che i tempi fossero maturi per produrne uno nuovo che comprendesse le ultime informazioni trovate e presentasse immagini inedite e disegni nuovi, fruibili per tutti gli appassionati del settore.
Ha preso corpo così questo lavoro, che si presenta completo, con una veste grafica inedita  e con una particolarità: quella di discriminare i modelli effettivamente utilizzati sul fronte Italiano.
Molti pregiudizi sono stati abbattuti e lo scambio di bombe a mano inerti, residuati bellici della prima guerra mondiale, è oramai lecito e libero.  Con relativa facilità si può entrare in possesso di un reperto messo all’asta in un sito web di un qualsiasi paese europeo, e così ora non si può essere certi che un pezzo sia stato impiegato in Italia o provenga invece da altri fronti.
I contatti che, grazie al web, avvengono oramai in tempo reale tra appassionati di diverse nazioni hanno causato quindi una “contaminazione” delle collezioni e si va purtroppo perdendo la memoria sulle aree di effettivo impiego dei materiali bellici (in questo caso le bombe a mano).     Di conseguenza non è più possibile partire da un’analisi di quanto si trova esposto in Italia per definire quello che è stato effettivamente usato in Italia. Questo problema si pone anche per molte altre tipologie di oggetti appartenenti al patrimonio storico della prima Guerra Mondiale. Quanto scritto negli archivi dovrebbe invece trovare riscontro con ciò che si rinviene sul territorio e viceversa, in una prova biunivoca. Ogni reperto ha una sua storia e chi lo trova e lo custodisce dovrebbe sentire la voglia e la necessità di tracciarla, quantomeno per verificare ed eventualmente integrare le informazioni che già si conoscono. 
Ben vengano quindi tutte queste opere tecniche che costituiscono una fonte certa ed indispensabile per il complesso lavoro di catalogazione delle collezioni e che servono a noi operatori del settore ed a tutti gli appassionati per studiare ed approfondire la storia di reperti vecchi di cent’anni ma pur sempre capaci suscitare nuove emozioni.
Alessandro Corbia e Stefano Venuti, artificieri dell’E.I.

Introduzione

Dal 17° secolo, epoca in cui la bomba a mano in Europa cadde in disuso, non si è praticamente più evoluta. Per anni l’ordigno rimase la stessa sfera di ghisa da 8 cm. di diametro che pesava 1 kg., caricata con polvere nera. Il primo importante perfezionamento fu realizzato nel 1830, quando la semplice miccia, fu sostituita da una spoletta che si accendeva per trazione/sfregamento. A metà dell‘800, Orsini perfezionava le sue prime bombe a luminelli e con le guerre d’indipendenza comparve la bomba Ketchum a “impatto”.  Comunque, pur essendo conosciuto da tempo, l’utilizzo di bombe a mano prima del ‘900 fu scarso, per via dei modi di combattere a cui quest’arma non si confaceva.
Fu il conflitto russo-giapponese del 1904-1905, la prima guerra di trincea, che rese necessario l’impiego delle bombe a mano. Gli inviati al fronte delle maggiori potenze europee videro i risultati ottenibili con il loro impiego, in quel tipo di combattimenti che si ripropose poco dopo con il primo conflitto mondiale. In quella guerra i giapponesi fecero uso di una bomba a mano costituita da un tubo cilindrico fissato in cima ad un manico di legno. L’idea fu ripresa da Günter Fritz Hubert Richter di Amburgo (Hand Wurf Schrapnell Granate) che impiegò un tubo in ottone del diametro di circa 41 mm su cui era infilato un anello in ferro a frattura prestabilita. Da un lato, una corda sfilacciata fungeva da stabilizzatore, facendo cadere l’ordigno sull’estremità su cui si trovava un sistema a percussione. Era lunga in tutto 177 mm. e pesava 628 gr. Fu presentata nel 1907 e divenne subito oggetto di studio ed esperienze anche in Germania, come testimoniano diverse foto, ma l’adozione ufficiale di quest’arma non è certificata da alcun documento.
La necessità di dotare di bombe a mano le truppe, messa in evidenza dall’esperienza della guerra russo - giapponese, indusse l’esercito imperiale tedesco a reintrodurre delle bombe sferiche, non molto diverse da quelle usate nei secoli precedenti (Kugelhandgranate), che vennero adottate fin dall’inizio della Grande Guerra.
Proprio nel settembre 1914, mentre sul fronte occidentale si interrompeva lo slancio del piano Schlieffen e iniziava la guerra di posizione, cominciava anche l’evoluzione degli ordigni a mano. Per far fronte alla massiccia richiesta di queste armi  apparvero i primi modelli, improvvisati con quanto a disposizione. Per facilitarne il lancio, venivano legate su tavolette di legno, le cartucce esplosive regolamentari, scatolette e tubi riempiti di esplosivo; nascono così i primi petardi a racchetta innescati con semplici micce.
L’impiego di questi ordigni portò alla luce i problemi causati dal ritardo fisso di accensione (dai 5 ai 7 secondi)
Data la breve distanza che separava le trincee avverse, talvolta inferiore ai 10 metri, non era possibile usare senza rischio le bombe a mano a tempo; 5-7 secondi costituivano un lasso di tempo sufficiente per permettere al nemico di rilanciare la bomba.
Entrarono cosi in servizio i modelli dapprima a percussione che necessitavano di una caduta lungo l’asse del percussore (Schirmhandgranate o Aasen) e in seguito altri che scoppiavano in qualunque posizione fossero caduti, come le Diskushandgranade; quest’ultimi modelli avevano però bisogno di molta attenzione nel maneggio.
Le offensive dei primi mesi del 1915 dimostrarono ai belligeranti l’inutilità di attacchi frontali, anche grazie al largo impiego delle bombe a mano difensive che davano il colpo di grazia allo slancio degli attaccanti negli ultimi 20 metri dalla trincea. Questi ordigni, assieme alla fucileria, all’artiglieria e alle difese passive, fecero diventare molte posizioni imprendibili.
Tra il maggio 1915 e il dicembre 1916 la produzione di bombe a mano aumentò di 33 volte.
A differenza del fronte occidentale, dove le linee erano stese prevalentemente in pianura, in Italia, sul fronte montano, erano spesso a pochi metri di distanza tra loro e questo giustificò il largo uso di bombe a mano offensive. In breve, dove fu possibile, le linee avversarie del fronte franco tedesco che fino a pochi mesi prima erano molto vicine le une dalle altre, furono distanziate, per evitare il lancio di bombe a mano da una trincea all’altra. Questo non poteva avvenire sul fronte italo austriaco dove le linee correvano su creste e cime e le posizioni dominanti andavano tenute ad ogni costo.
Nella speranza di sbloccare la situazione di stallo venutasi a creare con la guerra di posizione ogni belligerante sviluppò sempre più la propria artiglieria pesante. Il conflitto si spostò così in particolare sul piano industriale. L’industria germanica possedeva un notevole vantaggio rispetto alla Francia: poteva contare su di un sistema industriale completamente convertito allo sforzo bellico e non aveva nessuna delle sue zone industriali vicine al fronte o addirittura sulla linea dello stesso come era per la a Francia. Il concentrarsi sulla produzione delle granate d’artiglieria obbliga la Germania ad appaltare le lavorazioni delle bombe a mano ad aziende secondarie che crearono diverse piccole varianti estetiche, mantenendo però costanti i principi di funzionamento e i pesi degli ordigni.
Nel 1916 il comando tedesco decide di cambiare le tattiche ed applicare una nuova strategia d’attacco. Concentra il proprio sforzo offensivo in un determinato punto del fronte e consumate le forze avversarie con un diluvio di granate d’artiglieria, procede incuneandosi tra le linee.
La battaglia di Verdun del 1916 è il simbolo di questa nuova strategia. Su questo campo di battaglia gli imperi centrali riuscirono ad avere i primi successi grazie proprio alla enorme mole di artiglierie prodotte e alimentate dalle loro industrie. Durante la battaglia di Verdun, anche la produzione delle bombe a mano aumentò molto, basti pensare che nei dieci mesi della battaglia si passò dai 6 agli 8 milioni di pezzi al mese. Verdun è il campo di prova per quanto accadrà poi in Italia a Caporetto.
Il 1916 deve la sua importanza anche a un’altra invenzione: il carro armato.
Stranamente, durante la prima guerra mondiale, l’esercito tedesco non si interessò ai carri d’assalto. Ne farà costruire solamente una ventina e si accontenterà di riutilizzare i carri catturati agli Inglesi od ai Francesi, dopo averci ridipinta la croce di ferro.
Gli Inglesi che invece credevano in questa nuova arma, ne costruirono circa 2500 ed i Francesi quasi 4000, di cui per lo più carri leggeri come il Renault FT 17. A fronte della sorpresa che comportò il loro utilizzo massiccio sul campo di battaglia, l’artiglieria costituì il mezzo di lotta più efficace, ma venne raramente messo a disposizione del fante in prima linea che subì direttamente l’assalto blindato.
Si cercò dunque d’immobilizzare i carri con dei sistemi di mine piazzati davanti alle trincee, o di danneggiarne i cingoli con delle bombe a mano rinforzate o di colpirne i serventi con il fucile anticarro Tankgewehr M1918.
Per quanto riguarda le specifiche bombe a mano anticarro, (Panzerabwehr handgranate ) furono impiegati per primi degli ordigni realizzati con sei testate esplosive senza il loro manico, legate tra di loro con del fil di ferro e piazzate intorno ad una bomba a mano centrale. Questo sistema sarà ripreso anche nel corso della seconda guerra mondiale.
Furono poi fabbricate delle bombe a mano anticarro specifiche descritte come un grosso barattolo del diametro di 140 mm. e alto 230 mm. La carica era costituita da 88 gr. di acido picrico. Chiudeva il barattolo una bomba a mano a manico modello 1917 che ne costituiva, in qualche modo, il detonatore. Grazie alla forte carica esplosiva era possibile distruggere corazze dai 6 ai 12 mm. di spessore. Dato il peso totale di circa 3 kg., la granata anticarro non poteva essere gettata molto lontano. Per questo fu suggerito l’impiego di bombe nebbiogene il cui fumo disorientava gli equipaggi, facendo rallentare i carri e celando l’avvicinarsi di uomini che trsportavano le pesanti cariche esplosive, puntando a feritoie cingoli o ruote.
Il 20 novembre a Cambrai avvenne il primo grande attacco con carri contro i quali i tedeschi cercarono di trovare rimedio anche con i nuovi ordigni a mano. Queste soluzioni si dimostreranno abbastanza inefficaci e l’unica arma che riuscirà a fermare i lenti bisonti d’acciaio sarà il fuoco delle artiglierie. Sul fronte italiano il carro armato non troverà il giusto terreno per l’impiego e a parte qualche autoblinda non comparirà sul fronte. Ecco perchè le specifiche bombe, non si trovano sul nostro fronte. Saranno invece impiegate anche dagli austro ungarici le Stielhandgranate legate assieme, come documentano le librette di istruzione e alcune foto d’epoca. Un simile adattamento è documentato da foto anche per lanci da aeromobili. Il lancio di bombe a mano da aerei non era per altro una novità; per lo scopo si prestavano bene i modelli che funzionavano all’impatto perchè evitavano il sorvolo a bassa quota delle posizioni da bombardare. Grazie agli aiuti provenienti dagli Stati Uniti, entrati in guerra a fianco alle potenze dell’Intesa, ma soprattutto grazie al blocco economico al quale furono sottoposti gli Imperi centrali che li fece entrare in crisi di materie prime, si ebbe un lento capovolgimento della situazione industriale nei due blocchi contrapposti.
Nel 1918, le granate da fucile, che i tedeschi avevano trascurato a partire dal 1916 poichè imprecise e poco pratiche, vennero reintrodotte con un sitema per cui una pallottola, all’uscita dalla canna, portava con se l’ordigno. Venne così ripristinata una veloce messa in opera dell’arma, essenziale per bloccare le vie di fuga al nemico o per ostacolarne i movimenti lungo un camminamento fuori della portata del lancio di bombe a mano.
Il 1918 si aprì con l’offensiva del Generale Ludendorf che sfruttando la momentanea superiorità numerica conseguente al rientro di truppe dal fronte russo, cercò di anticipare l’arrivo del grosso delle truppe americane. Applicando il nuovo metodo di combattimento della guerra di movimento riuscì a sfondare le linee francesi e a penetrare per circa 80 km. prima di essere costretto a fermarsi davanti a truppe fresche che in pratica, bloccarono l’ultimo vero tentativo di sfondamento tedesco.
In questa operazione, l’utilizzo delle bombe a mano cambiò, quelle fino ad allora utilizzate nelle guerra di posizione (difensive) non si prestavano più ad una guerra che ridiventà di movimento (offensive) e la produzione fu reimpostata.
Nelle grandi battaglie durante l’estate del 1917 e la primavera - estate 1918 la Germania consumò circa 30 milioni di bombe a mano al mese. Ci furono alcune divisioni che da sole, in alcuni giorni, ne utilizzarono fino a 30.000.
Durante la guerra l’Esercito Tedesco introdusse  23 modelli e varianti di bombe a mano, fumogene e a gas, senza considerare i modelli improvvisati.  Tra il 15 e il 18 ne furono prodotte 300 milioni.
Grande attenzione fu posta all’addestramento. Il fante doveva familiarizzare con quest’arma di cui istintivamente non si fidava e per questo tutti gli eserciti belligeranti produssero delle bombe a mano per addestramento (Übungshandgranate). I primi esercizi erano fatti con delle bombe a mano zavorrate in modo che raggiungessero lo stesso peso delle bombe reali in così che il soldato ne apprezzasse le distanze di lancio. Venne osservato che quando si passava dalle bombe a mano d’addestramento a quelle da guerra, le reazioni di alcuni soldati cambiavano in modo imprevedibile. Alcuni come elettrizzati, erano incapaci di lanciare la bomba appena accesa e in quel caso il coraggio e la forza dell’istruttore non sempre erano sufficienti ad evitare l’incidente. Per identificare tali soggetti senza rischi, in un grado intermedio d’addestramento si impiegarono delle bombe esternamente simili a quelle da guerra, dotate di un artificio che ne riproduceva l’accensione, ma senza carica. Dopo ogni esercitazione i sistemi pirici andavano ripristinati.
Sul fronte italico, l’Esercito Tedesco ebbe un ruolo importante nelle operazioni, andando a compensare la carenza di uomini e mezzi dell’esercito dell’impero austro ungarico. L’impiego dell’Alpenkorps sulle dolomiti nel primo anno di guerra, lo sfondamento di Caporetto e le prime battaglie sul Grappa, videro un numero importante di soldati germanici nel Nord-Est, motivo per cui, anche sul nostro fronte trovarono impiego diversi modelli di bombe a mano di produzione tedesca. Molte furono adottate dall’Esercito Austroungarico, fornite direttamente dall’alleato. Dopo Caporetto in particolare, i vari modelli di Stielhandgranate vennero diffusi tra le truppe asburgiche che avendo sempre combattuto in difesa, non possedevano un gran numero di bombe offensive; gli unici modelli fino ad allora impiegati erano appunto copie delle granate con manico tedesche. I documenti dell’epoca, i ritrovamenti e l’incrocio dei dati relativi ai periodi di produzione, permettono di circoscrivere i modelli impiegati in Italia ai seguenti:
Kugelhandgranate 1913
Kugelhandgranate 1915 n/a
Brennzünder 13
Brennzünder 15
Hand Nebelbombe
B-Stoff Handgranate
Diskushandgranate 1915
Stielhandgranate typ 1915
Stielhandgranate typ 1916
Stielhandgranate 1917
Stielhandgranate Friedrich
Eierhandgranate 1917
Gewehrgranate 1914

Come ordinarlo

Il testo costa 14 euro. Sarà possibile trovarlo, oltre che dall'editore anche presso associazioni o musei che troverete qui elencate. Può ovviamente essere richiesto direttamente seguendo le istruzioni qui indicate. Ordini


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