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Racconti con le stellette

di Antonio Manca

Introduzione

L’Autore

Antonio (Nino) MANCA PUDDU – narratore, poeta e saggista - è nato in Sassari il 18 settembre dell’anno 1930, da famiglia di modeste condizioni economiche, ma d’antiche e nobili origini. Risiede a USINI (SS)in località Savagnolu, telefono n°. 079/38.80.99. E-mail manca-antonio©libero.it. Nel suo sito internet- www.antoniomanca.it sono riportate le sue note bio-bibliografiche, le recensioni delle sue opere e gli apprezzamenti ricevuti.
Un caloroso ringraziamento io rivolgo a chi tanto generosamente mi ha onorato di ospitare in questo sito i miei racconti che si dedicano in particolar modo a chi si è fregiato, si fregia o lo sta per fare, delle stellette militari, ed ha amato, ama o desidera vivere nello sventolio del tricolore italiano, in modo speciale quando tale bandiera garrisce accanto a quella di Pace, in terre lontane e straniere, anche a costo della propria vita.

Prefazione

“Cocktail”, (un’altra mia opera, dalla quale, è stata tratta questa, pubblicata in parte dalla casa d’edizione, Nuovi Autori di Milano, in due volumi antologici dal titolo: “Spiragli 42 e 46”, dei quali, in pratica s’attua una ristampa, della parte relativa all’autore avendone questi riacquisito i diritti) è d’origine biografica ed interessa perché gli elementi dei quali, esso è composto sono sofferti non nella loro accidentalità cronachista o aneddotica, ma condizione spirituale dotata di un’infinita apertura. La sua tensione è volta a cercare un chiarimento non nella rappresentazione di dati in qualche modo obiettivi, ma in un’inserzione della realtà del proprio sentimento: quindi a confrontarsi con altri. Nei suoi libri perciò si sente una presenza viva, di una persona non fittizia, esistente e riconoscibile, che affida alla scrittura l’amarezza di un tempo vissuto e la felicità della memoria. Da questa completezza emerge la capacità dell’Autore d’inserire nella prosa l’esperienza soggettiva per giungere meglio ad indagare nei tratti le luci, le ombre, le sfumature contrastanti, le ambigue promesse del vivere quotidiano alla ricerca del vero volto della vita.
Fulvio Aglieri – giornalista -

Presentazione

“COCKTAIL”, perché questo titolo? Similmente ad un cocktail, che è composto di più ingredienti di gusti diversi, così il libro di cui alla “Prefazione”, è costituito da tanti racconti, che hanno per oggetto, fatti disparati. Ogni vicenda è a se stante, non necessariamente unita ad un’altra, avendo una fine propria; in tutti i casi, un filo comune, le unisce ed è quello che fa capo all’autore protagonista. Dopo aver letto ogni episodio narrato, al lettore può rimanere una sensazione, equiparabile all’amalgama, propria di un cocktail. In ogni modo, vi posso assicurare che i fatti sono tutti veritieri. Sono certo che la lettura d'essi vi sorprenderà, vi farà scoprire aspetti strani della vita; v’incuriosirà e, qualche volta, vi farà sorridere per situazioni tragicomiche e desuete. L’Autore

L’Arruolamento

Ero ragazzo, il tempo trascorreva ed io non riuscivo a trovare un lavoro stabile, col quale rendermi indipendente; non era più possibile continuare a vivere in quelle condizioni. Finalmente, fu pubblicato un bando di concorso per l’arruolamento volontario di sottufficiali nell’Esercito. Compilai, immediatamente la domanda d’ammissione; superai tutte le relative prove e, un giorno dopo uno straziante saluto a Rachele, la mia ragazza, partii, con altri sbandati uguali a me, verso il nuovo destino. Montammo a bordo di un treno che alle ore dieci e trenta del mattino, si mise in moto per il porto d’Olbia, dal quale avremmo dovuto salpare, alle diciannove, per Civitavecchia. Il treno che trasportava soltanto allievi sergenti come me, giunto allo snodo di Chilivani fu messo in sosta d’attesa della coincidenza del convoglio proveniente da Cagliari al quale si sarebbe accodato; in quelle lunghe e noiose ore nelle quali s’attendeva, noi non trovammo di meglio da fare, per ingannare il tempo che aprire i bagagli al seguito, pieni sino all’inverosimile d’ogni ben di Dio, come se stessimo recandoci in America e tutti quei viveri dovevano bastare per detto viaggio. Alla nostra età, novelli emigranti l’appetito non difettava certamente, perciò ci mettemmo tutti a consumare uno spuntino, anche se a me, ogni tanto un groppo chiudeva la gola; provavo una tristezza infinita, uguale a quella che da bambino m’assalì quando dovetti lasciare i miei familiari per andare a studiare nel paese di nascita del babbo, presso una zia che mi tenne continuamente in soggezione. Nel frattempo che i bagagli diminuivano il loro ingombro, aumentava la quantità d’immondizie fra i binari; non sembrava che avessimo consumato uno spuntino, ma bivaccato in quel sito per più giorni. Tanto che un ferroviere ci rimproverò della nostra inciviltà. Finalmente, dopo tanto attendere il treno ripartì e seduti su delle “comodissime” panche di legno, noi proseguimmo il viaggio. Dopo qualche ora, eravamo al porto d’Olbia, sul molo nel quale ci attendeva un “guscio di noce”: la nave “Celio”, la più vecchia e la più piccola delle “carrette” in servizio allora sulla rotta che dovevamo seguire. Salimmo a bordo e ci sistemarono in un modo che più scomodo non poteva essere: sfruttando un pennone, l’equipaggio aveva innalzato una specie di tenda con un telone lanciato di traverso su di questo, in coperta e qui schiaffarono tutti i soldati, ancora in borghese, come me e quelli in uniforme. Per giaciglio? Il duro tavolato. In ogni modo come Dio volle e la Marina Mercantile Italiana consentiva, dopo ben tredici ore di navigazione, noi militari, sbarcammo il mattino dopo, “ben riposati” al porto di Civitavecchia. Arrivai alla Scuola Sottufficiali di Spoleto in netto anticipo, in pratica, con un giorno avanti, a causa delle ore nelle quali avveniva la traversata marittima e gli orari dei treni, fra i quali v’era una grandissima differenza di non coincidenza. La Scuola non aveva ancora iniziato la sua attività e l’ufficiale di servizio, non sapeva dove sistemarmi; però, una sistemazione provvisoria me la trovò: in una camera di punizione, nella quale com’è noto, i giacigli sono costituiti dal duro tavolaccio. Stanco e depresso com’ero, accoglienza più deprimente non poteva esserci; meno male mi fornirono alcune coperte che stesi sotto le stanche membra. Il mio morale raggiunse l’infimo grado e le lacrime mi bagnarono il volto smunto. Trascorsi a Spoleto una gestazione di nove mesi di durissima vita militare, la disciplina severissima, gli studi ostici, moltissime ore di lezione; tantissima educazione fisica, addestramento formale e parecchio sport. Ad eccezione delle ore di libertà, all’interno della Scuola, nelle strade interne e negli altri spazi pedonali, ci si poteva spostare soltanto ... di corsa; altro che bersaglieri! Questi gli si batteva di molto. Mi ricordo che quando mi recavo in città in libera uscita, mi veniva di continuare a correre anche in questa. A Spoleto, c'insegnarono tante materie, ma non ci spiegarono mai il perché del fatto, che passando davanti al monumento ai caduti in guerra, posto nel cortile centrale della scuola, lo dovessimo salutare militarmente. Mi chiesi, se proprio si fosse voluto onorare il ricordo di quegli eroi, semmai, sarebbe stato molto più coerente farsi il segno della croce e recitare una preghiera in suffragio delle loro anime. Io, quella disposizione non l’ho mai capita e l’ho ritenuta, m’auguro di sbagliarmi: un esempio evidente di come sotto le armi, si tentava d’operare una specie di condizionamento dei cervelli; i quali dovevano ragionare soltanto sotto l’ottica militaristica. Per lo meno a quei tempi. In quel periodo non fu certamente la corrispondenza che ricevevo da Rachele, sempre macchiata di lacrime, a confortarmi e a tenermi alto il morale: dai miei, i quali non la gradivano era, continuamente osteggiata e assillata dalle loro richieste di rompere la sua relazione con me. Terminato quel corso d’addestramento a carattere generalizzato con ottimi voti, mi nominarono caporale maggiore e mi destinarono, dopo una breve licenza da trascorrere a casa, alla Scuola d’Artiglieria Contraerei di Sabaudia, alla quale mi sarei dovuto presentare carico di tutto il mio fardello militare, costituito da zaino, zainetto, tascapane e altro. Durante il viaggio di trasferimento, contrassi una grave tonsillite e arrivai dai miei con febbri molto alte, non ebbi neppure la possibilità di salutare Rachele, perché dovetti mettermi a letto. Con tutto il precario stato di salute, i congiunti ripresero subito gli assalti contro di me per la mia relazione con questa; la mamma affermò, che presto m'avrebbe fornito la prova, che Rachele m'aveva affatturato.

L’Esorcismo

In piena era atomica, nella civilissima città di Sassari, la giornata è appena iniziata; le luci dell’aurora, filtrano dalle fessure della finestrella posta sopra la porta d’ingresso. Nel vecchio sottano, tutto è pronto per il rito che vi si sta per celebrare. Un altare improvvisato, un turibolo; due ampolline piene, una di vino e l’altra d’acqua. Un calice dorato, un aspersorio, un secchiello con dell’acqua santa e due ceri a centro; sul davanti del ripiano, sul quale sono sistemati gli oggetti di culto già elencati sono esposti un crocefisso di media grandezza. A lato dell’altare è sistemato un tavolo con alcuni ceri e dietro, è posta una comoda poltrona; al centro della stanza, ai piedi dell’ara è stata scavata una buca profonda di circa trenta centimetri ed avente la circonferenza uguale a quella di una bacinella di media grandezza. Sono presenti i miei genitori, io che sono la causa del rito perché “affatturato” da Rachele e qualche fidata comare del vicinato. Di lì a non molto, si sente picchiare con le nocche alla porta d’ingresso, che è immediatamente aperta e richiusa a doppia mandata. Ecco entrare una donna - d’apparente - ancor giovane età; questa, si toglie, dapprima un foulard dalla testa, che le copriva in parte, anche gli occhi e il volto. E’ alta e snella; ha i capelli corvini, sciolti che le ricadono sulle spalle. I suoi occhi sono neri, profondi e spiritati; è, indubbiamente una bella donna, nonostante i tratti del suo viso siano “tirati”. Poi, si toglie un impermeabile scuro e lungo; sotto, appare vestita soltanto da una camicia da notte, generosamente scollata e sbracciata, lunga sino a coprirle i piedi, di morbida seta, che aderendo al corpo, modella le sue procaci forme, senz’altro, conturbanti. E’ accompagnata da due assistenti, nelle persone di un paio di meravigliose fanciulle, le quali attirano lo sguardo, che non può fare a meno di soffermarsi su di loro. Inizia la “cerimonia”, si spegne l’illuminazione elettrica e si lasciano accesi, soltanto i ceri sull’altare; si crea, s’affermerebbe un clima lugubre e angoscioso. Finalmente, la “sacerdotessa” s’approssima all’altare, veste una stola di colore violaceo: quella usata nei riti funebri ed esorcisti. Ci asperge d'acqua benedetta; traccia nell’aria, con le mani strani segni. Col turibolo inonda il locale dell’acre profumo dell’incenso, mangia un pezzetto di pane, che i miei affermano essere azzimo; pronuncia incomprensibili parole, che fa finta di leggere sul messale. In poche parole: esegue una parodia della Messa cattolica. Compiuto questo rito, la “celebrante” mi chiede di versare una bacinella d’acqua pulita nella predisposta buca; in questa e nel recipiente non noto altro. Dopo di che, la “maga” - sempre recitando parole arcane, scavalca per tre volte a croce il misterioso scavo praticato nel pavimento e mi chiede di raccogliere con le mani atteggiate a mo’ di conchiglia l’acqua in essa versata e di rimetterla nella bacinella. Molto seccato, m’appresto a farlo e, - con mia gran sorpresa - mi trovo fra le mani, una ...piccola bambola di cera; in essa, all’altezza della fronte, del cuore e dell’inguine, sono infilzati tre spilli sino alla capocchia. Il “rito”, non è ancora terminato. La “esorcista”, va a sdraiarsi sulla poltrona dietro il tavolo, sul quale accende alcuni ceri, alla fiamma dei quali accosta la bambola, affinché col calore che questi emanano, si sciolga. Nel frattempo ha una crisi, che si potrebbe definire isterica, epilettica o di massima eccitazione sessuale; si contorce,sbava, lancia urli soffocati, rovescia gli occhi facendo vedere il loro bianco. Gronda sudore a profusione, la camicia si bagna e crea “l’effetto nudo”; è sempre assistita dalle sue due “ancelle”. Dopo che la bambola, finalmente si scioglie, la “fattura è sfatta” e lo spettacolo ha termine. Alla “pitonessa”, dietro un paravento è deterso il sudore, cambiati gli abiti, rifatto il trucco e, soprattutto pagata profumatamente dai miei ingenui, seppure non più giovani genitori. Prima d’andar via, la maga mi chiede, con gran faccia da ... di meretrice, se io sono contento d’essermi liberato dal maleficio. Non le rispondo come vorrei per rispetto ai poveri allocchi dei miei genitori; le assicuro, soltanto che non mi sentivo liberato da alcunché e la diffido di non permettersi più, per l’avvenire di prendermi, per il ... deretano. Si! Il mio amore per l’autrice della presunta fattura finì, ma non allora e per altre cause. Molti lettori, avranno già intuito dove stava il “trucchetto”, ma se qualcuno non l’avesse capito, io affermo che la piccola bambola “stava” nelle parti intime della donna, dalle quali, l’aveva lasciata cadere nella buca piena d’acqua quando l’aveva scavalcata, che aveva attutito il rumore ed era rimasta nascosta dalla parte inferiore dalla lunga camicia vestita dall’imbrogliona. Probabilmente, quell’oggetto a contatto con parti intime, eccessivamente sensibili, avevano eccitato una donna molto lussuriosa, portandola all’apice della masturbazione, il che giustifica le sue manifestazioni lascive ad uso e consumo dei gonzi, che le avrebbero attribuite, alla presenza di forze occulte e soprannaturali. Altro che “fattura”! La “signora” in questione, in seguito, fu processata e condannata per truffa, anche nei confronti d'eminenti personalità.

Servizio di Guardia

Non dimenticherò facilmente il Fiume Tessino in quel di Spoleto. Correva l’anno 1950. Era una fredda e ventosa notte d’autunno. Frequentavo il corso per il conseguimento del grado di sergente, alla Scuola Sottufficiali di Spoleto. Per la prima volta, ero stato comandato a prestare servizio di guardia. S’esprimevano tanti giudizi su questo servizio, fra i quali, che erano molto faticosi e che si doveva stare molto attenti per non essere colti di sorpresa dai superiori che eseguivano le ispezioni, in particolare per il sonno: l’elemento più subdolo e pericoloso; le statistiche riportavano la più alta percentuale dei militari finiti in galera a causa di questo servizio. Era pertanto un brutto spauracchio. Con queste premesse, iniziai a prestare il mio turno, dalle ore zero sino alle quattro successive; io venni a trovarmi in un viale alberato, lungo il quale io dovevo passeggiare su e giu. Il compito era quello, di sorvegliare, da un lato i magazzini di materiali e munizioni e l’officina dell’armeria, confinanti tutti al greto del Fiume Tessino e il retro delle cucine allievi, il deposito viveri e delle sigarette e la palestra ginnica, dall’altro. Le luci dell’illuminazione notturna della scuola, conferivano alla zona un aspetto spettrale. Il gemere del vento tra i rami degli alberi, pareva il lamento d'anime in pena e, lo strisciare delle foglie per terra sospinte dalla tramontana, il rumore dei loro passi. Mi prese una fifa tremenda; faceva freddo, ma io sudavo ugualmente. Il più lieve rumore, mi faceva sobbalzare. La paura, ad un certo punto, diventò terrore, quando sentii uno strano tramestio provenire, attraverso una finestrella munita d’inferriata, dal locale adibito a polveriera, feci mille congetture per spiegarmi, inutilmente l’origine di quei rumori. La preoccupazione maggiore era da attribuire alla possibilità che la dentro v'erano dei ladri, entrati, attraverso un foro, praticato sul muro che dava verso il fiume. Ero indeciso se dare l’allarme o meno; mi ricordai, però, che qualche commilitone che v’aveva provveduto, ingiustificatamente, era, poi diventato la favola della caserma per lo scherzo che gli aveva giocato la fifa. In ogni modo, era indispensabile accertare che cosa, veramente accadeva dentro quel locale; decisi, così di lanciare all’interno una pietra, la quale, certamente avrebbe provocato una reazione se vi fosse stato qualcuno. Non senza aver considerato, prima che il sasso non avrebbe fatto esplodere qualche ordigno, perché le munizioni erano conservate dentro delle robuste casse di legno. Lanciai e, quasi immediata, m’arrivò la risposta: “Miaoooo!”. Quasi contemporaneamente, vidi “volare” via dalla finestrella un grosso gatto. Finalmente l’incubo finì e io potei compiere sino in fondo, con maggiore tranquillità il mio dovere.

Sul greto del Tessino

Il Fiume Tessino, dopo avere attraversato la città di Spoleto nella sua parte più bassa, continua a scorrere in una zona pianeggiante, con il greto largo e asciutto in tempo di magra. Qui la Scuola Allievi Sottufficiali dell’Esercito, effettuava l’addestramento al combattimento dei discepoli; si simulavano battaglie con attacchi, contrattacchi, difesa delle posizioni conquistate e altre azioni del genere: v’erano state scavate, perciò delle trincee e delle buche anticarro armati. Distava dalla scuola una decina di chilometri, da percorrere, logicamente a piedi e a passo di marcia. In testa alla colonna si poneva, sempre, il tenente Cantoni dei bersaglieri; del quale era indispensabile tenere il passo, a scanso d’ottenere una cattiva valutazione dell’attitudine militare. La quale avrebbe inciso, poi in maniera notevole nella classifica totale al termine corso; questa, a sua volta, in seguito avrebbe influito nell’avanzamento di grado, nel proseguimento della carriera militare. Il suddetto tenente era dotato d’articolazioni del bacino e degli arti inferiori talmente snodate, che gli consentivano d’avere delle falcate ampie e veloci ed era possibile stargli dietro soltanto di corsa e per giunta, con il pesante armamentario addosso. Chi si poneva a correre, però, era subito investito da apprezzamenti non certi lusinghieri, e qualche volta persino offensivi da parte dell’atletico tenente. Gli allievi, subivano il sacro terrore d’affrontare queste marce di trasferimento, capitanate dal tenente suddetto, perché si rientrava in caserma, sfiniti dalla stanchezza. Una volta, marciando nella suddetta maniera arrivammo al famoso greto, sul quale si sarebbe dovuta simulare una delle solite battaglie; perciò mi ritrovai a correre verso un’ipotetica postazione nemica da conquistare. Ad un certo punto, però inciampai nella parte sporgente dal terreno di un grosso sasso seminterrato e, io precipitai dentro di una di quelle buche anticarro. Dapprima, sentii qualcosa di molliccio sotto il corpo e immediatamente dopo, ecco investire le mie narici, ... una puzza insopportabile: qualcuno, evidentemente s’era servito di quella buca, che nascondeva alla vista, per soddisfare i suoi bisogni corporali. Cercai di ripulirmi alla meglio, con l’ausilio di pietre e d'erba; agli effetti degli effluvi, il risultato, però fu del tutto negativo. A fine esercitazione, accennai ad unirmi ai commilitoni della mia compagnia, ma questi, appena percepirono i “profumi” che io emanavo, mi cacciarono via, lontano da loro, come un cane rabbioso; non posso io ripetere le frasi ironiche e piccanti che mi rivolsero. Rimasi in disparte come un appestato finché non rientrò il comandante del mio plotone; costui m’invitò a rientrare nei ranghi, ma fu investito da un coro di vivaci proteste. S’avvicinò, allora a me e resosi conto con le proprie nari della situazione, m’ordinò di rientrare in caserma da solo; mi sovvenne alla memoria, allora il proverbio: “Non tutti i mali vengono per nuocere!”. In effetti, dalla scalogna che m’aveva colpito, io ne ritrassi il beneficio di non dover subire il supplizio della marcia di rientro in caserma, perché percorsi la distanza che mi separava dalla stessa con gran calma. Fortunatamente la caserma era ubicata in periferia, altrimenti s’immagini l’imbarazzo di dover attraversare la città in quelle condizioni. Certo é, che i miei colleghi, anche nell’alloggiamento comune si tennero a lungo lontani da me, in particolare nei locali dei servizi igienici; nei quali iorimediai a lavare via dall’uniforme i resti di quegli escrementi umani, che a mio giudizio, sono i più puzzolenti di tutti gli esseri viventi del creato.

La Traversata

Terminato il corso d’addestramento alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito con esito favorevole, fui nominato caporale maggiore e dopo una licenza di trasferimento da trascorrere a casa mia, destinato alla Scuola d’Artiglieria Contraerei di Sabaudia. . Era destino, che le traversate marittime per me, oltre che disagevoli, dovevano, anche essere avventurose, come quella che m’accingevo a compiere da Olbia a Civitavecchia, per poi raggiungere la mia nuova sede di servizio a Sabaudia. Ricorreva l’anno santo, del 1950 e molti pellegrini sardi correvano a Roma; i treni e le navi erano sempre affollate. A fatica riuscì a salire a bordo; tutti i ponti e le tolde erano occupati da gente, che come me, non era riuscita ad avere una cuccetta. Per giunta il tempo s’era messo al brutto e faceva pure freddo; il mare, già nel porto, era mosso: s’immagini al largo. Andai alla ricerca di un posto nel quale potermi almeno sdraiare e trovai una grand’asse di legno, posta a ridosso della murata; poco distante, stava un branco di cavalli, assicurati alla coperta con diverse corde. Più in là gruppetti di pellegrini, seduti sui bagagli o distesi su degli indumenti. Successe come avevo previsto, al largo il mare fu talmente agitato che, s’affermava, il comandante non sapeva se proseguire il viaggio o ritornare indietro; in ogni modo ad infondere “coraggio” ai passeggeri, la sirena ululò più volte e fu inalberata una bandiera rossa, segnale di pericolo. Accadde qualche dimostrazione di panico. Le gigantesche onde, che s’infrangevano sul malcapitato natante, schizzavano acqua dappertutto; per fortuna, io ero protetto in parte dalla murata che era soltanto scavalcata. La nave era disseminata di persone che rimettevano anche quello che non avevano mangiato; si sentiva pregare un po’ ovunque. Avevo paura che i cavalli che mi stavano vicino e scalpitavano, rompessero le corde che li tenevano, con conseguenze che, è difficile anche immaginare; in ogni modo, inondarono il sito con le loro urine e cosparsero il tavolato d’escrementi, provocando un tanfo terribile. Meno male, che essendo la nave inclinata da un lato, le suddette urine, scorrevano verso un canale di scolo, posto alla base della murata alla quale io stavo addossato e che passava sotto l’asse sulla quale ero disteso. Ad un certo momento, scorsi vicino a me una ragazza vestita da indumenti leggeri, che tremava e batteva i denti, io non so se dal freddo o dalla paura; mi tolsi il pesante cappotto militare che m’avevo disteso sopra e glielo misi addosso, pregandola di restituirmelo all’arrivo, sul treno per Roma che sostava al molo di Civitavecchia. Io misi addosso, l’altra divisa da fatica che mi portavo appresso con tutto il corredo da soldato. Finalmente, dopo una notte da tregenda, in un caos indescrivibile, sbarcai; mi diedi subito da fare per ricuperare il mio cappotto, ma della ragazza alla quale l’avevo prestato, neppure l’ombra. Il treno partì ed io ero, ormai rassegnato alla perdita del capo di vestiario, che mi sarebbe stato addebitato e pentito della buon'azione che avevo compiuto, quando ... sulla soglia dello scompartimento nel quale m’ero sistemato, apparve la ... ricercata (m’accorsi, allora che era molto carina) con il mio cappotto poggiato su di un braccio. Viaggiammo uno accanto all’altra sino a Roma dov’era diretta, per le celebrazioni dell’anno santo; lei m’informò che era della provincia di Nuoro. Ci scambiammo inostri indirizzi postali, ma, evidentemente neppure lei lo utilizzò: non la rividi e, non la risentii mai più. Di lei m’è rimasto soltanto il ricordo, peccato!

La Sentinella

Avevo terminato il corso, allievi sottufficiali a Spoleto; usufruito di una licenza a casa mia, in Sardegna ed ora ero diretto alla Scuola d’Artiglieria Contraerei di Sabaudia. Alla quale a causa degli orari marittimi e di quelli ferroviari che non coincidevano, io giunsi con un giorno d’anticipo. Diversamente, sarei arrivato con notevole ritardo e, perciò sarei stato passibile di punizione. Fui, quindi il primo del mio corso ad arrivare; il Sottufficiale d’Ispezione che m’accolse nel corpo di guardia, poiché era notte, m’accompagnò in una camerata deserta e mi comunicò d’occupare la prima branda, sulla destra entrando, ancora priva di coperte e lenzuola. L’impatto con l’ambiente non fu, certamente piacevole; il trovarmi solo, in piena notte, in una grandissima stanza con tanti letti vuoti, dove chiunque avrebbe potuto fare di me quel che voleva, senza testimonianze, mi procurò un gran senso d’angoscia. La fioca luce notturna, inoltre lasciando molti spazi in ombra non contribuiva, certamente a rallegrare l’ambiente. Mi stesi, vestito sulla branda che m’era stata indicato; ad una certa ora, mi venne una gran sete. Mi recai nei servizi e aprì un due, tre rubinetti: d’acqua neppure l’ombra. Mi domandai come rimediare? Mi ricordai d’avere nello zaino che mi portavo appresso, una bottiglia di vino marsala; la presi e ne scolai una buona quantità. Ritenevo d’aver risolto il problema, invece, anche se di lì ad un po’, un po’ ebbro mi sì sollevò il morale, fu un’effimera soluzione, perché dopo non molto, mi ritrovai ad avere una sete, ancora più tremenda di quell’iniziale. Decisi d’uscire da quella camerata e di recarmi al corpo di guardia, presso il quale contavo di trovare dell’acqua; non sapevo, però che nella caserma, ad eccezione delle persone comandate di servizio, era permesso circolare di notte, soltanto seguendo determinati percorsi: v’erano sentinelle dappertutto, in particolare presso cannoni, centrali di tiro, radar, automezzi e altri mezzi militari. Per un tratto di percorso, andò tutto bene, ma subito dopo avere svoltato l’angolo di una delle tante casermette, sentì la solita frase di prammatica: “Chi va là? Alto là! Parola d’ordine!”. Tutto ciò perché avevo percorso una strada non consentita ed ero andato a finire troppo vicino ad una guardia; sentii che questa introduceva una pallottola nella canna del suo fucile. Feci un balzo indietro e svoltai dietro l’angolo che io avevo superato, appena a tempo per sentire uno sparo e, contemporaneamente il sibilo di una ... pallottola che andò a sbrecciare lo spigolo della costruzione. Me la diedi a gambe tenendomi defilato dietro una batteria di cannoni, raggiunsi la camerata e mi buttai a tuffo sulla branda assegnatami dopo aver spento immediatamente le luci; in caserma successe il finimondo. Fu allarme generale: tutti gli uomini presenti, in completo assetto di guerra furono radunati nel cortile centrale. S’eseguirono ispezioni in tutti i locali, meno in quello dove stavo io probabilmente ero stato dimenticato dal Sottufficiale d’Ispezione e nessun altro aveva notato la mia presenza. In ogni modo, quello scompiglio non era del tutto ingiustificato; non trascorse molto tempo e fu compiuto l’attentato, nel quale fu ferito il Segretario Nazionale del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti. Nelle ultime elezioni politiche, poi, nei seggi elettorali istituiti in caserma, la stragrande maggioranza della truppa, costituita per lo più da toscani, emiliani e liguri, aveva votato “rosso”; daconsiderare, inoltre che l’amministrazione comunale, che era rappresentata in maggior numero da contadini della bonifica pontina, era di “sinistra”. Oltre allo shock provato, il non aver potuto chiudere occhio per il gran trambusto verificatosi, soffrii tutta la notte la tortura della sete. Altro che una calorosa e cordiale accoglienza e un buon auspicio per l’avvenire che m’attendeva! Il tutto però, incise sul mio futuro, soltanto col ricordo di quello “spaghetto” preso, che in detto momento, per quanto sottile, non sarebbe riuscito, certamente passare negli sfinteri che come nel mappamondo, i meridiani in prossimità dei poli, si restrinsero sino a diventare un punto non perforabile.

Reclute

Avevo appena conseguito il grado di sergente alla Scuola d’Artiglieria Contraerei di Sabaudia. Correva l’anno 1951. Nei tempi stabiliti, arrivò un nuovo scaglione di reclute da addestrare; queste furono schierate in un cortile e ad iniziare dal più anziano e dal maggiormente elevato in grado, gli istruttori si scelsero il numero delle persone a loro spettante da istruire, le quali costituivano un reparto a se stante. A me, sergente di prima nomina, rimasero i resti della cernita: in pratica, quelli che si ritennero i meno dotati per la vita militare e anche i ... meno “svegli”. Non mi demoralizzai per nulla e decisi di puntare tutto sull’amor proprio di quegli individui che erano rimasti schierati davanti a me. All’inizio dell’addestramento ci raccogliemmo in un luogo poco frequentato della caserma e io tenni loro, all’incirca il seguente discorso: “Mi sapete dire perché siete stati affidati a me?”. Nessuno, ovviamente rispose. “Non lo sapete! Vero? Allora ve lo spiego io. Avete costatato che alcun istruttore, prima di me, vi ha scelto? Conoscete il perché? Vi hanno considerato i meno bravi, i meno idonei all’apprendimento, i meno dotati fisicamente e anche ... i più idioti, sta ora a voi dimostrare a quei signori che si sono sbagliati nelle loro scelte, perciò, io vi propongo un patto: voi ci mettete tutto il vostro impegno ed io, vi garantisco di non affaticarvi più del dovuto, come di solito succede!”. Il sermone ottenne il suo effetto: le mie reclute si dichiararono d’accordo ed io mantenni la parola data. Era uno spettacolo vederli all’opera: un tempismo ed un sincronismo perfetti nell’esecuzione degli esercizi a loro chiesti e nella marcia. Finito il primo ciclo di formazione professionale militare, con quell’addestramento formale, si fece un saggio alla presenza del Colonnello comandante la scuola per controllare i risultati conseguiti. Il mio plotone, con grande stupore e, forse con invidia degli altri istruttori più quotati di me, fu giudicato il migliore, con grandissima soddisfazione ed orgoglio di tutti i suoi elementi. Con un ordine del giorno ufficiale, affisso all’albo pretorio della scuola ci fu elargito, persino un encomio solenne, per l’impegno profuso e i risultati conseguiti, da costituire esempio per tutti gli altri reparti in formazione. E’ ovvio che le mie quotazioni d’ultimo arrivato, salirono quasi a livello di coloro che a momenti avevano speso una vita nel fare quel mestiere.

La Coppa

Tutti gli anni, la festa di Santa Barbara, patrona anche degli artiglieri, alla Scuola d’Artiglieria Contraerei di Sabaudia era celebrata con gran solennità e con una numerosa partecipazione di cittadini e invitati militari, civili e religiosi. Quell’anno, come il solito s’iniziò con la messa al campo, celebrata dal Cappellano militare, Don Antonello (che ritroveremo in un altro racconto) e da due sacerdoti del vicino paese di Sabaudia, con accompagnamento musicale della banda della scuola; proseguì con la parata militare, nella quale, ancora una volta si distinse, un pur se piccolo drappello da me addestrato. Seguì il pranzo, al quale fecero onore, anche i borghesi e che si consumò con molta gioia e allegria dai militari di leva, ai quali parve, per un giorno di ritrovarsi a casa loro, specialmente per coloro che si trovarono accanto ai genitori, parenti e amici. Una bella consuetudine questa, che le Forze Armate Italiane, dovrebbe adottare più spesso e non solo per la festa patronale o dell’Arma: lenirebbe per un giorno almeno, tanta nostalgia e tristezza che affligge i nostri ragazzi, alle volte molto lontani dalle loro case, pronti a difendere la patria in tempo di guerra e a sostenerla durante le calamità naturali in periodo di pace, siano essi militari di leva o come sì sol dire per i volontari “firmaioli”. Il cibo, preparato da cuochi civili fu ottimo, anche se la quantità, in questi casi gioca a scapito della qualità. Si proseguì con la visita ai diversi locali della caserma; questi furono tirati a lucido come specchi. All’esposizione delle armi e degli altri mezzi bellici in dotazione, brillanti come coppe di champagne, i militari preposti spiegarono, specialmente ai più giovani, le parti dalle quali erano costituite e il loro funzionamento. Per chi legge questi miei ricordi io voglio raccomandare, quand’è possibile d’andare a trovare i nostri ragazzi con le stellette in caserma: s’allevierebbe tanta tristezza e molta nostalgia, non gli si farebbe sentire completamente estraniati dalla società civile e l’azione potrebbe avere lo stesso valore di un’opera di misericordia spirituale. Per chiudere in bellezza, s’organizzarono degli spettacoli, costituiti da gare d’abilità, di sveltezza e precisione nell’uso delle armi e degli altri mezzi in dotazione; io partecipai alla “tenzone” con la mia squadra e con uno dei cannoni più grossi allora esistenti: quello avente un calibro da novanta millimetri e anche in questo caso feci partecipare non soltanto l’esperienza fisica, ma anche la mente. Alla squadra vincente, oltre ad una coppa, era elargita una somma di danaro da dividere fra tutti i partecipanti della squadra stessa, compreso io; proposi ai miei ragazzi, che se avessimo vinto, mi sarei accontentato della sola coppa, la quale, poi, tanto, l’avrei dovuta esporre fra i trofei del Comando della Batteria, alla quale la squadra apparteneva e avrei lasciato a loro tutti i soldi, anche se quest'incentivo, forse non si rendeva necessario, perché comandavo la formazione più forte e più preparata. Mi ricordo ancora, in particolare di due ragazzi: un certo, Zanella, veneto, che nella vita borghese esercitava il mestiere di motocarrista addetto al rifornimento di bibite e di birra ai rivenditori di questi prodotti e perciò aveva una gran dimestichezza e allenamento nel caricare e scaricare oggetti pesanti; possedeva, inoltre una forza eccezionale. Era capace d’eseguire il “presentat arm” con la canna delcannone da quaranta millimetri di calibro, che pesava centocinquanta chili e di un tale, Marando, siciliano, con una mira eccezionale, di professione … bracconiere. La gara si svolgeva con un camion che trainava un cannone “allestito per la marcia”, in altre parole, in condizioni di poter essere spostato su ruote; da questa posizione si doveva passare a quella di “pronto per il tiro”. Per arrivare a ciò occorreva eseguire tutta una serie d’operazioni, quali: staccare il cannone dal camion che lo trainava, allontanare questo; divaricare le “code” del "pezzo", che doveva essere eseguita da due uomini, i quali dovevano unire e sincronizzare i loro sforzi. Qui, interveniva Zanella, il quale, da solo mentre l’altro faceva soltanto finta, le sollevava come s'erano fuscelli (pesavano, invece, moltissimo) le divaricava e le riponeva in quella posizione sul terreno; livellare la piattaforma circolare, costituita da pedane di metallo, sulla quale si sistemavano gli addetti al tiro e da livellare agendo su martinetti pneumatici e con l’ausilio di bolle di livello. Collegare il gruppo elettrogeno, il radar e la centrale di tiro; puntare il cannone verso un bersaglio, (specialista del caso era Marando) e poi “gridare “pezzo pronto”. A questo punto, intervenivano i giudici di gara che avevano cronometrato i tempi, controllato la regolarità delle operazioni, l’esatto allestimento e il perfetto puntamento al bersaglio prefissato. Non era ancora finita, perché si rimetteva il cannone in condizioni di potersene riandare nelle stesse di com’era arrivato. Alla fine si stilavano una serie di valutazione sulla regolarità delle operazioni effettuate, sui risultati raggiunti e sui tempi impiegati. Il tutto era coordinato dal sergente “capo pezzo”. La contesa avveniva fra tre cannoni; per gli uomini della mia squadra, quella tenzone si ridusse ad un giochetto. Raggiungemmo il “traguardo”, quando le altre squadre erano ancora a metà gara. Ovviamente ritirammo alla cerimonia della premiazione i soldi e la coppa e con questa ci recammo allo spaccio, dove la facemmo riempire più volte di vino e con questa libammo generosamente alla vittoria; riferirono in seguito, io non lo ricordo, che nella piazza principale del paese, con la mia bicicletta, m’esibii in applauditi esercizi da equilibrista. La colpa, probabilmente era da attribuire alle copiose libagioni fatte dalla coppa vinta. In margine alla vicenda, devo annottare, che fra gli spettatori invitati, si contava, anche il cognato della mia fidanzata, Capo di Marina Militare, il quale, non mi vedeva di buon occhio, ma dopo la maiuscola prova della squadra da me guidata e preparata, d’aver raccolto la notizia che qualche giorno avanti, avevo superato l’esame di un corso di specializzazione, con un punteggio mai conseguito in precedenza alla Scuola d’Artiglieria di diciannove ventesimi e avere ottenuto altre ottime referenze sulla mia persona, modificò l’opinione che s’era fatta di me. Rincasò tutto soddisfatto e raccontò alla famiglia, della quale faceva parte anche, Tina, la di me ragazza, le mie prodezze. Da quel giorno, potei godere appieno della sua stima e della fiducia e m’invitò a frequentare la sua casa.

Fiamme alla Polveriera

Era la sera d’Ognissanti del 1952; avevo indossato una nuova e bell’uniforme fuori ordinanza di gabardine di colore grigioverde, calzato un paio di lucidissimi mocassini non regolamentari e avevo l’intenzione d’andarmene a ballare in qualche locale della zona. M’approssimai, perciò all’ingresso della caserma d’Artiglieria di Sabaudia, nella quale prestavo servizio col grado di sergente istruttore, per uscire da questa; nel farlo notai il picchetto armato nei pressi del corpo di guardia, pronto ad intervenire per qualche emergenza. In ogni modo, salutai l’ufficiale di picchetto e m’accingevo a varcare la soglia per raggiungere un po’ di libertà, ma prima che lo facessi, il suddetto superiore, m’intimò: “Alt! Sergente. Mi dica dove crede di andare?”. Mi chiesi che cavolo gliene importava a lui e perciò risposi un po’ seccato: “Per i fatti miei!”. Aggiunse il tenente: “No! Il suo collega assegnato al comando di questo picchetto è irreperibile e poiché in polveriere è scoppiato un incendio, la situazione è molto grave ed è necessario un intervento immediato; non avendo io, al momento, altro sottufficiale a portata di mano per sostituirlo, prenderà subito lei, così come si trova, elegantemente bardato, il comando del reparto”. Notai che quelle parole, erano cariche d’ironia e forse, anche di un pizzico d’invidia per la mia ricercatezza nel vestire. V’era sul posto, a disposizione un autocarro, fu inevitabile balzarvi a bordo con tutti quegli uomini e via, a tutta velocità verso la polveriera. Arrivato, mi resi immediatamente conto della situazione: il fuoco, per il momento bruciava soltanto il fieno e gli sterpi degli spazi vuoti attorno a due capannoni, fortunatamente occupati soltanto da muli, erano, però, completamente accerchiati. In ogni modo, il fuoco, sospinto da una forte brezza, che spirava dal mare, marciava, veloce e deciso verso gli altri edifici; se fosse riuscito ad entrare in uno soltanto dei capannoni pieni di munizioni, si sarebbe potuta verificare un’esplosione che avrebbe fatto epoca. Ero arrivato quando il sottufficiale d’ispezione, lì comandato e che aveva dato l’allarme alla caserma principale, aveva già impartito ordine al personale di guardia che vi prestava servizio, di tentare con badili, scope e frasche di spegnere le fiamme sviluppatesi; io ordinai agli uomini arrivati con me di fare altrettanto, meno quattro di loro ai quali comandai di ritornare in caserma con l’automezzo e di trasportare sul luogo delle fiamme, quanta più acqua possibile, utilizzando i recipienti della cucina truppe. Ad eccezione di qualche estintore a schiuma, la polveriera, contrariamente a quanto sarebbe dovuto essere, non aveva in dotazione, alcun altro mezzo antincendio, anche se gli alti vertici militari, vantavano un esercito, non ancora funzionale ed efficiente. Con i restanti uomini mi accinsi a liberare i muli impazziti; il compito fu, veramente molto arduo. Dapprima per scioglierli dagli anelli infissi nei muri ai quali erano legati con delle corde; poi per farli uscire, perché non ne volevano sapere, terrorizzati dal fuoco. Nell’eseguire quest'operazione perdemmo il controllo delle fiamme; le scintille e le pagliuzze di fieno ardenti, sospinte dal vento che era andatorinforzando d’intensità, attraverso le porte che dovemmo aprire per far uscire le bestie, andarono a depositarsi sulle balle di paglia e di fieno che v’erano all’interno dei capannoni e che costituivano alimento e giaciglio e appiccarono a loro fuoco. Nel frattempo, era arrivato il camion con l’acqua, la quale essendo stata trasportata su di una strada sconnessa e in recipienti senza coperchio, s’era perduta per la maggior quantità; in ogni modo, tentammo di rovesciarla dentro i locali attraverso le porte, ma il tentativo fu quasi ridicolo: non s’otteneva alcun risultato. Nel frattempo, anzi avevano iniziato a bruciare, anche le greppie, le mangiatoie e l’intelaiatura legnosa del tetto di lamiera; non si potevano lasciare ardere quei capannoni! Vicini v’erano quelli gremiti d’esplosivi, si dovevano spegnere a tutti i costi, sia pure a titolo precauzionale, quei fuochi; io mi servii, perciò del telefono e chiamai l’ufficiale di picchetto che m’aveva inviato in all’inferno, al quale esposi la situazione e dal quale reclamai disposizioni precise sul da farsi. Questo mi rispose che non aveva competenza in merito, che avrebbe interpellato l’ufficiale superiore d’ispezione per la settimana in corso e, sempre per telefono, m’avrebbe dato disposizioni al riguardo; la risposta si fece attendere per un tempo che a me sembrò eterno e non portò alcun contributo utile, perché mi si riferiva che anche l’ufficiale d’ispezione era irreperibile. Era giorno di festa e tutti festeggiavano, meno il sottoscritto e gli altri sventurati come me, inviati in quell’inferno a domare un incendio, senza mezzi adeguati. Fui costretto, allora a prendere da solo l’iniziativa; riunii, perciò tutti gli uomini presenti sul luogo e domandai se v’era qualcuno, meno pauroso degli altri, capace di buttare giù, dall’esterno, restando in bilico sulle sommità dei muri portanti, le lamiere di copertura. Questo, l’avrei proposto per un encomio solenne e la concessione di una non breve licenza per premio; l’atto doveva essere, però, volontario. Cercavo, con quella trovata di gettare l’acqua sul fuoco dall’alto. Al sentir parlare di licenza, ne trovai alcuni disposti ad eseguire quel non facile e pericoloso lavoro; questi con qualche scala a pioli, badile, gravina, paletto di ferro divelto dalla recinzione e con qualsiasi altro aggeggio che si ritenne idoneo, ma, soprattutto muniti di gran coraggio e sprezzo del pericolo, i quali riuscirono nell’impresa. Le lamiere di copertura divelte, sospinte dal vento che nel frattempo era diventato violento, volarono via come fuscelli; procurammo danni notevoli, col rischio, anche che mi si sarebbero potuti addebitare, ma non erano niente, in confronto alla catastrofe immane che avrebbe provocato a lungo raggio, lo scoppio di una polveriera. M’augurai, che, dopo, gli altri gradi l’avessero capito e io procedetti; utilizzai ancora dell’acqua che nel frattempo era stata portata dalla caserma centrale. Un contadino ci offrì quella del suo pozzo, ubicato vicino al confine della polveriera con quello del suo podere; organizzai un “passamano” con i recipienti che noi riuscimmo a trovare e così, gettammo sul fuoco, dall’alto dei capannoni scoperchiati, tutta l’acqua che ci fu possibile trovare. Non ero certo, però del risultato, né di quando l'avessimo potuto ottenere, ma, fortunatamente ci dette un aiuto la natura; il vento cessò e dal cielo iniziò a cadere una copiosa e durevole pioggia che completò l’opera di spegnimento. A cose fatte, si fece vivo l’ufficiale d’ispezione, il quale, come paventavo, ebbe la faccia tosta di contestare i tetti divelti; gli risposi, fremente di rabbia che a causa della sua assenza, ero stato costretto a prendere quell’iniziativa, che in ogni caso io ritenevo giusta e che ero certo d’avere agito nel modo più idoneo. Gli feci capire, che per lui sarebbe stato meglio se avesse taciuto e avesse confermato le proposte per l’emanazione dell’encomio e la concessione delle licenze per premio; altrimenti gli uomini presenti avrebbero testimoniato della suaingiustificata assenza. L’ufficiale in questione, in seguito ed in opportuna sede, verbalizzò che quanto s’era operato era conseguenza delle sue disposizioni, l'assenza non saltò mai fuori e così si salvò dalle sanzioni, certamente non lievi per la manchevolezza. Il sottufficiale che doveva comandare il picchetto armato, si vollero salvare pure lui, perché, dietro mio consenso, s’affermò che io ero stato comandato, a tempo debito a sostituirlo. Tutti gli uomini del picchetto armato furono citati nell’encomio solenne e quelli che s’erano improvvisati vigili del fuoco, ebbero anche la loro meritata licenza. Soltanto il sottoscritto, non ricevette encomio, né gli fu concessa licenza premio, ma al contrario ci rimise la sua bella divisa fuori ordinanza e gli splendidi mocassini, frutto di notevoli sacrifici economici, considerato il magro stipendio che mi corrispondevano. Nota a margine: il sottufficiale assente ingiustificato, che se n’era andato a ballare come avrei voluto fare io e che surrogandolo avevo salvato dalla galera a Gaeta, non si degnò, neppure di pronunciare verso di me un ”grazie!”.

Conflitto a Fuoco

Era assodato!: la polveriera della Scuola d’Artiglieria di Sabaudia, nella quale prestavo servizio come sottufficiale, gliel’aveva contro di me. Posta a circa cinque chilometri dalla caserma centrale, sul litorale, subito dopo la spiaggia del mare, raggiungibile, anche da Ostia, Nettuno e Foce Verde di Latina con una strada litoranea, la quale, a quell’epoca (1952), era in precarie condizioni. Detta via di comunicazione, voluta dal Fascismo, alla caduta di questo, non v’era stata più fatta alcuna manutenzione e riparazione ed era percorsa con qualche rischio da cacciatori e pescatori; il terreno sul quale era stata edificata la polveriera, confinava con la suddetta strada e con il Lago di Paola, ricco di pesci d’acqua dolce e sulle sue sponde, d'uccelli acquatici. Dopo l’incendio, verificatosi in due capannoni, descritto nel precedente racconto, vi fui comandato come sottufficiale d’ispezione; dal pomeriggio del giorno prima sino all’alba del dì dopo, il periodo filò via liscio e tranquillo. Al sorgere del Sole, però una delle sentinelle, gridò per tre volte: “Chi va la?” a delle persone che s’erano introdotte nello spazio interno di sicurezza, attorno ai capannoni delle munizioni. Non ottenendo risposta, la guardia notando delle persone muoversi, diede l’allarme battendo con un pezzo di ferro su di un grosso bossolo vuoto, gridò ancora: “Alto la!” e sparò un colpo di moschetto per aria. Per tutta risposta una rosa di pallini da caccia gli sibilò vicinissima; corsi subito con le altre guardie non di sentinella verso il luogo degli spari e qui, se non ci fossimo gettati, immediatamente per terra, subito dopo un nuovo tiro, ci avrebbero ricoperto d’altri petali ... costituiti, però da pallini, sparati da fucili da caccia. A questo punto, non mi rimase altro da fare che ordinare: “Fuoco a volontà!”. Dopo qualche minuto, gli spari dei fucili da caccia cessarono e subito dopo, sentimmo il rombare di motori e lo sgommare d’auto che partivano a razzo; ce la vedemmo brutta e fummo fortunati a non essere impallinati. Dalla caserma centrale, nel frattempo dove avevano udito il rumore inconfondibile degli spari dei moschetti che avevamo in dotazione, arrivarono alcuni ufficiali e il picchetto armato; furono eseguite, subito delle accurate indagini, effettuata la raccolta dei bossoli dei proiettili sparati dai nostri fucili e le cartucce vuote, sparate da quelli da caccia e il rilevamento delle orme e delle tracce lasciate da coloro che ci aveva attaccato. In seguito, raccolsero i verbali redatti dal capoposto e da me; s’interrogarono, più volte i soldati che avevano partecipato al conflitto. Avemmo una serie infinita di seccature; non solo, poco mancò che non ci accusarono per eccesso di legittima difesa. Il comandante, la caserma centrale, denunciò il fatto all’autorità giudiziaria e il caso finì, addirittura sulla Stampa, che vi ricamò sopra una serie di servizi, non privi d'esagerazioni e d'inesattezze. Dopo qualche tempo, gli “aggressori” furono arrestati, processati e condannati. Si trattava d’alcune persone della Roma bene, a caccia di folaghe; le quali sorprese dalla sentinella in zona vietata, persero la testa e reagirono allo sparo della guardia in quella maniera così esagerata. Questo, quanto affermarono alla loro difesa. Io, invece rimango sempre del parere, che costoro erano, semplicemente i soliti sbruffoni altolocati e viziati, i quali credono di poter fare, sempre, tutto ciò che vogliono. Una cosa, in ogni modo era certa: quella polveriera mi portava iella! Forse, era anche “maledetta”, da quando un motociclista, facendovi ingresso a tutta velocità, si decapitò con la sbarra a righe bianche e rosse abbassata, che probabilmente lui non aveva notato e che era attivata a mano in entrata e in uscita dopo che chi doveva transitare sul posto s’era fatto riconoscere.

Sposo per scommessa

Il migliore amico che io possedevo alla Scuola d’Artiglieria di Sabaudia, nella quale prestavo servizio come sottufficiale, era il sergente Primo, senese; di corporatura media, non alto, moro, lineamenti tipici della razza ebraica, circonciso. In complesso, però un ragazzo ammodo, educato, signorile; teneva un'andatura particolare, elastica e atletica, studiata e voluta, secondo me, forse per dare la sensazione d’apparire più alto, elevandosi sulle punte dei piedi quando camminava. S’innamorò di una ragazza del paese, che io, avendo una predilezione per i nomi dell’antico testamento, chiamerò Ester; questa, tutti i pomeriggi si recava in chiesa per la recita del Santo Rosario. Primo la seguiva nel suo percorso, senza mai riuscire a trovare il coraggio d’abbordarla e un giorno mi confidò il cruccio; io cercai più volte e in tutti i modi di convincerlo, che in fin dei conti, non si trattava di un’azione tanto difficile da compiere, ma niente: lui seguitava ad andarle dietro e a struggersi di passione. Ogni qualvolta si recava in paese in libera uscita, io mi facevo promettere che le avrebbe tentate tutte per raggiungere lo scopo, ma erano parole gridate al vento; il suo comportamento mi provocava, alle volte, persino dei moti di stizza. Trascorsero tanti altri giorni e Primo restava, sempre allo stato iniziale del suo corteggiamento; perciò, una sera, più stizzito del solito, per stimolarlo ulteriormente, decisi io di dargli una dimostrazione pratica, ammetto, con modo di fare un po’ sbruffone e anche presuntuoso. Prima d’uscire da caserma, convinsi Primo a stringere un patto con me: se fossi riuscito nell’intento, m’avrebbe pagato una cena, in caso contrario, sarei stato io a pagarla a lui. Ci recammo in paese assieme e, dopo qualche tempo ... eccola!; passeggiare con una bambina tenuta per la mano, nella strada che portava al Lago di Paola. Ci accodammo a loro, attendendo il momento più propizio per farci avanti; io ebbi una sfortuna sfacciata o fu forse un segno del destino? Alla bambina sfuggì di mano un guanto e non se n’accorse. Lo raccolsi, poi, noi ci facemmo da presso ad Ester e io glielo consegnai; questa mi ringraziò, gentilmente della premura. Raccolsi anche un po’ di coraggio, chiesi scusa e domandai se anche lei e la bambina erano dirette al lago e se in caso corretto, potevamo percorrere la strada assieme; rispose Ester: “Si! Andiamo a vedere l’acqua per terra, come dice la mia nipotina e a percorrere la strada assieme, non ve alcun problema perché è di tutti!”. Arrivammo al lago e, insieme si ritornò indietro; strada facendo, parlammo delle solite cose sciocche e banali che si trattano in queste occasioni. Intanto il ghiaccio s’era rotto e la conoscenza era fatta. Venimmo a trovarci nella piazza principale del paese, Ester si congedò e se ne ritornò a casa sua; Primo non stava più dentro la pelle per la contentezza. Il giorno dopo, uscimmo dalla caserma, separatamente per concedere a Primo, se l’avesse incontrata di parlarle da solo. Dalla caserma, per raggiungere il paese, si dipartivano due strade; ciascuno ne scelse una diversa, ma il fatto volle, che io fossi il primo ad incontrare Ester. Ci salutavamo, stringendoci la mano, quando ecco raggiungerci, Primo, il quale, dopo aver salutato anche lui Ester, mi si rivolse dicendo:“Ciao Manca!”. Al che, Ester, esclamò, rivolta a me: “Allora lei sardo?”. Chiesi a mia volta: “Non le sono simpatici i sardi?”. “Al contrario, sono sarda anch’io!” Ribatté Ester. Si ruppero i formalismi e ci mettemmo a chiacchierare, soltanto Ester ed io, come vecchi amici, della nostra amata e per noi due, anche amara, terra; Primo non poté inserirsi nel dialogo. Capì che non v’era spazio per lui, salutò e andò via. Capii la sua profonda delusione e provai tanto dispiacere d’avergli procurato quell’involontario dolore. Mi rividi con Ester il giorno dopo e tutti gli altri che seguirono; avevamo tanto da rammentare della nostra terra. Ambi, eravamo come due stranieri emigrati, alla ricerca di un’esistenza tutta nostra e non sottoposta alla carità degli altri. Dopo tanti anni, quando le circostanze lo permisero, Ester ed io, ci sposammo e dopo molti lustri, stiamo ancora insieme, nel bene e nel male.

La Gelataia

La mia ragazza, Ester, ospite della sorella a Sabaudia, dove io prestavo servizio militare nella Scuola d’Artiglieria, s’ammalò e fece rientro in Sardegna, dove non avendo una sua famiglia, fu ospitata per essere curata dal fratello, Cesare, in casa della fidanzata di questo. Ester aveva un animo ipersensibile e soffriva molto per questo suo “vagabondare” e quasi d’elemosinare vitto e alloggio dai congiunti La sua lontananza incise profondamente, anche sul mio morale, perché mi sentii troppo solo e spaesato; vennero a mancarmi gli stimoli a continuare a lottare per l’esistenza e io mi lasciai andare nelle braccia dell’apatia. Gradatamente, anche la corrispondenza postale con Ester andò diminuendo, sino a cessare del tutto e senza che io fornissi giustificazione alcuna. La sera, quando uscivo dalla caserma, il più delle volte io mi rifugiavo in una gelateria, gestita da una bella ragazza, molto gentile e con un sorriso soavissimo; questa era d’origine veneta come tanti abitanti di Sabaudia, di carnagione chiara, bionda di capelli che portava corti e tirati all’indietro, lasciando scoperta una fronte molto spaziosa. Mi trovavo bene in quel locale e dopo qualche tempo, entrai persino in confidenza con colei che lo gestiva; erano molti gli uomini che la corteggiavano, ma lei, sempre con gentilezza gli respinse tutti. Una sera, illuso dalla particolare attenzione che mi dedicava ci tentai anch’io; seguii la stessa sorte di coloro che m’avevano preceduto ed erano tanti: eppure, n’avevo, quasi la certezza, nutriva per me un qualche sentimento che andava oltre l’amicizia. Intuivo che v’era qualcosa d’arcano in questo suo comportamento; una tarda sera, prima di lasciare il locale ormai deserto, a seguito di mie pressanti e forse, indelicate domande, questa mi comunicò d’aver fatto voto di castità. Nel frattempo m’esortò di non lasciare Ester, assicurandomi che non v’era altra ragazza migliore di lei per me. Ester, rimessasi in salute, dopo qualche mese fece ritorno a Sabaudia e riprendemmo, come se non vi fosse stata alcun’interruzione il nostro rapporto. Una sera, per strada, Ester ed io, incrociammo la “gelataia”; la salutammo, lei ci rispose con uno dei suoi meravigliosi sorrisi. Soltanto io, lessi in questo tutta la gioia di rivedermi assieme alla donna che mi stava al fianco. Dopo qualche anno che ero andato via da Sabaudia, vi feci un breve ritorno per incontrare e salutare i vecchi amici, in particolare, Primo e fu, proprio questo a rivelarmi che la “gelataia” aveva dato ... un figlio, al ... Cappellano Militare della Scuola d’Artiglieria, Don Antonello. Un uomo aitante, bello e affascinante e che - come sì sol dire - tutte le donne del paese sì “mangiavano con gli occhi”, quando il mattino presto, celebrava messa nella chiesa parrocchiale e fra le numerose fedeli che vi partecipavano, la più assidua, era proprio la “gelataia”. Molto tempo dopo, per caso, io appresi l’epilogo di quell’inconsueta storia d’amore: il cappellano aveva smesso l’abito talare e l’uniforme militare e aveva sposato colei che gli aveva donato un sì gran sentimento ed un figlio.

Ritratti

Su di una vasta estensione di terra sabbiosa, posta in posizione rilevata, riarsa dal Sole d’estate, battuta dai venti d’inverno, distante dall’agglomerato urbano, la quale, se non fosse stata circondata campi coltivati, strappati a suo tempo alla palude, si sarebbe detta facente parte dell’Africa, s’ergeva, massiccia, la caserma d’Artiglieria Contraerei di Sabaudia di proprietà dell’Esercito Italiano; un luogo allegro e ameno per chi era costretto a soggiornarvi, specialmente nei giorni delle solennità religiose. In questa, alloggiavano, allora, nei primi anni del 1950, all’incirca tremila militari e v’erano, rappresentate tutte le varianti delle personalità umane; io ne descriverò, qui di seguito, alcune.

Barbaro

Dopo un episodio accaduto in un’altra caserma sul Lago di Paola, pure dell’Artiglieria, nella quale avevo sorpreso il soldato Barbaro, un uomo alto, robusto, rude, grezzo e taciturno, mentre lui dormiva durante il suo turno di servizio di guardia e gli avevo portato via (senza che lui se n’accorgesse) il moschetto, per poi restituirglielo senza denunciarlo al Tribunale Militare, il suo comportamento con me, anche se non me l’aspettavo da uno come lui, era diventato più rispettoso e ubbidiente; certamente la galera doveva spaventarlo per nulla, considerato, che era arrivato a compiere il suo dovere di servizio militare di leva, con alcuni anni di ritardo, trascorsi “al fresco”. In virtù di questo suo particolare comportamento nei miei confronti, spesso i superiori mi chiedevano d’intervenire per convincerlo a montare di servizio quando gli spettava; ciò, non mi riuscì, però, il giorno della Pasqua del 1951. Ero stato comandato, per quel giorno di prestare servizio come Sergente di Giornata e fra i miei compiti era previsto, anche proprio quello di far preparare per tempo i soldati che dovevano montare di guardia ed accompagnarli ad un luogo di riunione, nel quale erano, preventivamente passati in rassegna dall’Ufficiale di Picchetto. Arrivò il momento di Barbaro e questo si rifiutò categoricamente, affermando che era giorno festivo e lui non se la sentiva proprio di prestare alcun servizio; io cercai di fargli capire che quell’adempimento, se non l’assolveva lui, era impossibile comandare un altro, perché presenti in caserma v’erano giusto soltanto gli uomini che dovevano assicurare i restanti servizi essenziali, perché tutte le altre persone in forza al reparto, erano in permesso pasquale nei loro luoghi d’origine. Non ci fu verso di convincerlo, anzi si mise, addirittura a giacere sulla sua branda. Mi fece veramente arrabbiare, anche perché dietro mio ordine perentorio, non si volle togliere dalla posizione assunta; io chiamai, allora quattro uomini dal corpo di guardia, ne misi due davanti e altrettanti dietro e, come se fosse una bara, ordinai che lo portassero, branda compresa in camera di punizione di rigore. Qui sarebbe stato ospitato, senza la branda, s’intende sul duro tavolaccio; a questo punto Barbaro cercò di levarsi dal suo giaciglio. Lo feci, allora immobilizzare e mandai a prendere un canapo, in altri termini, una grossa corda da traino e con questo feci legare Centrone, come un salame, al suo giaciglio; dopo di che lo portarono, come in processione sino alla prigione. Qui giunto, lo slegarono e a viva forza lo sospinsero dentro la camera di punizione. Ero molto preoccupato, perché, veramente non sapevo come sostituirlo; fortunatamente, però, Barbaro, convintosi che agivo sul serio e provato la scomodità dell’alloggio che l’ospitava, mi fece chiamare, s’arrese e, finalmente si decise a compiere il suo dovere. Quella decisione presa, a momenti, però, non mi costò molto cara, perché io fui accusato d’abuso d’autorità, ma accertata la provocazione, valutata la difficile situazione nella quale io m’ero venuto a trovare, me la cavai con cinque giorni di sala di punizione semplice; questa, comportava di non poter uscire dalla caserma nelle ore libere da impegni, di prestare ugualmente servizio di dì e trascorrere la notte, neppure a farlo di proposito, in una saletta attigua al corpo di guardia in cui, una nottata, montava di sentinella Barbaro, il quale, notata la mia presenza nella sala accanto, non fece altro, per tutta la durata del suo turno, che far giungere alle orecchie, attraverso una finestrella “a vasistas”, posta molto in alto e che era tenuta sempre semiaperta, degli scurrili insulti.

Pio

La recluta Pio, alto e allampanato, era sempre stato “un cocco di mamma”, tutto dedito a casa, scuola e chiesa; timido sino all’inverosimile, bigotto più di quelle vecchiette che soggiornano continuamente in un luogo sacro, sempre attento a non urtare la suscettibilità di qualcuno. Cerimonioso, ma ipocrita e vigliacco. Nel caso gli succedesse d’udire una bestemmia o una parolaccia, si faceva il segno della croce e recitava una preghiera. Per fargli fare la doccia, nudo, assieme ai suoi commilitoni, era necessario ingaggiare una dura lotta con lui e costringerlo a viva forza; non mangiava neppure una briciola del rancio: attendeva la libera uscita per andarsene a mangiare in ristorante. Mi misi, allora alla caccia di scuse per consegnarlo, con altre parole a costringerlo a restare in caserma; in tal caso lui mangiava panini imbottiti, dolciumi e beveva bibite allo spaccio locale. Io contrattaccai, convincendo il maresciallo che gestiva quella rivendita a servirgli soltanto qualche caffè; non s’arrese e si faceva portare da mangiare da quelli che andavano in libera uscita. Non m’arresi neppure io e spiegai ad ufficiali, sottufficiali e truppa, il mio scopo: da tutti ebbi collaborazione e nessun più fornì a lui cibo di sorta. Dopo qualche giorno, Pio soffrì i morsi della fame; dapprima iniziò col consumare la colazione, poi aggiunse il secondo piatto e la frutta del pasto di mezzogiorno, quindi la minestrina la sera e, alla fine: tutto ciò che ... “passava il nuovo convento”. Gradatamente, iniziò a conversare con i suoi camerati, a sopportare e prendere parte a scherzi, a partecipare ai “tornei di barzellette”, durante i quali i partecipanti dovevano raccontare la storiella più bella e anche la più ... “oscena” del loro paese d’origine; io non mi meravigliai più quando prese a fumare, lo sentii bestemmiare e pronunciare parolacce. La vita militare è fatta così: o ci sì “sveglia”, oppure si rincretinisce del tutto ed allora si diventa vittima dei “nonni”. Il giorno che Pio fu congedato, venne a salutarmi e mi disse: “Sergente! Io le devo molto. La ringrazio d’avermi fatto diventare uomo!” “Forse, un po’ troppo?” Nel senso che intendeva lui per uomo normale. Pensai tra me, considerati gli eccessi nei quali costui era caduto. Da quel giorno, decisi di lasciar stare certi puntigli.

Dorian & Petronio

Presento, adesso due “uomini”, appartenenti, anche loro al mio reparto. Dorian, era mingherlino, nervoso, moro, azzimatissimo; aveva la persona ben curata e pulita. Era d'origine calabrese, ma risiedeva in Milano; da borghese esercitava la professione di ballerino classico e in caserma si faceva esibire spesso: era molto bravo. Petronio, esercitava la professione del sarto; era nato e risiedeva in Milano. Era di corporatura snella, non molto alta; aveva i capelli di colore castano chiaro, quasi biondo. Le sue uniformi, compresa quella da lavoro erano impeccabili; lui era, inoltre, anche lui ben curato nella persona. Mi diedero l’impressione che si truccassero, leggermente, gli occhi e le labbra; in ogni modo erano dei bravi soldati e non s’aveva nulla da obiettare sul loro comportamento, anche se stavano sempre assieme e parevano legati, forse da un’eccessiva amicizia e confidenza. Non fecero, però mai un gesto o pronunciarono una parola che fosse fuori della norma, anche se, qualche volta da parte dei loro commilitoni fossero pronunciate delle frasi ambigue e delle metafore, alle quali non diedi peso, attribuendole al sarcasmo del linguaggio militare. Una notte, alcuni soldati, che sino allora, non se l’avevano sentita di fare la spia, per non provocare danni e, forse, anche per omertà, mi vennero a cercare nel mio alloggio; m’accompagnarono nella loro camerata e raccomandandomi di non fare rumore, con un bisbiglio, mi chiesero se io notassi qualche anomalia. Non è, che alla fioca luce dell’illuminazione notturna io potessi vedere, in ogni modo io non notai niente che fosse fuori posto; mi condussero, allora accanto ad una branda, nella quale sembrava dormire un uomo con tutto il capo coperto. Sollevarono le coperte e ... trovammo un fantoccio d’indumenti arrotolati nel senso longitudinale; io pensai a qualcuno che fosse fuori caserma, clandestinamente. Gli uomini, intuirono il mio pensiero, accennarono un sorriso ironico e mi fecero segno di seguirli. Nel silenzio, rotto soltanto dal ronfare o russare di coloro che dormivano, raggiungemmo un’altra branda; qui, completamente tappata, sembrava dormire un’unica persona piuttosto robusta. I soldati che erano venuti a svegliarmi, si disposero ai due lati del giaciglio; sollevarono, contemporaneamente coperte e lenzuolo di sopra e apparvero, teneramente avvinghiati, completamente nudi ... Dorian e Petronio. Immaginatevi la loro sgomenta sorpresa! I camerati presenti, m’assicurarono che quel gioco durava da lungo periodo; nel cuore della notte, quando sembrava che tutti dormissero, uno dei due s’infilava nel letto dell’altro e poi, per tempo, avanti della “sveglia” ritornavano al loro posto. I commilitoni, s’erano stufati di quel loro impudico comportamento e anche per ragioni d’ordine morale, avevano deciso di chiudere la storia. I due “amanti” erano stati diffidati e persino malmenati, ma come s’è visto, era stato tutto inutile; io dovetti redigere rapporto ai superiori. Sentiti i loro compagni, Dorian e Petronio furono inviati all’ospedale militare e da qui a casa. Non si conobbe la motivazione del loro congedo dall’Esercito

Arsenio

Era un bel po’ di tempo che da una camerata sparivano degli oggetti disparati: saponi da barba, saponette, dentifrici, spazzolini da denti, fazzoletti, mutandine e calzini, non militari, però. Si decise di operare una perquisizione; la truppa fu lasciata fuori del locale e gli ufficiali con i sottufficiali buttarono all’aria il corredo d’ogni soldato. Nello zaino d’Arsenio, con cura meticolosa, v’erano stati riposti tutti gli oggetti scomparsi; gli indumenti erano stati, persino lavati e stirati. Il cleptomane, perché d’uno di questi si trattava fu messo in prigione nell’attesa di mandarlo sotto processo per furto continuato. Nel frattempo, Arsenio, però, si mise a fare lo sciopero della fame, deciso a lasciarsi morire d’inedia, piuttosto che andare a finire in una prigione militare; giunse ad un punto, veramente critico, perciò, poiché non era un vero e proprio ladro, che non aveva rubato per lucro e che la sua, stando alle dichiarazioni dell’ufficiale medico, era una malattia, non fu deferito al tribunale militare e s’ebbe il massimo della pena che poté infliggergli il comandante della Scuola: trenta giorni in camera di punizione di rigore, altrettanti di semplice e non ricordo quanti altri dì di consegna in caserma. Terminata la punizione di rigore, ad Arsenio, fu comandato di prestare servizio nella cucina truppe; non appena iniziò il suo nuovo lavoro, dal luogo dove questo lavorava iniziarono a scomparire varie mercanzie: grossi barattoli di concentrato d’estratto di pomodoro, pezze di formaggio, scatole di cacao e di latte in polvere, sacchi di pasta e altro. Era ovvio sospettare d’Arsenio, ma questo si fece furbo e dopo avere pedinato alcuni commilitoni individuò i veri ladri e dove era nascosta e com’era fatta uscire dalla caserma la mercanzia; dopo di che, un giorno, pregò l’ufficiale dirigente le cucine di seguirlo. Lo condusse nel bosco attiguo alla caserma e pertinenza di questa; qui in un inceneritore che era usato raramente per bruciare cose infette, era nascosta tutta la refurtiva. La quale, era fatta uscire dalla caserma da un foro, nascosto dalla vegetazione, praticato nella sua rete di recinzione, delimitante la strada che portava in paese. Si fecero degli appostamenti e, finalmente come sì sole affermare i veri ladri, furono colti “con le mani nel sacco”, con gran soddisfazione d’Arsenio per essersi liberato da infami sospetti. Lui era ladro sì, ma di una categoria speciale, come le gazze gli piacevano soltanto gli oggetti in ordine, belli, lucidi, delicati (non ruvidi come quelli militari), appariscenti e ... profumati.

Dalto

Dalto era un tipo molto taciturno, forse troppo e ciò probabilmente si doveva al fatto che non conosceva quasi per nulla la lingua italiana e parlava uno strano dialetto, quasi incomprensibile: quello delle montagne, sulle quali viveva, forse in qualche elevata baita con le sue bestie, isolato dal mondo e dalla civiltà per buona parte dell’anno. Era robusto e tozzo, con un collo talmente grosso, taurino, che al momento della prima vestizione con i panni militari, non fu possibile trovargli una camicia con un colletto che riuscisse a circondare completamente, quella parte di corpo che sosteneva il suo massiccio testone e che rassomigliava tanto ad un ceppo ricavato da un tronco d’albero; per i polsi, il risultato fu identico in considerazione che la parte terminale delle sue braccia pareva quella di due grossi remi, aventi la circonferenza costante per tutta la lunghezza, salvo i prominenti bicipiti. Si dava il caso che essendo la caserma posta in prossimità di uno stagno, che non era, ancora stato bonificato e vi proliferavano miriadi d’insetti, fra i quali le maledette zanzare anofele, portatrici della micidiale malaria (mi ricordo che a tutti i militari di stanza in quella zona, oltre all’indennità di disagiata residenza n’era corrisposta, anche una detta “malarica”), per evitare le punture di detti insetti, specialmente d’estate e ciò costituiva col caldo una specie di penitenza, vigeva l’ordine tassativo, di tenere i polsi e il colletto degli abiti, completamente abbottonati, motivo per il quale, Dalto fu costretto a rimediare all’inadeguatezza delle camicie in dotazione, utilizzando per la bisogna del … sottile spago, che collegava l’asola col bottone e non soltanto per qualche trascurabile centimetro; era evidente che ciò non era decoroso per un rappresentante del glorioso Esercito Italiano, perciò all’esuberante recluta in questione non fu concesso recarsi in libera uscita nel vicino paese di Sabaudia, finché il sarto della caserma, mosso a compassione, non gli confezionò in tutta fretta due camicie su misura. Non erano, però, soltanto quegli organi del suo corpo ad essere eccezionali; mi ricordo la prima volta che con quelli della mia squadra l’accompagnai a prendere una doccia rimasi ammirato da quel fisico degno delle migliori sculture dell’antica Grecia: era, per l’armonia dei poderosi muscoli, la statua vivente di un atleta dedito alla lotta greco-romana che qualche testo di storia mi aveva mostrato. Non era da trascurare inoltre, la sua forza eccezionale, mi ricordo che un commilitone, a causa della rozzezza e del non brillante spirito umoristico, aveva preso a “sfotterlo” in maniera ossessionante, ma un giorno, Dalto perse il lume della ragione e potei assistere ad uno spettacolo impressionante ed eccezionale; la vittima agguantò a mezza vita il suo persecutore, un grosso uomo di non meno di due metri d’altezza e molto robusto, Colacone. Lo sollevò sul suo capo come se fosse un attrezzo per lo sport del sollevamento pesi, lo fece roteare vorticosamente e poi lo scagliò lontano da se, andando a cadere su d’alcune brande, le quali non ressero all’impatto e andarono in pezzi. Dalto, nonostante la sua, si sarebbe affermata, misoginia, fu un soldato modello e un “caricatore eccezionale”, in altre parole, quando si trattava di sparare con i pezzi, da novanta millimetri, duranti i quali con un sincronismo perfetto e una forza non comune era necessario introdurre nella culatta del cannone i proietti che mi pare pesassero sui dieci/dodici chili, era veramente uno spettacolo vederlo giostrare, come un giocoliere con dei fuscelli, quegli aggeggi graduati a tempo, che potevano, se non adeguatamente trattati, diventare, anche molto pericolosi. Dimenticavo d’informare che quando Dalto giunse in caserma, era, veramente un mezzo selvaggio; sembra strano in piena era atomica, ma fu così. Tanto per fornire qualche esempio, narrerò che nei primissimi giorni di “naja”, non c’era verso di convincerlo che per mettersi in branda a dormire era necessario svestirsi, tanto che dovemmo costringerlo a viva forza; in ogni modo in un particolare non riuscimmo mai ad averla vinta: quello di levarsi le calze. Giurò e spergiurò che lui da scalzo non era, assolutamente capace d’addormentarsi; sembrò sincero e alla fine convinse superiori e commilitoni di tenersi, almeno le calze e mantenne la parola di tenere sempre, perfettamente puliti queste e i piedi. Trascorso qualche mese, Dalto parve essersi emancipato, tanto, che mi convinse a concedergli il benestare per la concessione di un permesso di settantadue ore per recarsi a casa sua, in una regione montagnosa non molto lontana da Sabaudia; ma, per una speciale sensazione di preveggenza, che ha sempre guidato le mie azioni non mi sentivo per nulla tranquillo. Attesi perciò con trepidazione il rientro di quel mio diretto subordinato presso il corpo di guardia all’ingresso della caserma, anche perché, se non per altro, moralmente mi sentivo responsabile se qualcosa di brutto e di male gli fosse accaduto durante quel permesso per il quale avevo concesso il nulla ostare. Trascorse l’ora fatidica della mezzanotte del dì in cui scadeva la breve licenza e di Dalto, neppure l’ombra: trascorsi così l’intera notte, poi, di giorno dovetti smettere l’attesa e dedicarmi ai miei doveri di sottufficiale. Erano circa le ore undici, quando io fui convocato dall’ufficiale di picchetto affinché mi recassi presso di lui a prelevare quel membro della mia squadra e, badare ad accompagnarlo in camera di punizione per il ritardo accumulato nel rientrare in caserma; quel che mi sbalordì però, fu la vista di due graduati del Posto Polizia Militare presso la Stazione Termini di Roma. Questi riferirono che per ben due volte era comparso davanti a loro per chiedere chiarimenti come raggiungere la sua caserma, partendo col treno dalla stazione centrale di Napoli; informazioni che gli avevano fornito, non soltanto, ma avevano badato a fargli occupare posto su di un convoglio diretto a Napoli, con la calda raccomandazione di sbarcare alla stazione di Priverno Fossanova e da qui salire a bordo della corriera che l’avrebbe condotto a Sabaudia. Per rendere la storia breve, informo che per ben due tragitti Napoli - Roma e viceversa, Dalto non era stato capace smontare dal treno nella stazione dovuta e, quindi gli uomini della Polizia Militare di Roma, dove ormai era diventato noto, erano stati costretti riaccompagnarlo personalmente alla sua sede di servizio. La vicenda, però non finisce così, perché dopo qualche tempo ai poliziotti militari seguirono i verbali e le contravvenzioni delle Ferrovie dello Stato per tutti i viaggi effettuati da Dalto sprovvisto di biglietto e fu fortunato, perché trattandosi di un militare che doveva al più presto rientrare in servizio, i controllori non l’avevano costretto a scendere dai treni sui quali viaggiava clandestino a bordo. L’addebito delle Ferrovie gli fu sottratto dalla paga e il mio sfortunato soldatino, per lungo tempo non percepì la decade. In ogni modo, anche quell’esperienza servì a Dalto e, quando lasciò la caserma di Sabaudia, avreste trovato difficoltà a riconoscere il lui quella “burba, totalmente imbranata” che s’è conosciuto all’inizio di questo racconto. Era entrato promosso a pieni voti nella civiltà atomica. Qualche volta l’ambiente militare opera anche questi miracoli!

L’acqua calda

Dovendo effettuare una scelta dell’artigliere più ubbidiente, docile, timido, laborioso e benvoluto da tutti nella caserma dell’Artiglieria Contraerei di Sabaudia, nella quale prestavo servizio militare, all’inizio degli anni cinquanta, questo non poteva essere che Cecchini; era l’unico al quale io prestassi la mia bicicletta, certo che lui l’adoperasse con la massima cura e me la riportasse pulita e lucida. Cecchini, prestava servizio come attendente in casa di un ufficiale superiore. Una sera, ero di servizio come sottufficiale d’ispezione e, mi trovavo nei pressi del corpo di guardia quando arrivò Cecchini con le sue coperte al seguito, pronto per andare a dormire in camera di punizione, sul duro tavolaccio; io restai meravigliato di quell’avvenimento. Mi domandai che cosa poteva aver combinato quel ragazzo che era la personificazione della bontà e della gentilezza? Il fatto m’incuriosì molto, perché, era inimmaginabile che avesse fatto qualcosa di male; io lo convocai, perciò nel mio ufficio e gli chiesi perché si trovasse in quella situazione. Sulle prime non volle dirmi niente, poi, vista la mia insistenza e, soprattutto sentita la minaccia, di non prestargli più la bici, oggetto che amava moltissimo (da sempre aveva il desiderio di possederne una sua, ma non gli era stato mai possibile perché, era un contadino povero, figlio di miseri lavoratori della terra, i quali di soldi ne possedevano molto pochi), si decise a raccontarmi l’accaduto: la signora, moglie dell’ufficiale superiore al servizio del quale era stato comandato come attendente, stava nuda dentro la vasca da bagno, quando ad un tratto, chiamò presso di se il Cecchini e gli ordinò di strofinarle, con una spugna insaponata le spalle e la schiena e dopo di questo, di versare sulle parti del suo corpo l’acqua calda per risciacquarle. Per il povero Cecchini, fu come aver visto e sentito il diavolo tentatore; si rifiutò con decisione e uscì, immediatamente dal bagno. La signora, insistette ancora, più volte, ma il Cecchini fu irremovibile; l’ufficialessa, allora andò su tutte le furie e minacciò di fargliela pagare cara. Rientrato il marito, infatti, chissà che gli raccontò e il malcapitato attendente si trovò a dover scontare trenta giorni in camera di punizione di rigore; io credetti senza riserve al Cecchini, perché era, del tutto incapace di mentire e mi prese una rabbia feroce, per un’infamia del genere su di un uomo inerme. Decisi che qualcosa io dovevo fare e passai tutta la notte cercando di convincere il Cecchini a mettersi a rapporto col colonnello comandante, al quale raccontare la verità; era quasi l’alba quando io vi riuscii. La signora in questione, era ben nota nell’ambiente civile e militare per le intemperanze sessuali e i tradimenti coniugali: era proverbiale, che dopo aver fatto degli acquisti, dicesse ai commercianti di passare a casa sua ad “incassare”. Era, anche ben conosciuta la moneta con la quale eseguiva quei “pagamenti”. Il colonnello comandante ascoltò con attenzione il Cecchini, si rese, immediatamente conto di che pasta era fatto e, poiché gli erano noti i comportamenti, non moralmente ortodossi, della signora in questione, annullò, seduta stante, l’ingiusta punizione inflitta al povero attendente e lo fece rientrare subito in reparto a fare il soldato e non lo sguattero. All’ufficiale, marito della signora incriminata, fu sospeso, per punizione il beneficio di poter usufruire, gratis dell’opera di un attendente. La storia, ben presto diventò di dominio pubblico. Alle più volte cornificato coniuge, non rimase altro da fare che chiedere il trasferimento in altra sede per la vergogna. (Da “Spiragli 42” - Editrice Nuovi Autori - Milano - luglio 1998)

La Mitragliera

Un bel giorno, finalmente si realizzò il sogno dell’Artiglieria Contraerei italiana di possedere un’arma di piccolo calibro, molto maneggevole, precisa e, soprattutto capace con le sue quattro che crepitavano contemporaneamente, di produrre un volume di fuoco eccezionale. Contemporaneamente svanì l’incubo di una possibile strage, dovuta alla testardaggine di un alto ufficiale che passava per un genio inventore e che, avallato da altri alti “papaveri” dello Stato Maggiore, s’era intestardito a costruire un’arma del genere, utilizzando quattro bocche da fuoco da 20” montate su di un rudimentale affusto, privo d’idonee apparecchiature d’ammortizzamento dei rinculi e da un sistema di puntamento neppure approssimativo. Risultato: un’arma totalmente imprecisa e ingovernabile, eppure al suo uso era stato adibito un uomo di grossa mole e molto forzuto, al quale, però, spesso sfuggivano di mano le impugnature ed allora quelle canne, come impazzite si ponevano a sparare in tutte le direzioni, fortunatamente all’inizio puntate verso l’alto e, appena in tempo a smettere quando non era più esercitata una pressione sull’unico pulsante di sparo posto fra le suddette impugnature sottrattesi alla presa delle mani che dovevano governarle, altrimenti ci sarebbe stata la strage di tutti coloro che sfortunatamente si fossero trovati a transitare o sostare nei suoi paraggi. Tutto ciò accadde quando nel 1952, alla Scuola d’Artiglieria Contraerei di Sabaudia fu assegnata in dotazione provvisoria un esemplare della mitragliera quadrinata “Browning 12,7”. Era pervenuto, direttamente dal Comando N.A.T.O. in Germania, con lo scopo che questa, fosse prima ben conosciuta dall’Esercito Italiano e poi gli si sarebbe data in dotazione in un congruo numero d'esemplari; era un'arma modernissima, usata per la prima volta dagli Americani nella guerra di Korea. Si trattava di una mitragliatrice a quattro canne, le quali sparavano contemporaneamente, quindi con un volume di fuoco eccezionale; questa era puntata in tutte le direzioni da un congegno elettrico alimentato da una batteria d'accumulatori, che si ricaricava mediante un piccolo gruppo elettrogeno annesso alla stessa arma. Si comandava per il puntamento e lo sparo da una cloche tipo "aereo". Il tutto era alloggiato in una specie di torretta. Si trasportava, fissata sul cassone di un autoveicolo o trainata, per piccoli spostamenti: in tal caso s’applicavano due ruote al suo affusto piattaforme. Fu affidata al sottoscritto e al tenente Grandi, il quale, tale era per davvero per la sua altezza di quasi due metri; io non so come lui facesse a viaggiare da Sabaudia a Napoli e viceversa, dentro un’auto FIAT/500, vecchio tipo? Questo fu incaricato di tradurre la nomenclatura e le istruzioni d’uso e di manutenzione, dalla lingua inglese in quell’italiana; io di mettere in pratica tutto ciò che il tenente traduceva. In poco tempo l’arma non ebbe più segreti per noi; la collaudammo al tiro con ottimi risultati. Nelle prove ufficiali, collettive, non mi facevano sparare mai per primo, perché, data la sua precisione, non rimaneva, altrimenti, alcun bersaglio mobile per le altre armi, costituito da una manica a vento trainata da un aereo. Un mattino, mi comunicarono che l’indomani, sarebbe arrivata in caserma la Commissione N.A.T.O. per stabilire il nostro grado di conoscenza dell’arma e del suo uso, al fine di valutare se si poteva dotare l’Italia degli esemplari promessi. Mi recai subito presso la mitragliera per eseguire una manutenzione straordinaria e controllarne l’efficienza; sfortuna volle, che proprio quel giorno, la mitragliatrice ... non funzionava perfettamente, in particolare, non escludeva il tiro in un determinato settore, nel quale ci potevano essere mezzi e truppe amiche. Per poco, non mi prese un accidente; poi, poiché, fra scassata per rotta non esisteva differenza sostanziale, io mi dotai di quaderno e matita ed iniziai a controllare i fili dell’impianto elettrico, nel quale ero certo che v’era il guasto. Seduto per terra, provvedevo, a mano a mano che io procedevo ad annotare, per quell’intrigo di fili, il loro colore, la relativa morsettiera e il numero sulla stessa, dell’attacco al quale erano collegati, quando mi sorprese il colonnello comandante la Scuola, il quale, meravigliato mi chiese che stessi operando. Spiegai come stavano le cose. Volle sapere: “Chi l’ ha autorizzata ad intervenire?” La mia risposta non poteva essere che: “Nessuno!”. Esclamò, gelido: “In tal caso allora se domani non riuscirà a far funzionare quest’arma, io l’invierò a fabbricare gavette nel carcere militare di Gaeta!”. S’immagini la fifa che mi prese e in quali condizioni di spirito mi accinsi a proseguire la mia opera. Non fui, però, tanto sfortunato, perché rintracciai il relè responsabile del guasto al quale s’era spezzata una lamina di contatto; subito io lo smontai e lo portai al laboratorio elettrotecnico del Sergente Maggiore Costa, sassarese come me, al quale esposi la mia situazione. Questo m’informò che non esistevano in Italia ricambi elettronici di quel genere, ma che, in ogni modo avrebbe tentato di fare ciò che gli era possibile; io non dormii per tutta la notte. Il mattino dopo, con grand’anticipo, attesi Costa davanti al suo laboratorio. Questo mi riconsegnò il relè, in pratica ricostruito ex novo, al quale aveva lavorato per tutta la notte, di nascosto, perché in virtù della farraginosa burocrazia militare, si sarebbe dovuto autorizzare in forma ufficiale, scritta e sottoscritta da qualche alto “papavero” con stellette dorate alle spalline. In ogni modo, non mi garantì che avrebbe funzionato. Mi precipitai alla mitragliera; avevo poco tempo a disposizione prima che arrivasse la temuta commissione. Febbrilmente, seguendo le annotazioni riportate sul quaderno, ripristinai l’impianto elettrico smontato, mi sistemai al posto di combattimento dentro la torretta dell’arma, azionai la cloche, schiacciai il pulsante di comando di sparo, posto sulla stessa e ... miracolo! Tutto funzionava alla perfezione. Fu come se mi fossi tolto un grosso macigno che gravava sul mio stomaco. Arrivò il momento del collaudo ufficiale. Il colonnello comandante, era in uno stato di grand’apprensione: non credeva nelle mie rassicurazioni. Si rasserenò soltanto quando le prove previste d’uso e manutenzione diedero ottimi risultati, accompagnati persino dai complimenti degli esaminatori. Da quel giorno le mie quotazioni in caserma salirono notevolmente, così come crebbe anche la stima del Colonnello Comandante, il quale, ogni tanto, mi concedeva delle particolari agevolazioni, negate, sistematicamente, ai colleghi. (Da" Spiragli 42” - Editrice Nuovi Autori - Milano - luglio 1998. Scritto rivisto per ArtiglieriA).

Il Cannone

La Scuola d’Artiglieria Contraerei di Sabaudia, effettuava le prove di tiro al bersaglio mobile delle reclute in un poligono, che era delimitato di volta in volta con bandiere rosse, che costituivano, virtualmente i vertici e il perimetro del campo di tiro, una parte del quale ricadeva sul mare; questo, il giorno nel quale erano eseguite le esercitazioni era sgomberato sin dal primo mattino. S’utilizzava per le postazioni delle batterie di cannoni, mitragliere, radar, centrali di tiro, radio, telefono ed altro, lo spazio esistente ai lati della strada litoranea, della quale ho già parlato in un mio precedente racconto e che costituiva, perciò una specie di corridoio di servizio fra i vari mezzi impiegati. Un giorno, il gruppo, costituito da più batterie e ognuna di queste da un certo numero di cannoni, era al comando del ten. Col. Tiepolo, il quale aveva trascorso quasi tutti i suoi anni di carriera militare negli uffici dei ministeri e, perciò d’arme e della loro utilizzazione non ne sapeva proprio un bel niente, ma poiché doveva essere promosso al grado di colonnello, era indispensabile che facesse prima un periodo di tirocinio pratico di comando. Si dava il caso che l’unica mitragliera a quattro canne, fornitaci dal Comando Nato in Europa, affinché si conoscesse bene e ne facessimo la traduzione delle istruzioni d’uso e di manutenzione dalla lingua inglese in quell’italiana (s’era nel 1952), fosse usata, durante le esercitazioni di tiro, soltanto da me, per ultima; il comandante Tiepolo, poteva perciò disporre della mia persona per quasi tutta la durata delle prove di sparo. Mi teneva, allora accanto a se nella centrale di tiro, dalla quale partivano gli ordini e i dati di sparo automatici, i quali, però, potevano essere corretti manualmente con delle manopole riservate al comandante, capo di quelle manovre; in pratica, però succedeva, data la sua imperizia, che io lo sostituissi personalmente nell’introduzione diretta in centrale dei dati di tiro da corregge: lunghi, corti, alti o bassi, i quali dovevano essere valutati da lui, osservando l’andamento delle esercitazioni o gli suggerivo io le variazioni d’apportare Quest’ultimo caso fu possibile attuarlo soltanto una volta, perché anziché colpire una manica a vento trainata da un aereo che costituiva il bersaglio, si colpì, fortunatamente soltanto di striscio con qualche scheggia, il velivolo trainante. Trascorsero pochi minuti secondi e dall’aereo, giunse via radio la seguente comunicazione: “Andiamo via! Ritorneremo quando avrete imparato a sparare”. L’aereo virò, staccò la manica su terra ferma per poterla ricuperare e ritornò alla base; si sparava su questa, soltanto quando viaggiava sul mare. S'incolparono le povere reclute; chissà, invece che aveva capito e introdotto in centrale il comandante Tiepolo? Si rientrò in caserma e tutti i mezzi furono riposti nei luoghi loro riservati; soltanto un cannone fu parcheggiato in un viale interno della Scuola, in leggero pendio. Si lasciò li, perché più agevole ad essere agganciato ad un camion che doveva rimorchiarlo al più presto all’Officina Militare di Nettuno, nella quale doveva essere riparato. Ad un tratto un gruppetto di militari, che chiacchierava nei pressi, lo vide muoversi e dirigersi con sempre maggiore velocità, diretto al Circolo Ufficiali; in un attimo decisi. Mi misi a correre appresso al cannone, nel frattempo, i presenti gridavano: “No! No! E' troppo pericoloso!”. Lo raggiunsi, feci un balzo e saltai sull’affusto di quel pezzo da 90 mm. che pesavano qualche tonnellata, io agguantai la leva del freno a mano di stazionamento che era stata lasciata allentato e con tutte le mie forze io lo bloccai; seguì lo stridore delle gomme che strisciavano sul terreno e il contraccolpo dell’arresto di botto. Nel caso, avesse continuato nella sua corsa, avrebbe potuto demolire in buona parte la sala mensa e il ritrovo dei signori ufficiali. Non è, che dal comando della Scuola, io m’aspettassi medaglie, ma che so? Almeno un cenno d’apprezzamento. Dovetti accontentarmi degli applausi e dei complimenti dei commilitoni che avevano assistito allo spettacolo fuori ordinanza. (Da “Spiragli 42” - Editrice Nuovi Autori - Milano - luglio 1998).

La Caserma sul Lago

Tutte le volte che io montavo di servizio era un fatto raro che io non dovessi annotare qualche episodio curioso. Così, come avvenne una volta che io fui comandato a fare il sottufficiale d’ispezione nella caserma che l’Arma d’Artiglieria possedeva al Lago di Paola; era una bella costruzione, costruita in era fascista come dimostrava lo stile architettonico, era stata destinata a suo tempo a scuola d’addestramento della polizia portuale sino alla caduta del fascismo. Confinava per due lati al Lago di Paola, poco lontano da Sabaudia. Nel tempo riferito alla presente vicenda (1951), non era occupata da nessuno. V’era un bell’imbarcadero, del quale si servivano i signori ufficiali della caserma centrale, come attracco alle loro barche, con le quali se n’andavano in giro per il lago in gite romantiche, in particolare con “clandestine” a bordo. Con me, montò di servizio, anche il soldato Centrone, mia croce e delizia, del quale ho già parlato in precedenza (quello che il giorno della Pasqua del 1952 mi fece dannare perché non voleva montare di servizio di guardia); questo era arrivato ad assolvere l'obbligo militare a ventisette anni, perché, precedentemente n’avevo trascorso sette in carcere per reati comuni. Non che era un tipo pericoloso, ma menefreghista e imprevedibile, si!; gli spettò un turno di notte. Ufficiale d’ispezione, era il tenente Castelli: terrore di tutte le sentinelle. Questo agiva sempre in mala fede; studiava continuamente, la maniera migliore per sorprendere le guardie. Non si comportava mai come gli altri ufficiali comandati per quel servizio, i quali si presentavano al cancello d’ingresso e si facevano accompagnare dal capoposto nel loro giro di controllo; lui scavalcava muri e altri sistemi di recinzione, saltava larghi canali di bonifica e quelli di comunicazione del lago col mare, che costituivano anche confine d’aree militari. Quella notte, cercò di sorprendere Centrone, il quale lo sentì arrampicarsi sul muro di cinta; lo lasciò arrivare in cima e, immediatamente gli intimò: “Alto là! Fermo o sparo!”. Nel frattempo introdusse una pallottola nella canna del suo fucile. Il Tenente Castelli si dovette qualificare e gli ordinò di chiamare il capoposto, che era il solo a conoscere la parola d’ordine e a poterlo autorizzare a venire avanti; Centrone, a mezza voce, chiamò: “Capoposto!” “Urla di più!” Gli gridò il tenente. Centrone, con tono sommesso: “Capopostooooo!” “T'ordinò di gridare più forte!”. “Non ho voce sufficiente per gridare di più, in ogni modo, lei non s'agiti, altrimenti io la stecchisco!”. Andarono avanti così a lungo, finché il capoposto non arrivò con un’altra sentinella che doveva sostituire Centrone, il quale aveva terminato il suo turno; il caporale, finalmente poté riconoscere e liberare il Castelli. Questo, quando scese dal muro schiumava bava dalla bocca per la rabbia e poco mancò che non picchiasse la guardia che gli aveva fatto trascorrere quei brutti quarti d’ora in tutti i sensi: s’immagini un individuo in precario equilibrio su di uno stretto muro di cinta altro circa tre metri, col pericolo, a seguito di come si fosse comportato d’essere ucciso da una pallottola o di cascare dalla recinzione rompendosi le ossa. Già un’altra volta, in circostanze simili gli era andata bene, perché gli avevano fatto saltare via dalla testa, soltanto il berretto a visiera. Arrivò per Centrone un altro turno di guardia, ma chissà perché io non mi sentivo tranquillo, pur se l’ispezione, ormai c’era stata e non era mai successo che ne seguisse un’altra nella stessa notte, perciò Centrone non avrebbe avuto motivo di combinarne un’altra delle sue e se ne fosse potuto rimanere tranquillo. Ad ogni buon conto condussi con me il capoposto e andammo a fare un giro di controllo; arrivammo al luogo nel quale avremmo dovuto incontrare Centrone, ma di questo neppure l’ombra. Cercammo dappertutto, persino sui bordi del lago e dell’imbarcadero: niente! Volatilizzato! Non sapevamo più dove cercare e cosa pensare quando ... vidi spuntare dal folto di una grossa pianta di margherite, un paio di scarponi: appartenevano a Centrone, il quale s’era messo tranquillo, anche troppo! Questo, infatti, dormiva profondamente infilato sotto la pianta, tanto che non s’accorse di noi, neppure quando gli togliemmo il moschetto che teneva fra le gambe. Lo sostituii con un’altra guardia e lo lasciammo in quella posizione per vedere la sua reazione dopo il risveglio. Non successe niente di particolare, ad eccezione del rientro al corpo di guardia senza attendere la fine del suo turno: i commilitoni gli chiesero della mancanza del moschetto, io lo minacciai di deferirlo al tribunale militare, ma niente! Non pronunciò una parola, si distese su di una branda e riprese a dormire. Mi misi d’accordo col capoposto e con le altre guardie; gli restituii l’arma e non se ne parlò più del fatto. Tanto era quanto impartire una lezione ad un somaro. Dopo quest'episodio, ne capitò un altro, sempre al di fuori della norma. Alla fine della strada che portava in caserma, v’era un attracco per un barcone che traghettava da una sponda all’altra le persone che si recavano al mare, attraverso una lingua di terra, posta tra lo stesso e il lago. Avevamo appena terminato di consumare il rancio, quando suonarono con insistenza al campanello del portone d’ingresso; aprimmo e ci trovammo di fronte i traghettatori con su le braccia, una ragazza priva di sensi e grondante acqua da tutte le parti. Non sapendo che fare e mancando altre abitazioni nei pressi l’avevano portata da noi; era stata appena ripescata dal lago, nel quale s’era gettata dal pontile d’attracco. Non che fossimo esperti, in ogni modo, l’Esercito, qualcosa ci aveva insegnato in merito; la portammo, perciò nel corpo di guardia e qui successe un pandemonio indescrivibile: i presenti, erano, a sentire loro, tutti esperti in materia e volevano intervenire. Dovetti sudare le sette proverbiali camicie per fargli allontanare; restammo ad assisterla io, il capoposto ed un soldato che era iscritto fuori corso alla facoltà universitaria di medicina. Come prima operazione, la mettemmo supina su di un tavolo e sollevandola dalla parte inferiore del corpo e dandole dei colpetti sul dorso, riuscimmo a far fuoriuscire dell’acqua dalla bocca e dal naso; dopo di che, l’universitario la rivoltò verso l’alto e le praticò la respirazione artificiale, movendole dapprima le braccia e le gambe e premendo le sue mani, ritmicamente sul torace, infine le praticò quella cosiddetta “bocca a bocca” e, finalmente dopo del tempo che a me parve eterno, la ragazza, riprese i sensi. Le facemmo togliere gli abiti bagnati di dosso e la facemmo stendere su di una branda con delle coperte addosso. I soldati della guardia, allora gareggiarono per darle assistenza e confortarla; le misero un’altra montagna di coperte addosso, per combattere il freddo che era sopravvenuto. Le profferirono parole d’incoraggiamento; qualcuno le offrì del caffè. Qualche altro accese un fuoco per asciugarle i vestiti. La scena, fu, veramente commovente! Riuscimmo a conoscere, anche il motivo del gesto: attendeva un bambino, i genitori s’erano accorti del suo stato e l’avevano cacciata da casa. Lei, disperata, non sapendo dove rifugiarsi, aveva creduto di trovare una soluzione ai suoi guai gettandosi nel lago. Telefonai ai superiori del mio comando e riferii verbalmente di quel che accadeva e io chiesi disposizioni in merito; mi risposero che avrebbero provveduto loro a quanto era necessario e di stare nell’attesa d’eventi. Dopo non molto arrivò un’autoambulanza accompagnata dai carabinieri e portarono via la ragazza. Fui informato in seguito, che i genitori l’avevano ripresa con loro; che nacque un bel bambino e che il padre di questo l’aveva sposata. Venni a sapere, anche che i soldati, che il giorno del suo tentato suicidio, l’avevano assistita, la rintracciarono e quando avvenne il lieto evento, si quotarono e le fecero un bel regalo. La ragazza e il padre del bimbo erano di modestissime condizioni economiche e nel suo gesto, aveva giocato un forte ruolo, anche la miseria. Uno di quei ragazzi, in nome di tutti, tenne a battesimo il bambino e so che ottemperarono sino in fondo il loro dovere di padrini, supplendo al suo sostentamento quando i genitori non lo poterono assicurare appieno. In fondo, avendo contribuito a salvargli la vita, era un po’ come se ciascuno di loro vantasse una quota di paternità. Compreso Centrone. (Da “Spiragli 42” – Editrice Nuovi Autori - 1998

Sesso Ambulante

Era un periodo nel quale, molte reclute della Scuola d’Artiglieria Contraerei in Sabaudia, nel 1951, s’ammalavano di blenorragia, volgarmente detta “scolo”; era una vera e propria epidemia. Una sera, l’ufficiale che doveva montare di servizio di picchetto, venendo in caserma in auto dal paese nel quale lui dimorava, per iniziare il lavoro, al suo arrivo, mi riferì, quale sottufficiale d’ispezione, d’aver notato un notevole andirivieni di militari da e per un bosco che confinava con quello della caserma e m’ordinò, di recarmi con due guardie sul posto ed accertarmi di quel che avveniva. Raggiunsi con le guardie, il bosco in questione e, c’inoltrammo in questo, in silenzio e senza farci notare arrivammo ad uno spiazzo. Una scena, non certo edificante si parò davanti al nostro sguardo; si trattava di una fatiscente capanna costruita con delle frasche, su di un giaciglio di foglie e di fieno, una giovane e anche bella meretrice, vendeva il suo amore. All’ingresso del simulacro di capanna, una disgustosa megera riscuoteva le “marchette” e regolava l’afflusso dei clienti, ma quel che ci fece più ribrezzo, fu il particolare, che con un lurido pannolino che usava per tutti, cercava d’ottenere lo stesso risultato di un bidè pieno d’acqua pulita e di un pezzo di sapone. Non resistemmo oltre a quell'esibizione, irrompemmo nello spiazzo e in “flagranza di reato”, “fermammo” e poi, noi stessi, le conducemmo in caserma, dove io redassi un dettagliato rapporto, che io consegnai all’ufficiale di picchetto. Questo, a sua volta informò i diretti superiori e avvertì il comandante della locale stazione dei carabinieri; il quale, però ci pregò di tenerle noi, momentaneamente in custodia in caserma, perché la camera di sicurezza loro, era già occupata e non avevano altro posto dove custodirle. Subentrò in noi il problema di dove alloggiarle. Alla fine si decise di sistemarle nella saletta di punizione riservata ai sottufficiali, su due vecchie brande senza materassi, che non s’utilizzavano più, nell’attesa di essere dichiarate ufficialmente “fuori uso”. Detta saletta, era contigua al mio ufficio di sottufficiale d’ispezione e aveva una porta a vetri nella parte superiore, che si poteva munire di antine dall’interno. Da quando arrivarono, quelle meretrici, subito crearono scompiglio ad iniziare dal personale di guardia: tutti volevano vedere la più giovane, queste, intanto strillavano, piangevano, mi supplicavano di lasciarle andar via, ma poiché in quel modo non riuscivano ad ottenere alcun risultato, la meno vecchia ricorse alla seduzione, denudandosi e assumendo posizioni oscene ed offrendo tutto il suo corpo in cambio della libertà; colpa di quelle antine, le quali non si potevano collocare dall’esterno e noi non entravamo per evitare qualsiasi contatto fisico. Non lasciarono dormire per nulla tutto il personale del corpo di guardia, perché andarono avanti per tutta la notte con le loro sceneggiate, sino a che non vennero a prelevarle i carabinieri. Scomparvero dalla circolazione In pochi giorni, grazie alle cure con antibiotici, la situazione sanitaria in caserma ritornò alla normalità. (Da “Spiragli 42” - Editrice Nuovi Autori - Milano - luglio 1998).

La Chiesetta sul Lago

Era posta su di un promontorio che s’affacciava sul Lago di Paola, in quel di Sabaudia (Latina), dove io prestavo servizio militare nella locale Scuola d’Artiglieria. Correva l’anno 1952. La chiesa, non era più grande di una cappella ed era lì da qualche secolo, sin da quando le paludi pontine la circondavano. Probabilmente a quei tempi, era raggiungibile soltanto per via acquea; ora una stradina l’univa al paese. Vi s’officiava raramente, tranne che nel mese di maggio che rimaneva aperta al culto della Madonna; la costruzione, pur nella sua semplicità, era graziosa. All’interno, a parte gli ex voto, era povera d’effigie, di statue e d’arredamenti; era annessa a questa, una piccola sagrestia, sul retro. Il sito ove sorgeva era fascinoso e romantico e una gran pace vi regnava; per questo era meta delle passeggiate assieme alla mia ragazza. Una sera ci attardammo e fummo sorpresi dalla notte. Stavamo per andar via e toh! ...Arrivò un frate in bicicletta che non ci notò, questo era seguito da una robusta contadina, pure lei in bici e anche lei non ci vide perché eravamo molto nascosti. I due entrarono in chiesa e si chiusero la porta alle spalle; dopo qualche minuto, giunse alle nostre orecchie, dalla sagrestia un trambusto infernale. Non si capiva che succedeva. Io la mia ragazza, c’infondemmo coraggio a vicenda e ci accostammo al locale di cui sopra, dotato di una finestra, la quale aveva le antine aperte; l’interno era disseminato da numerosi ceri accesi. Al chiarore emanato da questi ci si parò davanti la seguente scena. La donna, con i capelli scarmigliati e le vesti semi discinte, gridando, fuggiva davanti al frate, ansante e paonazzo in volto, che con la parte inferiore del saio, sollevato oltre l’altezza dell’inguine, l’inseguiva. Raccattai, allora da terra una grossa pietra e picchiai con violenza contro l’intelaiatura della finestra; il trambusto cessò d’incanto, le luci si spensero e io e la ragazza fuggimmo a gambe levate nell’incipiente oscurità. Ammetto che il presente racconto, non è poetico come il luogo dove noi ci trovavamo, io però lo ritengo ugualmente ameno e degno d’essere narrato.

Lilia

Prestavo servizio militare a Sabaudia, correva l’anno 1952 e stufo di girare in questa e nei suoi paraggi, assieme ad un collega che possedeva una motocicletta, ogni tanto, per cambiare, effettuavamo una capatina alla non lontana cittadina di Terracina. Un giorno, arrivammo nella suddetta località mentre vi si celebrava la sagra dell’uva, con una parata di bellissimi carri allegorici, sui quali facevano sfoggio di grazia e di bellezza, le fanciulle del luogo. C’immergemmo anche noi fra la folla che ai lati del corso principale della città, plaudeva al passaggio dei suddetti veicoli e, mentre stavamo col naso all’insù ad ammirare le “baccanti”, due di loro ci centrarono in pieno viso con un paio di grossi grappoli d’uva; eravamo in uniforme e il fatto ci mise un po’ in imbarazzo, mentre le lanciatrici si contorcevano dal ridere. Quella che aveva fatto centro sul mio volto, era indicata da un cartello come “La Regina della Festa”. Non ci staccammo dalle vicinanze del carro, anzi, gesticolando e ammiccando verso le ragazze, lo seguimmo sino alla fine del suo percorso; le fanciulle scesero dal veicolo e ci vennero incontro sorridenti, ci chiesero scusa, ci presentammo e scambiammo qualche battuta spiritosa. Erano due splendide fanciulle: Lilia, era mora con occhi grandi, neri e profondi, alta, slanciata, con portamento atletico (seppi in seguito che era campionessa laziale di nuoto). L’altra, della quale, non mi rammento il nome, era una sfavillante rossa, di statura media e dalle forme prorompenti. Chiacchierammo per un po’ della città e della festa; dopo di che vollero accomiatarsi per rientrare nelle loro case. Ci offrimmo d’accompagnarle e loro acconsentirono; erano tutte e due figlie di pescatori e abitavano nei pressi del porto canale. In prossimità delle loro abitazioni, volevano proprio lasciarci, ma tanto insistemmo che alla fine le convincemmo, dopo aversi tolto il pittoresco costume che indossavano e cambiato abito, a venire con noi a fare due passi e a sorbire un caffè assieme. Da quella sera in poi, quando gli orari di servizio lo consentivano, ritornammo a Terracina; nacque, così un tenero sentimento e Lilia me lo manifestò, ma mi confidò, anche che era reduce da una profonda delusione amorosa, perciò se non ero sincero, era meglio tagliare il tutto sul nascere: un’altra delusione le sarebbe stata fatale. M’ero, veramente innamorato di lei, ma ero anche legato ad Ester, la ragazza del mio paese, alla quale, nonostante quella nuova passione, volevo ancora bene e alla quale avevo fatto, promessa ufficiale di matrimonio che intendevo mantenere; venni così a trovarmi in conflitto fra due sentimenti e non riuscivo a rinunciare a nessuno d’essi. Fui egoista e vigliacco, non dissi nulla a Lilia e continuai a frequentarla a lungo, ma è proprio vero il proverbio che dice “che il diavolo fa le pentole e non i coperchi”. Le due ragazze, chiesero informazioni a Sabaudia, dov’era molto nota la mia situazione sentimentale e quella del collega; l’ultimo incontro che avemmo, questo fu veramente infelice. Le ragazze ci riferirono delle informazioni assunte e ci chiesero conferma o meno della loro veridicità; a quel punto, io non me la sentii più di continuare a mentire e ammisi la mia vigliaccheria. Non scorderò mai quei momenti. Lilia parve ricevere una pugnalata al cuore, non un suono uscì dalla sua bocca, s’incurvò portandosi le mani al petto, il volto s’impietrì e lo sguardo rimase come vitreo e fisso nel vuoto. Riuscìsoltanto a fare un gesto imperioso: quello d’andar via. Ubbidii subito con immensa vergogna e altrettanto rimorso. Trascorse del tempo. Non avevo più notizie di Lilia e così una domenica mattina, montai sulla corriera da Sabaudia per Priverno Fossanova e da qui sul treno sino a Terracina; un percorso piuttosto vizioso e molto noioso, ma era l’unico possibile con mezzo pubblico. Non sapevo neanch’io perché avessi intrapreso quel viaggio: forse il rimorso di chi ritorna sul luogo del delitto? Forse, ero ancora innamorato di Lilia e desideravo rivederla? La sua richiesta di non deluderla per evitare di ferirla ancora e fatalmente, risuonava continuamente nelle mie orecchie. Un fatto era certo: desideravo sapere come stesse in salute. Era una giornata piovosa, fredda e triste come il mio animo; trovandomi in uniforme, non mi era permesso di usufruire di un parapioggia. Dalla stazione ferroviaria di Terracina, sotto l’acqua che cadeva dal cielo, fitta e insistente, mi mise in cammino verso la casa di Lilia che era piuttosto lontana. Arrivato nei suoi pressi, mi misi, però a girovagare attorno a questa senza avere il coraggio di bussare e chiedere notizie della ragazza. Deluso, mi rimisi in marcia per ritornarmene da dov’ero venuto. Avevo fatto pochissima strada, quando da un portone usci l’amica di Lilia; questa mi riconobbe, mi venne incontro e mi chiese con molta sorpresa, perché mi trovassi in quel luogo. L'esposi, francamente quel che passava nel mio animo e io le chiesi notizie della sua amica. Mi rispose, che stava malissimo, era ricaduta in profonde crisi depressive e si trovava ricoverata in una casa di cura. Non volle dirmi dove, per volontà di Lilia, affermò. Non so descrivere quanto mi sentii meschino e quanto, il rimorso che covavo nell’animo, si dimostrò tremendo e lacerante. Sono passati tanti anni, sono quasi vecchio, ma ogni tanto quel ricordo m’assale e non lascia rimarginare del tutto, la ferita che ho nel cuore. Ritornai in caserma, avvilito e stremato e per giunta, con gli abiti addosso, completamente intrisi di pioggia. (Da “La Parola e l’Immagine” - 50&PIU’ Editore –Roma - dicembre 1998).


Carla

Nel frattempo che prestavo servizio militare di carriera (anni 1951/1953), nella Caserma d’Artiglieria Contraerei di Sabaudia, la perla dell’agro pontino con a disposizione il Mar Tirreno, il Lago di Paola, la foresta demaniale e il Monte del Circeo: non c’era che l’imbarazzo della scelta per gite e vacanze. Avevo ricoperto per un mese l’incarico di direttore della mensa sottufficiali, e a fine dell’opera, quando io mi recai a saldare i fornitori, ciascuno di loro m’abbonò una discreta somma, come da consuetudine; con quei soldi io acquistai una magnifica bicicletta di tipo sportivo, leggera ed elegante. L’agro pontino, pianeggiante è intersecato da numerose strade nazionali, provinciali, forestali, interpoderali e costeggianti il lago, anche per chi vuol fare del ciclismo dilettantistico non c’è che l’imbarazzo della scelta. In quel periodo, dopo la storia d’amore con Lilia, finita male, mi sentivo depresso e irrequieto come non mai. Desideroso di evadere dai luoghi e dalle persone, quasi tutti i pomeriggi liberi dal servizio, inforcavo la bicicletta e come un dannato, vagando senza meta e a caso, percorrevo le strade più sopra citate; era estate e potevo io usufruire di molte ore di luce diurna. Fuggivo da tutto in quel periodo e in particolare dalle donne, che mi hanno fatto sempre soffrire, iniziando dalla mamma, la quale da bambino mi staccò da se per inviarmi a studiare in un paese lontano, presso una zia arcigna, che m’incuteva timore e soggezione: fui per questo molto infelice; ma nonostante i miei tentativi, era scritto nel destino, che qualcuna, ugualmente, si mettesse di traverso sulla strada. La prima di queste, in quel periodo fu Carla. Una sera, raggiunsi, sempre in bici, Latina. Dopo aver posteggiato, a pagamento, il velocipede, mi misi a passeggiare avanti e indietro, sul corso principale di quella cittadina; io indossavo l’uniforme militare e non essendovi in detto luogo soldati di stanza, ero come una luce bianca che attrae la curiosità delle falene. Evidentemente, era una di queste farfalle, seppure con sembianze di donna, quella, che mi camminava ora davanti, poi dietro e qualche volta a lato; Il coleottero umano mi fissava sfacciatamente e mi sorrideva con insistenza. Ad un certo punto, uscì dal mezzo della folla e con il capo mi fece un segno inequivocabile di seguirla, io finsi di non aver capito e lei replicò l’invito e s’avviò in direzione del parco pubblico; non v’era alcun dubbio: gliel’aveva con me. Iniziai a seguirla, lei si fermò, attese e poi, con voce roca e colma di desiderio bisbigliò: “Ti prego! Seguimi, ma a distanza”. S’incamminò, raggiunse un posto non illuminato e deserto e si fermò ad attendermi; quando le fui vicino mi rimproverò dolcemente: “Quanto ti c’è voluto per capirmi? Forse non sono il tuo tipo?”. Non seppi rispondere altro, che: “Al contrario, sei molto attraente e ... mi piaci!”. Aggiunse lei: “Mi chiamo Carla, e tu, certamente, mi hai già giudicato male, ma, non è ciò che tu pensi. Non vado con tutti! Vedi?”.Affermò mostrandomi una vera nuziale e aggiunse: “Ho un marito che è un mostro, mi picchia e mi trascura sessualmente”. Continuò: “Ecco perché, dato il mio temperamento, sono costretta, ogni tanto a mendicare un po’ d’amore e, in un certo senso, a vendicarmi del marito. Dei miei concittadini, io non mi fido, perché potrebbero riferire e allora sì, che per me sarebbero guai grossi; ecco perché ho scelto te che sei forestiero e ... mi piaci”. Terminò, implorando: “Ti prego, prendimi! Qui, subito, in qualsiasi maniera”. Era una splendida donna sui trent’anni, coi capelli biondi, lunghi, sciolti sulle spalle. Gli occhi? Non riuscii a cogliere il loro colore, ma scintillavano; lei era, anche alta, slanciata e dotata di un seno ancora sodo e prorompente. Indossava un lungo abito rosso, molto attillato che metteva in risalto le sue forme armoniose, era allacciato sul retro da una chiusura lampo che volle io le aprissi, per essere agevolata, nei movimenti. S’avvinghiò a me e fu come se tutte le forze della natura esplodessero: un uragano umano. M’abbracciò come se volesse stritolarmi. Essendo più alta di me, mi sollevò, letteralmente dal suolo e lei mio baciò con le sue labbra incandescenti; di lì ad un po’, io mi ritrovai nudo dalla vita in giù, appoggiato alla spalliera di una panchina con lei attorcigliata come una serpe, che premeva e si dimenava sul mio corpo, lasciandosi sfuggire grida soffocate di piacere. Non so come feci ad uscire indenne da quella impari lotta. Dopo che la tempesta s’acquietò, ci ricomponemmo. Mi ringraziò, mi salutò e non volle che io le andassi dietro. Mai più incontrai altra donna che sapesse donare ad un uomo tanto piacere quanto, Carla; io ritornai più volte a Latina, ma non vi fu un bis di quell’episodio così, eccezionalmente piacevole


Myryam

Un caldo pomeriggio, con la solita bicicletta percorrevo la strada provinciale Latina Sabaudia, immerso in non liete considerazioni; io rientravo in caserma e come il solito, il pensiero della tristezza che trovavo in questa e il senso di solitudine che m’opprimeva, pur fra tanti commilitoni, mi causava uno stato di profonda angoscia. Non avevo, essendo volontario, neppure la speranza, come quelli di leva, che dopo un non lungo periodo, sarei ritornato a casa mia; ma che ci sarei tornato a fare, poi, in questa, se n’ero fuggito via? Non avevo lavoro, i genitori che ostacolavano il mio rapporto sentimentale con la ragazza che amavo; era stato, veramente un brutto periodo per me. Distratto dalla ridda di sentimenti che sconvolgevano il mio animo, quasi non m’accorsi d’essermi accodato ad un’altra bicicletta, condotta da una ragazza; io m’affiancai a lei e rivolsi qualche banale parola. Mi rispose in modo gentile, non infastidita dalla mia presenza; ne venne fuori, come succede in questi casi un dialogo. Chiacchierammo del tempo, dell’ambiente nel quale vivevamo e del nostro lavoro e in proposito lei mi specificò che lavorava in Latina, da dove proveniva, in una piccola fabbrica nella quale si confezionavano camicette per donna. Appresi tanti altri particolari su di lei; la sua età, che non aveva alcuna relazione amorosa, in quale via era situato il luogo di lavoro e a che ora del pomeriggio terminava di lavorare. Nel frattempo che pedalavo accanto a lei, ogni tanto voltavo la testa nella sua direzione e la scrutavo; era di corporatura media, mora, non bella. Aveva un comportamento simpatico e una voce calda e carezzevole; indossava una scollata camicetta bianca e un paio di pantaloni di tela grigia, chiari. La sua sagoma, era perciò molto visibile sulla strada ed io, invece quasi io le andavo a finire addosso. Arrivammo, così ad una caratteristica casa forestale, piuttosto ampia e con numerose dipendenze attorno; era posto sul limitare di un bosco. Era la casa nella quale abitava Myryam con la sua famiglia ed era stata assegnata al padre dal Corpo Forestale dello Stato perché prestava il servizio di guardaboschi; ci fermammo davanti al gran cancello rosso. La ragazza smontò dalla bici, mi saluto, aprì il cancello e scomparve in quella che doveva essere una rimessa. M’ero trovato bene con quella ragazza e così il giorno dopo, di pomeriggio, montai sulla corriera da Sabaudia e mi recai a Latina; conoscevo i suoi orari e il luogo di lavoro e, perciò, senza pensarci troppo, mi ritrovai ad attenderla davanti al laboratorio, dal quale, dopo un po’ le ragazze che vi lavoravano, sciamarono via garrule. Mi piazzai sulla traiettoria di Myriam a sbarrarle il passo; questa si fermò sorpresa e mi parve anche contenta. Rotto il primo momento d’imbarazzo, prendemmo a passeggiare, spontaneamente per le vie della cittadina, chiacchierando del più e del meno come due vecchi amici; il tempo trascorse veloce e arrivò il momento per lei di mettersi in viaggio, in bici, per tornarsene a casa. Prima del distacco, mi feci audace e le proposi per il giorno dopo di viaggiare in corriera, che le dava la possibilità di restare più a lungo a Latina; acconsentì e rimanemmo d’accordo di rivederci l’indomani sera. Il giorno dopo, mi piazzai, nuovamente in un punto della strada, davanti alla fabbrica ad attenderla; ed eccola, dopo un po’ venirmi incontro sorridente.

Non vestiva più i pantaloni, ma indossava una corta gonna, che, ovviamente le lasciava scoperta la parte inferiore delle gambe e, com’è nella natura dell’uomo, mi misi a scrutarle, ma qual che vidi, mi provocò quasi uno shock e un forte senso di repulsione che Dio, non mi perdonò e vi dirò il perché: nella parte inferiore di una gamba di Myryam, fra stinco e polpaccio, v’era una larga, lunga e profonda cicatrice dai contorni frastagliati, molto deturpante, che le partiva da sotto il ginocchio e le arrivava sino al malleolo. Myryam, s’accorse dell’alterazione dei miei lineamenti ed esclamò: “Brutta! Vero?”. Fortuna che non mi altera il funzionamento dell’arto ... mi hanno travolto alcuni corridori durante una gara ciclistica”. Non seppi cosa rispondere ed evitai commenti; trascorremmo, in ogni modo la serata assieme. A stento, riuscivo a mascherare quel brutto senso di repulsione che m’aveva preso e nonostante ciò, a sua richiesta confermai l’appuntamento per il giorno dopo, anche se sentivo che non l’avrei onorato. L’indomani, mi ritornarono in mente le parole di Lilia: “... tu se non sei sincero: è meglio troncare il tutto sul nascere!”. Capii, che non sarei mai riuscito a sopportare la visione dell’orrenda cicatrice che deturpava la gamba di Myryam senza disgusto; nel frattempo mi dispiaceva farle attendere invano il mio arrivo a Latina. Confidai la situazione nella quale m’ero trovato impegolato all’amico fraterno, Furnò; questo per tranquillarmi m’assicurò che si sarebbe recato lui a Latina a giustificarmi con una scusa plausibile: mi sentii, ancora una volta un essere meschino. Per chiudere, Furnò si reco quella sera a Latina e tante altre, ancora. S’innamorò dei sentimenti di Myryam; non diede eccessiva importanza alla cicatrice, la quale, in seguito dopo un’operazione di chirurgia plastica, quasi scomparve. Si fidanzarono e dopo qualche tempo seppi che s’erano pure sposati. Tornando al castigo di Dio. Mia moglie, dopo il parto del suo terzo figlio, unico maschio, fu colpita da una grave forma di trombo flebite, che le lasciò l’estremità di una gamba e parte del piede, annerita dalla sclerosi, impressionante a vedersi, tanto che è costretta a tenerla sempre coperta da una calza elastica non trasparente. Mi sono convinto che era una lezione del Buon Dio, per insegnarmi che nella vita avrei dovuto essere più tollerante nei confronti di Myryam. Tutte le volte che vedo la deturpazione di mia moglie, questa mi richiama alla memoria la ragazza in questione ed, una specie di rimorso m’attanaglia l’animo per non aver saputo reagire alla ripulsa che provavo nei suoi confronti.

Wally

Wally, entrò ed uscì dalla mia vita come una meteora nell’atmosfera terrestre. Era una fantastica ragazza bionda, con una folta capigliatura, mossa e inanellata, che le ricadeva sulle spalle; aveva la carnagione ambrata, gli occhi verdi com'è, alle volte l’acqua del mare. Era alta e slanciata con un fisico asciutto, che metteva, ugualmente in risalto le sue rotondità, aveva gambe lunghe e nervose, un modo sensuale di muoversi, il suono delle parole richiamava alla mente lo scorrere dell’acqua di un ruscello. Era, in una parola affascinante; raramente ci s’imbatte in fanciulle così belle e perfette: una stupenda visione! Dimorava, anche lei a Latina, ma era nata in Romagna; suo padre esercitava il mestiere di conduttore di corriere pubbliche nel Lazio. Wally, aveva un cugino che prestava il servizio militare di leva in Sabaudia, Loris e, nonostante io fossi sergente e lui un semplice soldato, nacque, ugualmente fra noi una profonda e sincera amicizia. Loris, mi parlava, spesso in maniera entusiasta della bella cugina, e una domenica, per avvalorare le affermazioni, chiedemmo un permesso e ci recammo a Latina a conoscere l’oggetto del vanto; io vi garantisco che appena la vidi, rimasi abbagliato dal suo splendore e quasi non riuscivo a spiccicare parola. Tutta la famiglia ci accolse con gioiosa cordialità; inutile asserire che io non staccavo mai lo sguardo da Wally e pendevo dalle sue labbra, fui, semplicemente ammaliato da lei. Nell’andar via da quella casa ci salutarono calorosamente e affermarono che potevamo ritornare da loro in qualsiasi momento l’avessimo desiderato; terminarono affermando che l’uscio della loro abitazione sarebbe stato sempre aperto per noi. Quell’invito, certamente non cadde nel vuoto per me. Ritornai in quella casa, anche da solo e fui sempre accolto con gentilezza e calore; entrai in confidenza con i suoi abitanti e quasi, divenni uno della famiglia. Dopo qualche tempo, riuscii ad uscire da solo con Wally, per recarci a passeggio e, alle volte, al cinema (erano gli unici passatempi a quei giorni); non ci crederete! In quelle ore che restavamo da soli, io non riuscii a dichiararle la cotta che io m’ero preso per lei: mi pareva già troppo bello starle accanto, parlarle e camminarci assieme. Era come un sogno e, io avevo paura che le mie parole avrebbero potuto farlo svanire; soltanto una volta, l’espressi il sentimento che nutrivo per lei. Successe una sera, che m’accompagnò sino alla corriera, che utilizzavo per il mio rientro a Sabaudia e io avevo occupato posto dal lato dei finestrini; durante l'attesa che il mezzo partisse e lei, ovviamente s’era venuta a trovare dalla parte esterna del vetro, completamente appannato, mi venne l’idea di scriverci sopra, rovesciate come se fossero riflesse da uno specchio, le parole: “Ti amo!”. Il tempo sufficiente a leggerle e poi, col fazzoletto, cancellai via subito il tutto. Feci appena a tempo a vedere il sorriso smagliante di Wally, il suo capo muoversi in senso d’assenso e le mani gestire, come per dire: anch’io! Quel viaggio di ritorno mi riempì di gioia e di speranza. Ho già accennato, che ero restio nel palesare i sentimenti a Wally; perché un oscuro senso di preveggenza ha sempre accompagnato i miei passi. Sensazioni alle quali, spesso non ho dato retta con gran mio scapito. In ogni modo, nel caso in questione, quelle premonizioni, forse inconsciamente mi hanno condizionato. Spiego ora il perché. Per molti giorni, per esigenze di servizio non potei recarmi a casa di Wally. Dopo che ciò avvenne, avvertii, subito che l’atmosfera che vi regnava, non era più la stessa: non più accoglienza cordiale, ma piuttosto “fredda”, anche se pur sempre gentile e educata. Mi fecero accomodare nel salotto buono e non nella cucina com’erano soliti fare; la conversazione fu futile e banale. Ad un certo punto, però la mamma di Wally, mi chiese di prestarle particolare attenzione e mi comunicò che s’era accorta dei sentimenti che io nutrivo nei confronti della sua figliola, ma che questi non potevano avere un seguito: Vally, era fidanzata con un giovane che ricopriva un’elevata posizione sociale. Nel periodo che io la conobbi, questa s’era appena “lasciata” con questo e per una specie di vendetta, aveva accettato la mia corte discreta e la compagnia. Questo fatto, forse come sperato, aveva ingelosito l’ex fidanzato, il quale s’era ripresentato, pentito e implorante a riprendersi Wally; la quale, seppure, ormai contraria, a seguito delle forti pressioni dei suoi familiari, i quali, non intendevano perdere i benefici indiretti che ne sarebbero derivati a loro con l’apparentamento con un uomo ricco e potente, alla fine aveva capitolato. Morale della favola. M’avevano usato com’esca per riprendersi il “pollo”. Ripeto: io lo sentivo e perciò non mi rammaricai per niente. Forse, ero soltanto infatuato delle grazie di Wally. A distanza di tanto tempo, oggi mi viene soltanto da ... sorridere.

Servizio di Ordine Pubblico

Ritengo d’avere avuto l’onore di partecipare, forse all’unico caso, nel quale l’Arma d’Artiglieria Contraerei sia stata impiegata in servizio d’ordine pubblico. Erano i giorni, immediatamente susseguenti all’attentato, durante il quale fu ferito l’allora Segretario Nazionale del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti. In tutta la nazione, accadevano manifestazioni, anche violente di protesta da parte dei cittadini aderenti ai partiti d’estrema sinistra; si temeva addirittura un colpo di stato e la cittadina di Sabaudia non fu esente da detto clima di rivolta verso le autorità costituite. Le quali paventavano il peggio. Tanto più, perché l’amministrazione civica era governata dai partiti di sinistra e, inoltre, nelle ultime elezioni politiche, anche i militari di truppa, di stanza nella caserma della Scuola d’Artiglieria, quasi tutti provenienti dalla Liguria, Emilia e Toscana; i quali avevano votato nei seggi allestiti nella suddetta sede, avevano espresso la grandissima maggioranza dei suffragi, proprio a favore dei partiti della sinistra. Per tale motivo pervenne dalle alte gerarchie militari, dapprima l’ordine di intervenire nella maniera più idonea e con gli uomini più fidati a dare aiuto alle forze di polizia, al fine di disperdere la folla assiepata e scalmanata per le strade e poi di non adibire ai servizi di sorveglianza e di guardia ai locali e ai mezzi della caserma, i militari di leva. Per il primo problema si trovò una soluzione abbastanza geniale e originale, perché il Colonnello Comandante, mi pare si chiamasse Demartino, ordinò agli uomini fidati di recarsi nella cittadina con i pezzi da quaranta millimetri agganciati agli automezzi, di pattugliare in continuazione le strade in maniera tale da evitare il formarsi di gruppi consistenti di facinorosi e, io debbo affermare che la trovata funzionò a meraviglia. Quel che ottenne il maggiore effetto fu il fatto che, quei pezzi “leggeri”, condotti magistralmente, ai quali con dei particolari accorgimenti di conduzione degli autoveicoli ai quali erano agganciati, era impresso una specie di “sculettamento” come quello di certe donnine allegra che vogliono richiamare l’attenzione di qualche avventore, incuteva timore e perciò la gente si teneva bene alla larga dai cannoni; a ricordarmi bene, ancora oggi, mi viene da sorridere. Il secondo problema fu risolto, ugualmente in maniera brillante, perché, temporaneamente la scala gerarchia fu annullata per il primo gradino, nel senso che la truppa fu esentata da qualsiasi servizio, disarmata e consegnata dentro le camerate; perciò, i sottufficiali e i volontari, montarono di guardia e i più anziani di piantone. Gli ufficiali inferiori sostituirono i sottufficiali e quelli superiori ricoprirono i ruoli di quelli subordinati: in sostanza fummo tutti, temporaneamente retrocessi di grado. Fui comandato dalle ore ventiquattro alle quattro successive a prestare servizio di sentinella al parcheggio degli automezzi, confinante con il limitare di un bosco, il quale rasentava la strada pubblica, che portava in caserma e, qui m’accadde un fatto curioso. Avevo appena subito l’ispezione del Maggiore Cardoletti, che fungeva da ufficiale di picchetto: una simpaticissima figura d’uomo, torinese, con l’eterna pipetta fra le labbra, scapolo impenitente e gran donnaiolo, (uno di quelli che usufruivano dell’imbarcadero dell’ex caserma della polizia portuale,per montare a bordo della sua barchetta con clandestine al seguito, in gite romantiche sul Lago di Paola); il quale mi teneva in molta considerazione e benché di grado, molto più elevato del mio, non disdegnava la mia compagnia, fosse altro per aiutarlo a mettere in moto la sua auto, sempre a terra con la batteria, spingendola a mano e a fornirgli da accendere la pipa, perché, eternamente sprovvisto di fiammiferi. In compenso, però, mi coinvolgeva, qualche volta in avventure galanti, sempre con donne d’alto bordo e mozzafiato. Ad un tratto, aggirandomi tra i veicoli, non mi prese un colpo apoplettico: netto e distinto giunse alle mie orecchie il rumore di un ticchettio; non v’era dubbio, con i tempi che correvano, io pensai subito a qualcuno che aveva scavalcato la rete di recinzione della caserma e favorito dall’oscurità e dall’intrigo del bosco … aveva piazzato una bomba ad orologeria. Forte, però dell’esperienza vissuta a suo tempo nella Scuola Sottufficiale di Spoleto alle prese con un gatto, anche questa volta non lanciai l'allarme e, tolta la sicura, col mitra spianato m’accostai cautamente alla fonte del rumore; da non credersi quali sgraditi scherzi gioca il silenzio notturno e … la fifa: era semplicemente un tergicristallo, che inavvertitamente, perché non era piovuto, era stato posto e lasciato in funzione.

Il furto della cassaforte

Non sono informato adesso, ma quando vi ho alloggiato io, con me, nella caserma di Sabaudia v’erano circa tremila uomini fra ufficiali e sottufficiali in congedo richiamati per aggiornamento, maro' della Marina Militare, in addestramento comune con gli artiglieri dell’Esercito, corsi di specializzazione per volontari allievi sergenti e d’istruzione per le reclute; per questo motivo, la sera lo spaccio dell’esercito, considerate le scarse evasioni, che offrivano la vicina cittadina di Sabaudia, era sempre gremito d’avventori e l’incasso pingue. Questo, alla fine della giornata, era conservato in una cassetta da campo, munita di robusta serratura, nell’ufficio del maresciallo gestore, per essere l’indomani mattina versato nella cassa della caserma. Tale particolare, era stato, evidentemente, ben notato da qualche male intenzionato, che sempre alligna in qualsiasi ambiente, il quale, forse in degna compagnia progettò e realizzò un sostanzioso furto; fatto sta che un inizio di giornata, lo sbalordito gestore non rinvenne al suo posto la piccola cassaforte. Non si riuscì a capire come, con tanta sorveglianza in giro, il colpo sia perfettamente riuscito, senza lasciare alcuna traccia d’effrazione o di scasso, tanto che a momenti s’accusò lo sventurato maresciallo di simulazione. Da quel mattino la permanenza alla Scuola d’Artiglieria divenne un inferno; perquisizioni improvvise a non finire, adunate interminabili ad ogni ora del giorno e della notte e in qualsiasi condizione meteorologica nel cortile centrale della caserma, finché non fosse stato scoperto, il o i colpevoli e ricuperata la refurtiva. Si dava il caso che proprio della mia squadra facesse parte un pregiudicato, arrivato con qualche anno di ritardo a prestare il suo servizio e, nonostante gli approcci con lui fossero stati alquanto burrascosi, perché pretendeva da me un trattamento speciale e non avendolo ottenuto, mi aveva persino minacciato d’uccidermi, affermando che una notte sarebbe venuto a trovarmi nel mio alloggio per dare un seguito alle sue parole. A quelle minacce, mi tolsi un coltello a serramanico, tipico della mia terra, glielo mostrai e con ostentata sicurezza, anche se morivo dalla fifa, affermai: “Tu sei calabrese, vero? Sei una coccia dura, vero? Sappi allora che io sono sardo e la mia testa è dura quanto la tua. Sei ha coraggio, una di queste notti, vieni a trovarmi? T’aspetto!” Per farla breve, il tipo poco raccomandabile, non mise mai in atto il suo progetto, anche se mi costrinse per qualche tempo in uno stato angoscioso; probabilmente, però aveva apprezzato il mio ostentato coraggio e, gradatamente smise di propormi di tenere un comportamento privilegiato nei suoi confronti e, anzi, gradatamente diventammo quasi amici. Dopo il furto venne da me a lamentarsi che non resisteva più al trattamento che era stato imposto a tutti gli ospiti della Scuola e, mi domandò se v’era qualche possibilità d’uscire da quella situazione al più presto; bluffando risposi: Me lo chiedi? Sai benissimo come fare: devi semplicemente comunicarmi i nomi dei ladri e il luogo dove si trova il “malloppo”, ti do la mia parola, che io non svelerò mai la fonte dell’informazione!”Russo, così lo chiamavano, dopo aver meditato a lungo sulle mie parole, si decise e mi svelò, ciò che considerata la sua esperienza, aveva certamente appreso e con lui anche qualche altro, anche se quella volta “radio artigliere” non aveva comunicato alcuna notizia in merito. Mi misi a rapporto col mio comandante di batteria e svelai l’arcano. Un congruo numero d’artiglieri fu subito munito di badile e gravine, disposto su di un fronte nel bosco adiacente la caserma e comandato di sondare ogni palmo di terreno selvoso; non ci volle molto tempo e ben presto, da sotto qualche centimetro di terra ben mimetizzata dalla vegetazione del sottobosco e dalle frasche, riaffiorò la “cassaforte”: s’attendeva soltanto che le acque si fossero calmate per essere riesumata e vuotata del suo contenuto. Il malloppo fu ricuperato, ma gli autori del furto non furono mai scoperti, perché Russo m’aveva svelato, soltanto che la cassetta giaceva sottoterra fra gli alberi.

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