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Sergente Colletto

A cura di Roberto Coletto

Introduzione

Ernesto Colletto, meolese, classe 1913, ha combattuto come sottufficiale d’Artiglieria nella Divisione “Sassari” prendendo parte alla guerra coloniale in Africa Orientale, poi nella campagna 1941-1943 di occupazione dei Balcani, dove rimase ferito. Dopo la guarigione fu inviato a presidiare i territori costieri in Italia in previsione dello sbarco degli Alleati.

...e non sono mica storie, eh! È vangelo.

Ernesto Colletto con il pronipote Giulio (11.8.2004)

Prefazione

Quando è finita la guerra, non è finita la guerra.

“Io sono partito del ’33 che non avevo ancora vent’anni…. Sono partito la settimana santa e sono andato a Trieste…”. Comincia così l’intervista-racconto di Ernesto Colletto (ma il curatore del suo racconto precisa che la partenza per il sevizio militare del nonno è dell’aprile ’34). Sui novant’anni è lecita qualche imprecisione anagrafica che non muta e non altera la sostanza, il contenuto della storia. Si parte per il “servizio militare” per un’avventura giovanile tra l’entusiasmo e l’ingenuità di un giovane di campagna forse al suo primo viaggio importante via dal suo paese e un po’ anche di normale ambizione. E qua ci si fa le ossa. Si impara uno stile di vita, a vivere con i commilitoni, a obbedire ai superiori… Signor sì… ad usare un “pezzo”, a sparare una granata… “Istruzione, istruzione, istruzione…” e un analfabeta – come si autoqualifica il nostro soldato – diventa caporale. Però! Si è già in carriera… perché a dicembre dello stesso anno (1934), Ernesto Colletto è caporal-maggiore, “capo pezzo del 2° pezzo; pezzo base”… Il racconto continua, gli episodi si susseguono con la vivacità e la precisione di chi li ha più volte “ripassati”, dopo, nella mente. Incisi insomma nella memoria, come i luoghi attraversati “lungo quella strada che da Trieste andava a Fiume. Quanto andavamo avanti sotto il sole, con una strada grande asfaltata, con sole, Maria Vergine”. Italia, Croazia. Poi ci sarà il “congedamento”? Si parte invece per l’A.O., Africa Orientale 1936. E si parte da Napoli ad imbarcarsi… “prima i muli, dopo il materiale, dopo per ultimi i cristiani”. Il linguaggio qui, come in tutto il racconto, è spontaneo, autentico, popolare, efficace. Perché “i cristiani” sono le persone, i soldati… “Maria Vergine, …insomma, insomma… per qua c’era …per di qua c’era…”. E si passa il Canale di Suez… Somalia, Mogadiscio …Eritrea”… in cima alla ghiaia, correndo su strade di sabbia, oh, Maria Vergine … che “fumera”…. Riaffiora il linguaggio sobrio e schietto di chi non ha preoccupazioni espressive, letterarie, per fortuna… E l’incontro con il cugino Emilio riporta l’atmosfera di casa, di allora, naturalmente; impensabile oggi anche nelle rare famiglie patriarcali di campagna, rimaste. Ma le operazioni di guerra portano il nostro futuro sergente, appunto, in Eritrea… a Gibuti… verso Addis Abeba…. E poi a vedere la casa del Negus… Alcuni di questi nomi abbiamo imparato a conoscerli, noi, da bambini a scuola con le nostre maestre. E più tardi altri… Asmara … Massaua… dopo aver ricevuto l’ordine di rimpatrio quando la divisione del generale Boscardi “era andata mollata…”, era abbandonata, lasciata, perduta. Nel marzo del 1937 da Massaua… a Napoli…. E quindi a casa, ossia a Meolo… dopo aver ricevuto “congedo provvisorio, idoneo sergente…”. “Partito all’inizio della Settimana Santa e venuto a casa il Giovedì Santo… E allora… festa e festa e festa…”. Bello, quasi commovente il riferimento che Ernesto fa all’acquisto con le poche “palanche” che aveva presso Attilio Longhetto della bicicletta, “la Bianchi, che è ancora qua” o subito dopo del suo viaggio a Treviso con la mamma, “poveretta” ed Emilio “a prenderci il vestito, il paltò, le scarpe, la camicia, la cravatta, la giacchetta… il cappello, il vestito alto e basso. Tutti eravamo vestiti, tutti di nuovo perché io ho “imprimato” solo un vestito nel tempo della mia vita, fino ai vent’anni, sennò portavo sempre quelli dello zio Vittorio”. Il vestito “imprimato” senza la griffe… Storie d’altri tempi, ma vere. Negli anni del ’37, ’38, ’39, non c’è sempre quiete… Altri richiami e nel ’39, appunto, con la “licenza agricola”, rientra e si sposa sul finire dello stesso anno. Da non dimenticare che nell’ottobre del 1936, Ernesto aveva ricevuto una onorificenza prestigiosa per “le operazioni militari svolte in A.O. (Africa Orientale), ” firmata B. Mussolini. E il racconto, solo in partenza frammentario, ci sposta sul fronte della vicina Jugoslavia, nel 1941, là dove terre come Pola, Fiume, Trieste, l’Istria, già italiana, e Villa Nevoso, sono contese. Le prime battute dell’intervistato manifestano un senso di nostalgia e di amarezza per luoghi che parlavano italiano, mai dimenticato… e ora in pericolo. Ci sono episodi che Ernesto ricorda con la lucidità di eventi appena accaduti “…uno scoppio, uno dei miei uomini era montato su una mina… viene su notte… scuro… all’imbrunire…” e il giorno dopo si sa che c’è un ”uomo morto, il mulo morto e uno accecato agli occhi completamente, un uomo come me, anche più grande, Giovanni Fontanel…, era qua di Lison… Faceva l’amore, aveva la morosa e lo ha sposato lo stesso sebbene era rimasto orbo…”. Il racconto sembra di uno oramai abituato “alla morte”… La guerra lascia il segno, anche in chi vive, a volte per sempre… Marce forzate, di giorno, di notte e “là allora vedevi noialtri spara e spara e spara e spara… e vedevi i nemici che scappavano… Andava avanti la fanteria o le camicie nere o i bersaglieri…” e “là ti tendevano…”, ti aspettavano… E più avanti altra pagina di dolore; è battaglia… poi al rientro “dalla stanchezza mi sono perso via”, mi sono addormentato… È guerra in Croazia… ed Ernesto ferito nel ’43 sarà ricoverato in ospedale a Sebenico e poi a Fiume e infine ad Abbazia. Quindi in Italia, a Senigallia, non ancora guarito con le “sudarioe della morte”… Non era finita la guerra in Italia perché si aspettava lo sbarco degli Alleati e “là c’era la nostra divisione che doveva “tenderghe” agli Inglesi”, stare attenti… badare… Incontri in Italia con soldati conosciuti in Jugoslavia. “Oh Maria, guarda il sergente Colletto…”. Siamo alle ultime battute. La guerra è alle porte… Roma… e qui ricorrono i nomi di Badoglio, Mussolini, Brennero… tedeschi… Sembra storia di ieri e quando il narratore (Ernesto) racconta della loro uscita da Roma, riferisce il discorso del capitano “bisbigliando”. Si può rivivere dopo sessant’anni la tensione e l’emozione di allora… “E allora avanti, e piano, e piano, e piano, e piano e avanti e avanti…”. Lasciano Roma per Firenze e poi Venezia… Si fanno i nomi di Mestre, del Terraglio e Gaggio … “Insomma ci buttiamo quieti, quieti (6 volte) … quando siamo a Meolo, vediamo Meolo e allora saltiamo giù…”. A casa finalmente. Cannoni, mitragliatrici someggiate, mortai, mine, morti… niente si dimentica più… Ma la pagina più triste, più dolorosa si scriveva sulle nostre terre, in qualche casa, fuori vista, dove si consumavano disumane atrocità, senza attenuanti, senza giustificato motivo. Chissà … Una scelta sbagliata di campo? Ma c’era chi aveva creduto con convinzione, in buona fede spesso, a volte per ingenuità o perfino per necessità… Fede in un ideale? Certo. Errore? Ma chi ha diritto di uccidere? “Puoi immaginarti. La guerra era uguale ad adesso. Quando è finita la guerra non è finita la guerra”. La storia non ha ancora decantato tanti momenti e fatti che hanno lasciato rancori mai spenti, ferite profonde. Le rimarginerà il tempo? Ernesto, a cui avremmo desiderato chiedere di dirci una parola definitiva sulla guerra che fosse anche di speranza, se ne andò in pochi giorni, venerdì 16 dicembre 2005 – ospedale civile di San Donà di Piave. Che cosa resterà ai suoi ma anche a noi? Il racconto che il nipote Roberto ha raccolto nelle pagine che abbiamo appena letto è rigoroso, spontaneo, non celebrativo e pertanto non retorico, per ricordare qualcuno che merita di essere ricordato avendo dato tanto al Paese o, come si diceva in quegli anni, alla “Patria”, senza pretesa alcuna, senza aver cercato né tratto alcun vantaggio per sé ma con la faccia e la mente pulite di chi ha agito con onestà. Sul racconto del nonno-sergente, il nipote non interferisce mai. Ascolta e registra. Ecco perché quelle paole diventano documento, storico forse, umano sempre. E non c’è risentimento né odio in esse. Le 37 foto che correlano il testo, meriterebbero studio a parte. Gruppi di soldati davanti all’obiettivo, volti di giovani sereni, per lo più… La guerra sembra sempre lontana… Eppure dal ’33 o ’34 passeranno dieci anni fino alla fine, all’epilogo… Al ritorno, per chi è ritornato, non ci fu voglia di parlare per tanto tempo. I racconti si faranno più avanti quando le “cose” saranno ormai cambiate. Ma una stagione in armi durata dieci anni circa ha segnato poi – come si diceva – una vita intera. Prof. Ernesto Gallo Meolo, 23 dicembre 2006

Il servizio di leva

Io sono partito del ’33 1 che non avevo ancora vent’anni, perché li facevo l’11 di agosto; sono partito la settimana santa 2 e sono andato a Trieste. Da Trieste mi hanno portato in distaccamento a Zaule 3, il Reggimento era il 34° di artiglieria della Divisione “Sassari” 4. Zaule si trova a Trieste ma fuori, verso l’Istria diciamo; lì facevamo sei mesi, e sei mesi li facevamo a Villa Nevoso 5. Insomma quando siamo arrivati a Trieste per l’istruzione, hanno sorteggiato gli uomini ai pezzi e mi tirano fuori Servente al pezzo. Servente al pezzo, vuol dire che mi mettono Artificiere; c’è una truppa davanti, devi graduare, devi sparare in aria una granata che scoppia in aria insomma, e tu devi graduarla all’altezza di un chilometro, mezzo chilometro, venti metri, trenta metri d’altezza o passa, conforme ai gradi che ti danno i comandanti. Beh, così si faceva istruzione, istruzione, istruzione; avevamo un capitano Iannone, Capitano Iannone Tommaso e il Tenente invece sottocomandante di batteria si chiamava Tenente Maltese ma il nome non me lo ricordo e aveva preso un‘affezione per me, insomma, facendo istruzione al pezzo, perché sai caricavi, scaricavi, caricavi……; calibro 75/13, obice, che una volta era austriaco. E allora là facevamo tutta questa istruzione; ogni volta che andavi là facevi istruzione al pezzo e avevi sempre questa granata da graduare e sempre artificiere. E questo Tenente, che aveva preso affezione per me, ha detto: − “Colletto, te ti faccio Caporale”. Eh!? Io ho tirato fuori scuse che non ero qua, che ero là, che ero analfabeta, che avevo poche scuole, che questo, che quello. Niente da fare. Ha preso così tanta affezione che ha detto: − “Io ti faccio Caporale!”.

Caporale Ernesto Colletto, il terzo da destra evidenziato con un puntino nero.

E io non volevo, insomma, tant’è vero che minacciava di mettermi in prigione. Dopo ha insistito insomma che quando ero più avanti, quand’era ora proprio di mandarmi al comando di Reggimento per avere il titolo di Caporale,………….erano Caporale Maggiore quelli della classe del ’12 che dovevano dopo congedarsi, quando noi saremo passati graduati, Caporali Maggiori e capi pezzi. In settembre od ottobre loro li mandavano a casa, dopo i diciotto mesi 6. E insomma chiama un Caporale Maggiore là, Baldan si chiamava, questo qua era dalle parti di Mestre. E sul pastrano aveva i gradi da Caporale. E un soldato gli ha tolto i gradi da Caporale da lui e li ha messi sulla giacchetta mia. Caporale Colletto Ernesto. Manda via la notifica al comando di Reggimento. Dopo, quando viene fuori l’ordine di fare i Caporali Maggiori, il primo Caporale Maggiore viene chiamato Colletto Ernesto. Capo pezzo del 2° pezzo; pezzo base. L’unico pezzo che sparava i tiri, che faceva i tiri da permanente. Facevamo i tiri che si andava al campo e si andava su e giù. Allora prendevi e facevi, il pezzo che assisteva al tiro era sempre il pezzo base, il 2° pezzo, i primi tiri erano suoi e dopo se gli andava bene, quando gli andava bene, il cannone sparava giusto. Allora, dopo, mettevano a posto anche gli altri pezzi e gli davano con urgenza, gli davano o il sito, o l’alzo, o la direzione, per metterli tutti paralleli. E insomma io non volevo, insomma dai avanti e indietro, insomma mi fanno Caporale e Caporale Maggiore 7. C’è poco da ragionare: capo pezzo. Allora montavi di guardia, montavi d’ispezione, non d’ispezione, eri il sergente di settimana, comandavi la batteria per tutta la settimana. Tutti i servizi della batteria li comandavi tu. Veniva fuori l’ordine del giorno dalla fureria e dopo tu dispensavi, c’erano gli uomini da mandare a spesa foraggio, c’erano gli uomini da mandare a spesa viveri, c’erano gli uomini da mandare a brusca-striglia, a fare tutti i mestieri. Il servizio batteria è come una famiglia e io dovevo comandargli a tutti! E avanti, avanti, avanti, avanti….

Una cartolina spedita il 12 marzo 1935 da Emilio Colletto, cugino di Ernesto, che si trovava a Mogadiscio, in Africa orientale. I cugini si incontreranno nel 1935 a Belet-uen in Somalia.

C’era un giorno…, adesso bisognerebbe che andassi indietro, quando ero Caporale. Siamo andati al campo, quando sono stati nominati i Caporali Maggiori. Vado al campo a San Pietro del Carso 8; un campo grande, attorno attorno tutto montagne, tutto roccia; c’era questo grande prato con un portone come da qua e la tavola così 9, un portone, un buco insomma. Dentro c’era tutta ‘sta divisione “Sassari” con artiglierie, fanterie e via discorrendo. La nostra batteria metteva di turno me Caporale di guardia. Il Caporale di guardia doveva schierare la guardia. Quand’è la sera a quest’ora qua così10 ho ‘questi sei uomini, e vedo venire avanti il Colonnello con l’attendente a cavallo, piano, piano, piano, piano, piano, piano. Io, quando era fra qua e gli alberi là così 11, faccio: − “Guardia!……”, La prima baionetta si mette sull’attenti e dopo gli altri presentano le armi. Così, proprio subito, mi sono messo così. Questo Colonnello viene avanti un pezzo e dopo torna indietro ancora e mi dà il riposo, riposo e allora io dico: − “Fianc’arm!”. Comando il riposo e mi dice: − “Caporale, è anziano o recluta?” − “Recluta signor Colonnello.” − “Come ti chiami?” − “Colletto Ernesto.” − “Che batteria?” − “Settima batteria.” − “Che Capitano?” − “Capitano Iannone” − “Va bene, va bene, va bene” E va via, va avanti su questo campo, va in cerca di dove c’è la nostra batteria. E va dentro in fureria, che c’era la tenda, sul campo hai le tende, non hai…., la tenda della fureria e va là e prende il Capitano……….ha fatto un presentat’arm, gli ha detto, da professore.

Caporale Maggiore Ernesto Colletto, in alto il primo a sinistra con la sigaretta.

E dopo, quando smontiamo dal turno, il Capitano mi chiama subito in fureria, con poca tolleranza, sai il Capitano per farti vedere la paura. Dice: − “Ma cosa mi hai combinato Colletto, cosa mi hai combinato?” − “Niente signor Capitano, niente.” − “Ma se eri guardia alla porta, se eri capo posto, cosa hai fatto?” − “Niente, è venuto il Colonnello, ho presentato le armi, ho presentato questo, ho fatto tutto a posto, regolare, mi ha detto bravo, bravo e via”, dico. E insomma, mi ha baciato il Capitano, hai capito, mi ha baciato! − “Bravo”, dice, “bravo, non credevo mai”. Dopo io ho fatto il mio servizio, e addio. E dopo questa promozione a Caporale Maggiore, quando ero Capo pezzo, ero da permanente; ero da permanente, tanto che a Zaule, si faceva, quando era festa, la gara di artiglieria. Quando c’erano feste nazionali, quando c’era così, si faceva la gara ai pezzi. Carica, scarica, tutt’e quatto le batterie, erano quattro pezzi, un pezzo per batteria. E allora là facevamo a gara. Prendevi e sparavi. Quante volte il Tenente Maltese mi portava fuori della caserma a fare istruzione, a fare carica, scarica, carica e scarica, carica e scarica. Finalmente…….sul novanta per cento gli ho sempre vinto tutte le gare io. Fino a quando ero sempre da permanente; tanto là e come a Villa Nevoso che era uguale, quando andavamo a Villa Nevoso. Insomma, non mi ricordo che festa era, con la decima batteria, quando era sotto ancora la classe del ’12. Coso, Memo Bresolin, poveretto che è morto, lui era sulla decima batteria, e io sulla settima. E insomma, abbiamo sparato il colpo assieme, è passata la giuria proprio che veniva dal Comando di Divisione. E là hanno trovato che era tutto a posto, tutto regolare, ma che loro (della decima) avevano chiuso meglio un colpo. E allora ha preso il primo premio. Ma sennò ho sempre preso il primo premio io.

Obice mod. 75/13 - Materiale d'artiglieria leggera, armò i reggimenti di artiglieria da montagna nella seconda guerra mondiale, rimanendo in servizio per breve periodo, anche nel ricostituito Esercito Italiano. Preda bellica austroungarica, prodotto dalla Skoda, fu impiegato dall'Imperial Regio Esercito Austro-Ungarico durante la Prima guerra mondiale.

Dopo, là andavamo ai tiri, ed allora là era lo stesso; quando che aggiustavano il pezzo, il Capitano mi dava i dati, pronto e questo. Insomma ci voleva bene ecco, aveva preso affezione e ci volevano bene questi ufficiali. Ma anche punivano; una volta venivamo a casa dal campo, mi ricordo con un Tenente che si chiamata Padovan, era da Padova, da quelle parti là. Padovan, era un poco cretinotto anche, e insomma non so se camminando, ragionando, così questo Tenente, se ne esce insomma dicendo: − “Ti punisco!” - mi ha fatto. − “Perché signor Tenente?” − “Perché qua, perché, perché….…”. Insomma con quella ha preso e mi ha fatto il biglietto di punizione e glielo ha dato al Capitano. Il Capitano quando ha visto la cosa, il primo a chiamare fu proprio il Tenente. Ha preso e gli ha rotto il biglietto di punizione. E pure il Capitano me l’ha detto. Bene, insomma, in ogni modo. Noi facevamo sempre sei mesi a Zaule e sei mesi a Villa Nevoso, e a piedi! Con un caldo lungo quella strada che da Trieste andava a Fiume 12. Quanto andavamo avanti sotto il sole, con una strada grande asfaltata, con un sole, Maria Vergine. E allora su per le mulattiere, su per le mulattiere, su, e giù per le montagne e avanti e indietro sempre con le vesciche sui piedi.

Cartolina d’epoca di Villa del Nevoso. Quanto c’era da andare e quanto c’era anche da venire; e dopo istruzione quando andavamo a fare il campo ad Erpelle 13 e a San Pietro del Carso, a Casa Masù, e via discorrendo, insomma sempre in quella zona per tutto il tempo. Quando è arrivato l’ordine del “congedamento” eravamo a Villa Nevoso. Puoi immaginarti, Villa Nevoso, è venuto fuori l’ordine del giorno che per la classe 1913, dal tal giorno, cominciavano i “congedamenti” e puoi immaginarti facevamo il quarantotto. Ma era verso le nove, le dieci della sera, viene su il Tenente; mi ricordo sempre come se fosse adesso, il Tenente Maltese dice: − “Cosa fate ragazzi?” Avevamo il congedo in mano oramai, a tal giorno iniziano i congedamenti. − “Piano, fermi, fermi, fermi, fermi, che bisogna sorteggiare un pezzo per l’Africa” Siamo rimasti morti! Tutti! Tutti quanti morti! Sull’angolo della caserma, della camerata, c’era uno da Chieti, un povero figlio anche, era un poco arretrato; lui era sempre lui solo, sempre quieto là. − “Vieni qua, vieni qua. Porta qua il cappello da alpino!” E allora porta il cappello da alpino, e lui tira fuori il blocchetto e fa: “Primo, secondo, terzo, quarto, pezzo”. Quattro pezzi, la batteria ha quattro pezzi, primo secondo, terzo, quarto pezzo. E dopo gli fa a questo soldato stesso: − “Butta dentro nel cappello, chiudi il cappello, fagli fare un giro” E viene lì e mette dentro la mano: è toccato al mio pezzo! − “Immediatamente versare il corredo e in stazione a prendere il treno, andare a Trieste!”. Lacrime agli occhi, piangevo; puoi immaginarti avere il congedo in mano e dover andare in Africa! Ou!? 14

Carta della Provincia di Trieste del 1908 scala 1:75.000 (vom k. und k. militär-geogr. Institut in Wien).

  1. Intervista a Ernesto Colletto del 30 luglio 1999, successiva del 22.9.2004.
  2. In realtà è stato chiamato alle armi e giunto l’8 aprile 1934 (data ufficiale desunta dal foglio matricolare).
  3. Zaule o Aquilinia (Muggia – TS). Si veda la cartina n. 6.
  4. In realtà si tratta del 23° Rgt. Artiglieria Someggiata (11^ batteria) con sede a Trieste. Il reggimento è costituito da due gruppi ippotrainati, un gruppo trainato dai muli e un gruppo someggiato (obice). Successivamente, a seguito del richiamo alle armi di Ernesto (25.11.1940) entra a far parte del 34° Reggimento di Artiglieria appartenente alla XII Divisione di Fanteria "Sassari" (ordinata sui Reggimenti di Fanteria 151° e 152° e sul 34° Reggimento Artiglieria). Nel 1941 entra nell’organico divisionale anche la LXXIII Legione Camice Nere d’Assalto. Iniziata la Campagna di Guerra nei Balcani, il 6 aprile 1941 la Divisione "Sassari" - inquadrata nella 2a Armata Italiana - penetrò in territorio Yugoslavo attraverso il Monte Nevoso. Infranta in sole due settimane la resistenza dell'Esercito Yugoslavo, il 20 aprile le colonne della 2a Armata, provenienti da nord, raggiunsero Tenìn (oggi Knin) che per circa due anni rimase la sede del Comando della Divisione "Sassari". Nel luglio 1942 i reparti della "Sassari" diedero corso a vaste operazioni di rastrellamento sul Velebit, conclusesi con la conquista del Monte Vrsa e di quota 1210 di Sdlo. Nel marzo 1943 la "Sassari" rientrò nella penisola, per costituire massa di manovra a difesa della Capitale. Dall'8 al 10 settembre 1943, unitamente alle Divisioni "Granatieri di Sardegna" e "Ariete", prese parte alla difesa di Roma, combattendo a Porta San Paolo. Il 10 settembre, poste in salvo in maniera avventurosa le Bandiere di Guerra in un monastero presso Monte Mario, i reparti della Divisione "Sassari" si sciolsero.
  5. Villa del Nevoso o Bistriza (Comune di Fiume, Istria - Slovenia).
  6. L’attribuzione del grado di Caporale gli è stata conferita in concomitanza dell’imminente congedo dei graduati della classe precedente del 1912.
  7. Nominato soldato scelto il 1° luglio 1934, caporale il 1° agosto 1934 e caporale maggiore il 15 dicembre 1934 (date ufficiali desunte dal foglio matricolare).
  8. Potrebbe trattarsi dell’attuale Pivka (Slovenia) in provincia di Postumia a nord-est di Trieste, oppure di San Pietro di Montrino detto San Pietro del Carso di Buie corrispondente all’attuale Fratrija (Croazia).
  9. Circa 10 metri.
  10. Verso le 5 o le 6 pomeridiane.
  11. Circa 20 metri.
  12. Ora Rijeka (Croazia).
  13. Ora Hrpelje (Slovenia)
  14. Dal foglio matricolare risulta: 5 ottobre 1934 trattenuto in armi ai sensi del R.D. n. 246 del 14.3.1935 – Tale nel 43° reggimento artiglieria di divisione di fanteria per esigenze A.O. (Disp. Ministeriale n. 18870/278 del 1.10.1935).

L’Africa

Prendiamo il treno e arriviamo a Trieste, questi venti “omenetti”, io con tutti i miei soldati, i miei uomini del pezzo, tutto il pezzo completo, insomma, tutta la gente; versati tutti i materiali, tutto quello che avevamo là a Villa Nevoso e corri a Trieste. Siamo partiti da Trieste, dalla stazione per andare a San Giovanni dove c’era il comando di Reggimento, che distava come da qua a Roncade 1, oppure da qua a San Donà 2, camminando a piedi per tutta la notte. E avanti, avanti, quando arriviamo là, c’è la guardia:

− “Dove andate? La caserma è chiusa, bisogna che andiate a dormire sulle scuderie dei cavalli.” E allora andiamo sulla scuderia dei cavalli. Belle lettiere pulite, tutte a posto, erano passati perché i soldati erano al campo. E alla mattina, alla mattina verso le sei o le sette, quando ci svegliamo, andiamo in piazza d’armi, e ci fanno il caffè, i pochi soldati che erano stati messi in caserma. Dopo, quando sono le dieci, allora arriva il Colonnello, Gilli si chiamava. Me lo ricordo sempre col pizzetto, aveva una voce che da qui lo sentivi in America, fine come persona, e lo sentivo dire che: − “Non crediamo che in Africa i negri mangino i bianchi. Che i bianchi ci mangino qua e che……” Tutto questo diceva il Colonnello, che ci sono le banane così, che ci sono i pomodori così, che c’è……tutto per incoraggiare, sai. Le banane è vero che c’erano le banane. Le banane c’erano, altro che c’erano. Ma non i pomodori! Insomma, allora fa l’adunata, con distribuzione di rancio speciale. Il treno era pronto e si parte per Firenze, inviati al 19° artiglieria 3. Arriviamo al 19° artiglieria; là c’erano tutti ufficiali richiamati, le batterie lo stesso, con gli ufficiali tutti richiamati; il Capitano Bertoli Alessandro, era un milanese, buon uomo, come tutti. Arriviamo al 19° artiglieria, là ufficiali richiamati, batterie lo stesso, con gli ufficiali e c’era un Tenente che era qua da Venezia e si chiamava Greco Antonio, e dopo altri ufficiali. E là formano i gruppi di muli che vengono dalle mandrie. Per i pezzi, invece di avere il vecchio 75/13, avevamo quello italiano, cosa lo chiamavano? Il 27 4, che invece di caricarlo in cima come il 75/13 andava caricato nei fianchi dei muli. Quando attaccavi i muli, facevano di quei salti, facevano di quei salti, perché non erano abituati alla soma; venivano dalle mandrie, dai pascoli, puoi immaginarti. Mi ricordo sempre c’era una mula che aveva nome Regina, il nome lo aveva messo Gasparini, un veneziano.

Il Capitano Alessandro Bertoli comandante della batteria.

E insomma, non essere capace di caricarla! ……. Si levava in piedi e ti saltava addosso. E lui pian pianino con le caramelle, con questo, col pane e con questo, l’ha tirata come un agnello. Che quando lo vedeva “Aaaaaaaahhhh….”, ragliava che voleva andasse là. Questa mula, buona e brava. Insomma si fa addestramento, con tutti questi muli dritti e a posto. Addestramento; quando tutto è addestrato, tutto è a posto, fai i tiri, fai tutte le tue discussioni e via e avanti. Da là, quando tutto è organizzato, tutto a posto, il 6° gruppo artiglieria viene aggregato alle Camicie Nere, la “Tevere” 5, la “Divisione Tevere”. Da là ci portano a Santa Maria di Capua 6. Anche là istruzione, istruzione e dentro e fuori e avanti con questi qua. Viene l’ordine di andare a imbarcarsi; per modo di dire il tal giorno, il giorno 8 e adesso è il 1°, per modo di dire, o il 25… 7 Quando ero là per l’imbarco era settembre oppure ottobre, non mi ricordo bene. Allora eravamo in tre della zona, io, Dilegui e Corel da Cessalto 8, e Dilegui era qua da Mille Pertiche 9; io ho detto al Capitano: − “Io scappo a casa, io scappo a casa, io ho fatto 18 mesi con licenza ordinaria solo e non più neanche un permesso, io scappo a casa”. − “Come fai”, ha detto lui. “Come fai”, ha detto, “che a Firenze ti prendono perché c’è la ronda, si”.

Firenze (19° Rgt. Artiglieria) - C.M. Ernesto Colletto, il settimo in piedi da destra.

Firenze (19° Rgt. Artiglieria) - C.M. Ernesto Colletto, il secondo in piedi da sinistra.

Non come noi a Trieste che andavamo fuori con la ronda, Caporale Maggiore e i due soldati, capisci? Là c’era la ronda con un ufficiale, alla stazione, che ti prendevano là, insomma. − “Io scappo a casa”. E allora d’accordo col Capitano, ci siamo messi d’accordo col Capitano che, se ci prendevano, dicessimo che telefonassero al Comando. Insomma, arriviamo a Firenze, smontiamo: − “Dove andate?” − “In licenza” − “In licenza? Senza niente?” − “Il comandante non ha potuto firmarla, e prosegue” − “Di che gruppo sei?” − “6° gruppo di artiglieria aggregati alle Camicie Nere della divisione Tevere” − “Dove siete?” − “A Santa Maria di Capua” E allora prendono il telefono, trrrrrrrrrrrr…, ma sempre nascosti però, o in cabina o dentro ai cessi, tutti e tre, uno per parte, uno in fondo. E quando telefona, il Capitano dice: − “Lasciateli andare che licenza prosegue”. Gli ha dato i dati tutti quanti, licenza prosegue. E allora monta in treno ancora e monta allora, in cima che c’erano quei vagoni con le tavole sopra, con le tendine; allora o buttati come i salami sopra o dentro in gabinetto, per non farsi vedere, anche per il controllo, perché anche il controllo vuole i documenti, capisci? Insomma fatto andare e venire così. Tre giorni casa e dopo siamo tornati…così lo stesso. Quando, di ritorno, siamo arrivati a Santa Maria di Capua, allora il Capitano ci ha chiesto com’è, come che non è, come abbiamo fatto, come non abbiamo fatto, insomma, sai il Capitano era anche curioso, era affettuoso per queste cose. E insomma dopo là ci portano a Napoli. Adesso ti racconto i fatti dell’Africa. Quando era il momento d’imbarcarci ci portano su una “casermatta” 10 che potevi andare su con i carri armati, così era 11. E in somma, ogni modo, e da là viene l’ordine d’imbarcarci. Andiamo a imbarcarci. Prima i muli, dopo il materiale, dopo per ultimi i cristiani. Nello scalo per andare su, c’era la Principessa 12, la moglie di Alberto di Savoia 13. E allora là, puoi immaginarti, auguri, tutti auguri e auguri a tutti, ad ognuno che andava su. E avanti e via montiamo su in nave.

Cartolina ricordo della partenza da Napoli (raffigurati Ernesto e la futura moglie Angela).

Quand’è ora di partire, partiamo col “Colombo”. Quando siamo in alto mare, Maria Vergine, gli è toccato fermare la nave; cerano le onde alte che saltavano da una parte all’altra della nave. Gira la nave, da così gli è toccato a metterla per colà, altrimenti le onde ribaltavano la nave. E Maria, tutti i soldati, tutti a letto, tutti che vomitavano, tutti che facevano il colera. Insomma, ci sono di quelli che sono andati fuori dallo Stretto di Messina e li hanno portati fuori a Mogadiscio. Insomma andiamo avanti che passiamo il Canale di Suez, e cantavano “Faccetta Nera”, per qua c’era l’Egitto diciamo e per di qua c’era la Turchia. E insomma, fuori dal Canale di Suez per qua vai direttamente per andare in Eritrea al porto di Massaua, hai capito? Invece noi prendiamo il Mar Rosso e avanti, e avanti, e avanti e avanti, insomma hai fatto il giro di tutto il mar Rosso, e oceano Indiano, ci siamo portati di fronte della Somalia, a Mogadiscio. Insomma, siamo arrivati a Mogadiscio io, Gasparini e un Boscolo, un chioggiotto, tutti sotto la poppa. Quando siamo arrivati a Mogadiscio, dopo aver superato il Canale di Suez e allora c’era parte per parte, cantavano “Faccetta Nera”. Dalle navi per sbarcare dovevamo salire in barca, come avevamo fatto a Napoli. C’era un tratto di mare come da qua e San Donà quasi 14. E aspetta e aspetta e aspetta e gli fanno le segnalazioni, insomma, che siamo arrivati e che vengano i negri con i barconi a scaricare, prima i muli e i conducenti, dopo tutto il materiale e per ultimi tutti i soldati, quelli che sono restati. Là monta in barcone, perché là se tu andavi in acqua, c’erano i pescecani che ti mangiavano. Invece i negri andavano dentro perché avevano un olio, non so neanche io cosa. Loro spostavano sempre loro. Perché erano sempre nudi. Beh, in ogni modo, ci portano a Mogadiscio 15. Quando siamo a Mogadiscio troviamo ancora la Principessa, che lei è venuta in apparecchio. E lì ancora auguri, tanti auguri e tanti così e tanti colà e insomma avanti. E ci portano fuori a Settimo Chilometro, lo chiamavano. Un sole! 60 gradi, essere sotto al sole per ore, che caldo, che caldo. Insomma là non potevi farti una tenda come la facevamo normale. E allora facevamo le tende così, grandi e dopo quattro teli, insomma, come una baracca, come una baracca, grande, grande, grande. Niente buttati in terra. Là ci è toccato andare a cespugli, a bastoni, ad alberi, a porchi e giù, da piantare in terra, perché c’erano le pulci penetranti che si attaccavano nelle unghie, nei piedi, nelle mani. Allora bisognava stare in alto e dopo gli ufficiali andavano via con due, tre soldati, andavano a Mogadiscio e allora là con gomme vecchie, trappole, e allora con le strisce tirate alte così da terra, allora pagliericci, e poi andavano a erba per trovarci……, perché iniziava a settembre a piovere, ma prima bruciavano gli alberi per tutta l’estate; d’inverno è caldo là, e qua è inverno e là è primavera. Beh, insomma, anche là istruzione e avanti, indietro e avanti, indietro, ne succedevano di tutti i colori. Insomma, mangiavamo quello che mangiavamo perché bisognava che tutto venisse dall’Italia. Mangiavi con un vento, come si levava il vento, vedevi di quei vortici, vrrrrrrrr…. A 200 metri e dopo veniva giù tutta questa sabbia.

Ernesto Colletto (primo a destra) al Campo Splendareli in prossimità di Mogadiscio – 20 aprile 1936.

E mangiavamo cammello. Lo mettevamo dentro su mezzo vaso di quelli da benzina e le coste rimanevano fuori, e così. Ho mangiato tartaruga, quelle tartarughe grandi che vedi anche per televisione, ho mangiato anche quella. Ho mangiato la civetta, quand’era fame, la civetta. E insomma tutto quello che c’era si mangiava, e avanti. Avevamo una borraccia d’acqua e basta, non potevi toccarla perché c’erano le guardie, quando facevi gli abbeveratoi, quelli abbeveratoi di tela, portavano l’acqua per i muli. C’erano le guardie perchè nessuno toccasse l’acqua e basta. Avevi borracce da due litri e stop. Quand’era verso sera, quando il sole era a monte, dalle sette, dalle otto del mattino, fino alle nove della sera, ti scottava tanto che mancava il respiro. Che vita, come le bestie! E insomma, così, e quando era giorno questo Capitano, che era milanese, aveva il fonografo, e lui te lo metteva là e se la godeva a sentire quando che i veneziani dicevano: − “Can ti e i to morti”, “Che te caghi in acqua”, “ Che te pissi qua…”, Tutte queste barzellette; allora ci chiamava tutti alla adunata a raccontare tutte ‘ste barzellette. E dopo da là, piano, piano, piano e avanti, e avanti e avanti e avanti e avanti, con queste montagne, siamo stati anche a….. verso….., non mi ricordo dov’era che il Duca d’Aosta 16 è morto, ancora dalla guerra del ’96 17, che prima era stato ancora a Mogadiscio. Qua erano italiani, anche prima della guerra qua del ’35.


Ernesto Colletto, in centro dietro i caricatori, al Campo “Splendareli” in prossimità di Mogadiscio. Ernesto Colletto (secondo da sinistra) al Villaggio Duca degli Abruzzi poco a nord di Mogadiscio – 8 giugno 1936.

E siamo andati là; e dopo avanti e avanti, e avanti e avanti, e mi sono portato un dì, era verso mezzogiorno o poco dopo, a Belet-uen. Sulla strada c’era fuori il cartello di Belet-uen, dove c’era Emilio, mio cugino, della Sanità, a Belet-uen. E allora là facciamo posto di blocco, dalla sera fino al domani mattina. Ho detto: − “Signor Capitano, ho mio cugino e siamo in famiglia assieme”… Gli ho dato tutti i dati, − “E mangiamo ancora assieme, quando siamo a casa” - e avanti, avanti. − “E come fai ad andare a trovarlo, come fai ad andare a trovarlo?” In quella viene via un nero, che parlava italiano ormai, e allora il Capitano lo ferma: − “Alì, Alì, ferma!” - e allora si ferma. − “Dove andare?” − “Belet-uen!” e allora il capitano gli ha detto di caricare me, che ero Caporale Maggiore, allora. − “Si, si” - ha detto, − “Si, si”,- portalo a Belet-uen.

Ernesto Colletto (primo a destra). Mogadiscio 10.8.1936.

Insomma con una Ford americana, piena di ghiaia, ma non in cabina assieme con lui, in cima alla ghiaia, correndo su strade di sabbia, oh, Maria Vergine. E molla questa macchina, che «fumera», tutto fumo e polvere, insomma sono venuto……., come le zucche ero venuto….., come le zucche, così 18, con quattro dita di polvere. Arrivo là, insomma, e allora subito troviamo ‘sta Belet-uen, ‘ste case, mezze case, bel paesetto, cioè paesotto anche. E allora domando della Sanità. E allora mi dicono: − “Vai avanti per di là, guarda quello laggiù in fondo deve essere…., di chi vai in cerca? Di Colletto Emilio? Guarda quello laggiù deve essere lui” - mi ha fatto un soldato. E allora vado via pian piano, pian piano, pian piano e prendo: “Eh Maria Vergine”, abbiamo detto, trovarsi dopo un mucchio di anni. Dopo là abbiamo mangiato, allo spaccio siamo andati a mangiare, mi hanno preparato da mangiare, perché lui è andato in cucina, lui era anche della Sanità. Insomma abbiamo mangiato e bevuto e quando era una certa oretta, che erano le tre, tre e mezza dopo mezzodì, allora lui ha trovato un’altra macchina con un altro nero. Allora là sono montato e mi ha riportato al posto di blocco.

Sul retro della foto è riportato il seguente appunto “Ricordo del cimitero di Hamanlei il giorno 24.10.1936 trovandomi di passaggio per venire a Moggio”.

E allora là il Capitano, festa con me ed Emilio e anche con questo negro che era assieme e là tira fuori il grammofono, e là c’era lo spaccio e biscotti, porcherie che c’era dentro il vino Chianti, perché là arrivava il vino Chianti. Là abbiamo fatto il rinfresco finché era la sua ora e dopo Emilio è partito e andato a casa e io sono stato là la notte. Alla mattina gamba e cammina, e cammina e cammina, e cammina, avanti e avanti, e avanti e più avanti che vai, meno viveri trovi da mangiare. E allora siamo arrivati sulla pianura di Giggiga 19, un «paiuscon» 20 così alto; c’erano le gazzelle e bestie come le capre, come le pecore, con i cornetti, con i corni, che correvano per il bosco, con i negri e gli ufficiali in cima alle macchine, che sparavano a queste bestie. Porta a casa, porta dove eravamo fermati a fare la sosta e là tira fuori le pentole e taglia la pelle e butta dentro le pentole e cucina e mangia. E avanti, e avanti, e avanti; dopo da là allora, finito di fare il posto di blocco, dalla mattina alla sera, la mattina successiva via! E allora siamo passati a Rat. Una bella cittadella, tutta in cima alla montagna; attorno, attorno, tutta città e avevi le tue strade; così era fatta l’attraversata. Da là allora ci siamo portati verso l’Eritrea. Ci è toccato prendere le colonie francesi, Gibuti. Per prendere la linea ed andare su ad Addis Abeba. E allora là, avanti, avanti, avanti, prendiamo la strada di Gibuti, prendiamo dopo verso su e siamo arrivati in cima al monte Zucular 21. Sopra il monte Zucular. Era un monte che sentivi nella montagna loro che si ribellavano ancora. E allora li sentivi per queste montagne che urlavano, che facevano il diavolo. E noialtri eravamo accampati, eravamo là ed eravamo in corrispondenza con un vescovo copto, con un vescovo dei suoi; noialtri eravamo qui, per dire, e il vescovo era a cento metri o duecento, in cima al monte. E lì, dì e notte, sempre con i cannoni puntati e guardie a più non posso. Eravamo venuti a fare il giro di tutta l’Africa finché ora noi riceviamo l’ordine di rimpatriare, perché la divisione, la “Tevere”, era andata disfatta, e noialtri eravamo dell’esercito e facevamo per conto nostro. Quando abbiamo ricevuto l’ordine di rimpatrio, il Generale Foccardi 22, che era senza un occhio, era il padrone della cosa….., della divisione che era andata mollata, i soldati sono andati per conto loro, non so neanche io. E allora, quando è venuto il momento di rimpatriare, noi eravamo sul monte Zucular; vedevi Addis Abeba, con queste giornate così; la sera quando c’era chiaro di luna, splendeva tutta coperta di lamiere, tutta coperta di lamiere era Addis Abeba. E allora quando siamo venuti giù dal monte Zucular, siamo venuti fuori per Addis Abeba. Il Colonnello era comandante della cosa…., c’era poi il Capitano comandante della batteria, dopo c’era il Maggiore che comandava il gruppo di artiglieria. Tutti quanti siamo andati a vedere anche la casa del Negus. Dopo da lì abbiamo preso la strada e siamo venuti giù verso l’Eritrea. E avanti e avanti, e avanti, e passiamo strade….., puoi immaginarti i chilometri per fare l’attraversata, è un impero grande l’Africa. Passiamo il «Foro Mussolini», che l’ha fatto gli italiani; dopo il «Foro Mussolini» troviamo «Maccalé». Maccalé, Maccalé, Maccalé, ho detto: “ Toni 23 mio fratello è qua; Toni mio fratello” ho detto al Capitano. E allora: “Facciamo sosta”, ha detto. Fatto sosta un quarto d’ora, neanche, in quel momento è venuto fuori tuo zio Vittorio e ha detto che lui era al forno, che loro avevano fatto i forni, sai, provvisori, per fare le pagnotte. E allora là ci siamo salutati, ci siamo baciati e dopo io sono partito e sono venuto a 40-50 chilometri da Massaua, a Nefis 24. Là, abbiamo fatto le tende. Quante scimmie e scimmiotti; non potevi lasciare niente incustodito perché ti portavano via anche le scarpe, sotto le tende.

Percorso di massima seguito da Ernesto Colletto durante la campagna d’Africa.

E insomma là finalmente riceviamo l’ordine di rimpatriare. Quando è venuta l’ora di rimpatriare, da là siamo venuti su ad Asmara, che è una bella cittadella Asmara, con gli abitanti vestiti quasi come noi. Negri, ma vestiti quasi come noi, e dopo Massaua. Siamo stati imbarcati sul “Verdi” mi pare, eravamo sulla nave “Verdi”. Su col “Colombo” e giù con la “Verdi” 25.

Il piroscafo “Giuseppe Verdi” (1915–1943)

E noi siamo sbarcati a Napoli; da Napoli ci portano a Firenze, al 19° artiglieria 26. Mi ricordo che il Colonnello, poveretto, là ci ha fatto gli elogi, là ci ha detto di tutto; e ha detto: − “Bravi, ragazzi andate a casa”… - ma ha detto pure: − “Siamo in cattive acque, siamo in una guerra mondiale”, ci faceva: “Andate a casa ma siete in una guerra mondiale”… Era un poveretto. Allora mi dà il mio congedo provvisorio, idoneo Sergente e via e avanti, e avanti. Insomma vengo finalmente a casa. E ora che veniamo, era il Giovedì Santo. Partito all’inizio della Settimana Santa e venuto a casa il Giovedì Santo. E allora sono venuto a casa, puoi immaginarti, festa, e festa, e festa. Giovedì e dopo il venerdì, sabato è venuto a casa anche Emilio, mio cugino. Invece tuo zio Vittorio è venuto a casa nel mese di giugno. E allora lì avevamo tre “palanche” perché, prima ci davano, quando eravamo…., 40 “soldi” al giorno, 4 carte da mille alla deca, ogni dieci giorni, invece Graziani è venuto a sapere che i Fascisti avevano 6 “franchi” al giorno e noi 40 “soldi”. E allora Graziani, ha voluto 6 “franchi” anche per noi. E allora con quello ci siamo fatti tre “palanche”; quando siamo venuti a casa, io ed Emilio, che siamo venuti a casa prima, siamo andati da Attilio Longhetto 27 a comprarci la bicicletta, la “Bianchi”, che è ancora qua. E dopo l’ha presa anche lo zio Vittorio, ma dopo gli abbiamo dato non so, 10 o 20 “franchi” di più perché lui è venuto a casa due, tre mesi dopo e avevano aumentato i prezzi, da Attilio Longhetto. Dopo con mia mamma 28, poveretta, ci siamo trovati la cavalla, e siamo andati, io ed Emilio, a Treviso a prenderci il vestito, il paltò, le scarpe, la camicia, la cravatta, la giacchetta, tutto insomma, il cappello, il vestito alto e basso. Tutti eravamo vestiti, tutti di nuovo perché io ho “imprimato” 29 solo un vestito nel tempo della mia vita, fino ai vent’anni, sennò portavo sempre quelli dello zio Vittorio. E insomma siamo a casa, festa, puoi immaginarti. Quand’è, non mi ricordo, era Pasqua, era in giugno, luglio, mi arriva la carta del precetto. Due mesi, altri due mesi sotto le armi. Sempre quel boia di quell’Jugoslavia là, da Erpelle, e sempre là. Istruzione là, istruzione, come al campo, per due mesi. Mandato a casa, sono venuto a casa. Passa il ’36, io ero appena venuto a casa dall’Africa del ’36, ero venuto a casa dall’Africa, mi arriva ‘sta carta. Del ’37, due mesi ancora in giugno-luglio e due mesi ottobre-novembre, quattro mesi. Maria Vergine. Puoi immaginarti, mi dolevano altro che le scatole. E che non pensavamo a quello che ci dicevano….., delle volte ragionavamo, che veniva ‘sto fatto dopo 30. Del ’37 altri quattro mesi. Del ’38 altri quattro mesi. Stesso, luglio-agosto, ottobre-novembre, del ’38. Del ’39 lo stesso. Quattro mesi, due luglio-agosto, settembre, là non so, mese più, mese meno, non so, e due ottobre-novembre, del ’39 31 . Del ’39 viene fuori la circolare “licenza agricola” e allora mio papà poveretto 32, mi ha fatto le carte della licenza agricola e mi danno la licenza agricola, del ’39 33. Sono venuto a casa, mi sono fatto le carte e mi sono sposato del ’39, il 29 di novembre mi sono sposato. Il ’40 l’ho invece passato quieto a casa.


Cannone 65/17: artiglieria leggera someggiabile e per fanteria – (Ernesto Colletto è il primo da sinistra).

  1. Circa 8 Km.
  2. Circa 10 Km.
  3. Si tratta del 19° Rgt. Artiglieria “Venezia”.
  4. Si tratta del 65/17 (vedasi allegato sub 2 al presente capitolo).
  5. Si veda allegato 1 al presente capitolo.
  6. Santa Maria Capua Vetere (CE).
  7. Dal foglio matricolare risulta: partito per la Somalia colla 2^ batteria del 6° gruppo del 65/17 Div. CC.NN. “Tevere” imbarcatosi a Napoli il 3 gennaio 1936.
  8. Comune in provincia di Treviso.
  9. Località del Comune di Musile di Piave in provincia di Venezia.
  10. Spregiativo di caserma.
  11. Si tratta dell’ex caserma borbonica “Granili” in prossimità del porto di Napoli (fonte: intervista ad Ernesto Colletto 25.5.1999 del Centro di Documentazione Etnografica “G. Pavanello” di Marteggia di Meolo).
  12. Maria José di Savoia, figlia del Re del Belgio.
  13. In realtà si tratta di Umberto I di Savoia.
  14. Circa 10 Km.
  15. Dal foglio matricolare risulta: sbarcato a Mogadiscio il 15 gennaio 1936.
  16. Amedeo di Savoia Duca d’Aosta.
  17. Prima campagna d’Africa.
  18. Di colore giallo ocra.
  19. Il passaggio per Giggiga è documentato da una fotografia recante la data del 31.10.1936.
  20. Erba alta e secca della savana, deriva da paglia.
  21. Dovrebbe trattarsi del monte “Zucualà” che si trova lungo la linea ferroviaria tra Moggio e Addis Abeba.
  22. In realtà si tratta del Tenente-Generale Enrico Boscardi comandante della 6A Div. CC.NN. “Tevere” durante la campagna d’Africa Orientale.
  23. In realtà si tratta di Vittorio Colletto.
  24. In realtà si tratta della città di Nefasit poco a est di Asmara.
  25. Dal foglio matricolare risulta: partito per l’Italia imbarcandosi a Massaua il 10.3.1937 – sbarcato a Napoli il 19.3.1937.
  26. Dal foglio matricolare risulta: Tale nel deposito del 19° reggimento artiglieria di divisione di fanteria – 20.3.1937.
  27. Attilio Longhetto era titolare di un negozio di riparazione e vendita di biciclette in piazza Martiri della Libertà a Meolo, a fianco del municipio.
  28. Maria Rombolotto ved. Vincenzo Colletto
  29. Usato per la prima volta.
  30. Si riferisce a quanto preannunciatogli dal Colonnello a Napoli riguardo la possibilità di una nuova guerra mondiale.
  31. Dal foglio matricolare risulta: richiamato alle armi per istruzione ai servizi 30.8.1939.
  32. Vincenzo.
  33. Dal foglio matricolare risulta: inviato in licenza straordinaria agricola di gg. 60: 11.10.1939.

Storia della Divisione

Campagna in Africa Orientale 1935-1936: Storia operativa della Divisione

La 6a Divisione CC.NN. Tevere composta di italiani residenti, mutilati, combattenti, volontari di guerra, arditi e studenti universitari, fu costituita il 7 agosto 1935. Il 13 dicembre la Divisione viene passata in rivista da S.M. il Re. Il 14 dicembre da Napoli, sul piroscafo "Sardegna", inizia il suo trasferimento in A.O. sbarcando a Mogadiscio il 29 Dicembre 1935. A partire dai primi giorni del mese di gennaio, si concentra nel campo trincerato di Mogadiscio e comincia il ciclo delle esercitazioni e dell’addestramento malgrado il clima torrido. L'impiego che ebbe questa Divisione non fu di carattere organico, ma servì per la costituzione di diverse Colonne autotrasportate da utilizzare nel settore del fronte somalo. Il fronte sud sarà in periodo di stasi, ad eccezione dell'avanzata lungo il Giuba e sul Canale Doria, fino all'aprile 1936, epoca in cui si inizia la grande azione offensiva verso Harrar. Il 16 aprile il Luogotenente Generale Vernè riceve il comando di una colonna indigena autotrasportate con la quale prese parte a tutta l'offensiva dell'Ogaden, occupando Harrar l'8 maggio 1936. Le altre Colonne che partecipano alla battaglia dell’Ogaden (14-30 aprile 1936) furono: La Colonna centrale al comando del Generale Frusci, di cui faceva parte la 221a Legione CC.NN. degli italiani all’estero (al comando del Console Parini) lungo la direttrice Gorrahei-Gabredarre-Sassabaneh-Dagabur (Km. 213). Il giorno 24 la colonna Frusci combatte accanitamente per tutta la giornata conquistando le prime posizioni nemiche di Hamanlei e la 221a Legione, ha il battesimo de fuoco. La Colonna di destra al comando del Luogotenente Generale Agostini, di cui facevano parte la Coorte di Milizia Forestale e il Battaglione Universitario “Curtatone e Montanara” lungo la direttrice Gherlogubi-Afdub-Uarder-Ado-Curati-Bullalè-Dagabur (Km. 260). Il 24 la colonna Agostini, alle 10,30 occupa Gunu Gadu strenuamente difesa dal nemico che resiste fino all'annientamento. I1 5 giugno la 219a Legione disloca le compagnie nei vari presidi e pone il Comando a Moggio. Il 24 la 219a conquista Meda col suo battaglione misto e il 26 la Legione viene dislocata a protezione della ferrovia Addis Abeba - Gibuti e stabilisce il Comando Legione nella Capitale. Nella conquista di Meda tutti i legionari feriti sono rimasti in linea. Il 6 luglio ha luogo il grande attacco dei ribelli alla ferrovia che resta tagliata; la linea telefonica è interrotta e un treno è deviato ed assediato. Le CC.NN. della 220a Legione si battono per due giorni, ininterrottamente e sanguinosamente resistono e finalmente battono e respingono gli assalitori. Cadono 54 uomini e il Console Galbiati è ferito gravemente. La Legione si guadagna una bella medaglia di bronzo al V.M. Due ufficiali, uno caduto e l'altro gravemente ferito e rimasto cieco, avranno la medaglia d'oro. Inoltre era stato affidato al Console Generale Navarra il comando del Raggruppamento Celere Arabo-Somalo. Per quanto riguarda la partecipazione di ognuna di queste colonne all’azione, nulla di più eloquente delle parole del Maresciallo Graziani nella sua relazione riassuntiva sulla battaglia dell’Ogaden: "Il 15 aprile la Colonna Frusci occupa con forti avanguardie Uarandab a protezione degli equipaggi del Genio che gettano ponti sullo Uadi in piena, per permettere l’avanzata delle truppe attestate fra Uarandab e Gabredarre. La Colonna Agostini completa i propri mezzi e spinge elementi avanzati a Gerile per sistemare la strada. La Colonna Frusci raggiunge il giorno 16 Uarandab allo scopo di accentuare la pressione anche da questa parte e di impedire l’affluenza delle riserve etiopiche verso la Colonna Nasi. Tengo la Colonna Agostini in potenza a Uarder perché intendo pronunziare il suo intervento allorché il centro sia avanzato verso Hamanlei. Il giorno 17 la Colonna Frusci raggiunge la piana a nord di Uarandab compiendo una marcia di 47 Km.. La Colonna Agostini si sposta su Gorile e spinge elementi avanzati su Curati pronta a lanciarsi al momento opportuno. Il giorno 18 la Colonna Frusci oltrepassato Uarandab, si trova a 100 Km oltre Gorrahei senza avere incontrato il nemico. Fa gettare due ponti da 10 tonnellate e 2 da 27 sui torrenti in piena per permettere il passaggio agli automezzi. La Colonna Agostini giunge a Curati, a 140 Km. dalla base di Uarder, pure senza prendere contatto con l’avversario. Il raggruppamento celere somalo del Console Generale Navarra ultima il rastrellamento del campo di battaglia di Gianagobò, raccogliendo ancora 700 fucili ed altre mitragliatrici e segue poi la Divisione Libica. Il giorno 22 la Colonna del Generale Frusci, rinforzata dal raggruppamento di Legioni Parini è attestata a 30 Km dalle posizioni nemiche di Hamanlei, che attaccherà il 24. Alla destra la Colonna Agostini è attestata a soli 12 Km. dalle posizioni etiopiche di Gunu Gadu, che attaccherà pure il 24. La colonna del centro viene rinforzata dal raggruppamento Navarra e raggiunge la zona di Gabrehor, ove sosta per muovere l’indomani all’attacco. Il giorno 24 la Colonna del Generale Frusci combatte accanitamente per tutta la giornata, conquistando le prime posizioni dell’organizzazione difensiva di Hamanlei. Il nemico oppone tenace resistenza nelle caverne, nelle anfrattuosità del terreno, che rendono la lotta sanguinosa. La Legione Parini ha il battesimo del fuoco. Alla destra la Colonna Agostini occupa alle 10,30 Gunu Gadu strenuamente difesa dal nemico, che resiste sino al suo annientamento, e spinge elementi autocarrati fino a Bullalè. La colonna centrale attacca risolutamente all’alba del 25 aprile alla baionetta e dopo accanita lotta sloggia il nemico dalle caverne e dalle anfrattuosità del Faf, infliggendogli perdite gravissime. L’avversario lascia sul terreno un migliaio di morti e fugge incalzato dai nostri. La Colonna di destra Agostini riprende il movimento su Bullalè spingendo in avanti elementi autocarrati, che incontrano viva resistenza da parte dei nuclei nemici: le perdite superano i 600 fra morti e feriti. Nessun avversario si è arreso, i prigionieri sono tutti feriti. La colonna continua il rastrellamento della zona attraverso eccezionali difficoltà. Vengono annientati ad uno ad uno numerosi presidi in caverne e buche scavate nel terreno, dove mitragliatrici e fucili sparano attraverso piccole feritoie robustissime che nascondono completamente armi e tiratori e che occorre far saltare con pezzi di artiglieria leggera appostati a distanza minima, spesso non superiore ai 50 metri. Da parte nemica vengono lanciate anche bombe a mano di recentissimo modello. Il giorno 28 diramo alle tre colonne l’ordine per l’attacco del sistema difensivo di Sassabaneh-Bullalè-Dagabur. Il giorno 29 la Colonna del Generale Frusci avanza con foga ammirevole e coprendo una distanza di circa 40 km oltrepassa Sassabaneh, ove è colta da un violentissimo nubifragio, che rende la strada impraticabile e provoca sull’Uadi Sassabaneh una piena della velocità di 8 metri. La colonna inizia subito il gittamento di un ponte di 10 tonnellate e spinge intanto pattuglie verso il nemico. La Colonna Agostini occupa nel pomeriggio Bullalè, subendo lievi perdite e lanciando suoi nuclei all’inseguimento. Il giorno 30 le avanguardie delle tre colonne con perfetta sincronia, entrano in Dagabur. Il nemico è in fuga, nel campo tattico le singole colonne hanno operato con altrettanta perizia e valore". Il 26 giugno il Comando della Divisione si trasferisce ad Addis Abeba e man mano seguono i reparti. La 219a Legione viene dislocata a protezione della linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti: il Battaglione misto composto di mutilati, arditi e combattenti, comandato dal Seniore Baccarini va a far parte di un’autocolonna agli ordini del Generale Geloso e partecipa il 24 giugno al combattimento per la conquista di Meda, sostenendo quasi da solo l’urto del nemico. In tale combattimento i Legionari feriti rimangono tutti in linea. Il 5 giugno 1936 il 219° Battaglione, dislocate le compagnie nei diversi presidi, scavate le trincee, piantati reticolati, sotto il diluvio e nella fanghiglia, pone il comando a Moggio, a 70 Km. da Addis Abeba. Il 6 luglio avviene l’attacco alla linea ferroviaria presso Les Addas da parte delle truppe etiopiche che causa l’interruzione della ferrovia e della linea telefonica. A seguito di questo scontro, 54 Legionari del 219° Battaglione rimangono sul terreno, mentre il Console Generale Galbiati alla testa di un pugno di uomini sopraggiungeva rompendo alla squadrista il cerchio nemico e dando la possibilità ai rinforzi di giungere e fugare i predoni".

Composizione della Divisione - Completano la Divisione • VI Battaglione universitario CC.NN. "Curtatone e Montanara"

  • 6° Battaglione CC.NN. Complementi
  • 6° Gruppo cannoni 65/17
  • 6a Compagnia speciale mista Genio (CC.NN. e R.E.)
  • Ufficio Commissariato
  • 6a Sezione Sanità
  • 6a Sezione Sussistenza
  • 6° Autoreparto misto
  • 6° Reparto salmerie divisionali

Fonte: La Stampa, Anno 71 n. 26, sabato 30 gennaio 1937-Anno XV

La Jugoslavia

Del ’41, 1 i primi giorni del ’41, sono partito 2. Con la guerra mondiale!! E subito, partito da Trieste, mi hanno portato fra San Pietro al Carso, Casa Masù ed Erpelle 3, sempre in quella zona là, che una volta era italiana, prima era….., con la prima guerra mondiale 4 era passata italiana, adesso è passata ancora slava, perché volevano anche Trieste, non è vero? Tutto, Pola, Istria, tutto quello là, Villa Nevoso, tutto quanto. E là addestramento, istruzione, e avanti, e avanti, e avanti e avanti.

La colonna del 34° Rgt. artiglieria penetra in territorio Jugoslavo.

Insomma viene il Venerdì Santo 5, dopo di quest’ora e qualche cosa 6, c’era tanta neve così per terra, tanta così 7, anche meno. Il Venerdì Santo viene l’ordine di entrare dentro. In Iugoslavia, in zone che non erano occupate insomma, ecco. Andiamo dentro, con il Capitano; quando che siamo dentro, mezza batteria dentro e mezza fuori, c’è da superare la casermetta della guardia frontiera sua, e allora il Capitano chiama i quattro capi pezzi, perché andiamo a vedere questa casermetta. Nel momento che siamo là, che neanche vanno in là si può dire, c’è uno scoppio: uno dei miei uomini era montato sopra una mina. Intanto le ore passano, viene su notte, scuro, nell’imbrunire della sera. Ordine, allora: un uomo morto, il mulo morto e uno accecato agli occhi completamente, un uomo come me, anche più grande, Giovanni Fontanel si chiamava; era qua da Lison 8, vicino Porto. Non so se sia ancora vivo, lo hanno trovato…, Italo Ziggiotti 9 è andato ad una festa molto tempo fa, non so, da quelle parti là e ha detto che c’era anche lui, ma adesso deve essere morto. Faceva l’amore 10, aveva la morosa, e lo ha sposato lo stesso sebbene era rimasto orbo, cieco completo, tutti e due gli occhi. Lui aveva gli occhi aperti: − “… Sono orbo, sono orbo!” - e non ci vedeva niente. E allora ordine di andare avanti, disbastare 11 il mulo dalle salmerie, che aveva coperte, aveva robe; butta sopra altri muli, così, alla rinfusa e che si arrangiassero, e togliere il basto a quello morto, perché occorreva il basto a me, non a lui, per imbastare quell’altro mulo. Tutti i basti non vanno bene allo stesso mulo, ma insomma, ne abbiamo trovato uno che andava e lo abbiamo imbastato e caricato col cofanetto ad alzo, gli scudi, e tutto il suo materiale, carica su. Viene avanti lo scuro, io con tre uomini, con una strada che era, sarà stata quattro metri, metti quattro metri, a scuro non sapevi niente. Come da qua e la cabina 12, forse più, forse meno, avevano tagliato la strada; un buco nella strada largo 2 metri, 3 metri, e ti toccava con ‘sto mulo….., aveva gli scudi che andavano su per i pini. Se erano gli altri muli che erano abituati a portare il pezzo, schivavano, anche quello che portava la bocca da fuoco, aveva nome “Pomo” quello lì, poveretto, quel mulo là. E allora vedevi che per non colpire con gli assi si torceva con la schiena per passare. E invece questo non era abituato, puoi immaginarti, da portare la sua roba a portare il cannone…. Insomma quando senti fare trun-trun-trun, ‘sti scudi che battevano. Neanche il respiro, insomma, veniva più. Siamo stati in tre, quattro, persone per tutta la notte, tutta la notte, tutta la notte, con uno scuro; ogni tanto vedevi questa strada rotta, e su e giù, questa strada rotta, e su e giù.

La colonna del 34° Rgt. Art. in movimento in territorio Jugoslavo

Quando è verso le cinque del mattino, vediamo un chiaretto che viene avanti, un chiaretto. E allora ci siamo fatti come coraggio, guarda così, guarda colà, sai, qualcuno, che sia dei nostri? Sia qua? Era il Tenente con l’autista porta ordini. Arriva là e allora dico: − “Signor Tenente, cosa fate a quest’ora qua?” - Dice: − “Caro, cosa vuoi che ti dica, siamo in guerra qua. Ordine di andare avanti, avanti, avanti e ognuno si arrangia!” − “Si, ma potevano mangiarci, no accopparci!” Oh, quattro uomini soli, così, per tutta la notte in mezzo a una boscaglia così, e niente da fare. Insomma arriviamo là, loro erano due ore che erano riposati là; fatto il caffè, il caffè e avanti. E invece noi che siamo arrivati, quattro cani, ci hanno dato un gavettino di caffè e parti diretto ancora. Dal Venerdì Santo ci siamo fermati il giorno di Pasqua, alle dieci. Dove c’era una sosta, ci riunivamo tutti, gli appiedati, la fanteria, i bersaglieri, le Camicie Nere, tutte quelle, tutte e noi che eravamo artiglieria per dietro. Insomma arriviamo là, ci mettono in una vallata dove c’era tanto fango così. E allora prima imbasta i muli, metti tutto a posto i muli, metti a posto qua e dopo dovevi farti la tenda provvisoria; provvisoria…., ma come fosse stabile. E allora bisognava andare su per i pini, tagliarsi rami di pini, trappole, per metterli sotto il culo per farti un po’ di tenda, provvisoria, per un giorno, due, non mi ricordo. E dopo là comincia la zona delle operazioni. E pin e pun e avanti, e una volta eri qua, una volta eri di là, una volta eri di qua, una volta telefonavano per partire di là; sempre in movimento tutto il giorno e notte quasi, con la mia artiglieria someggiata; eravamo batteria di accompagnamento. Di noi, per modo di dire, c’era bisogno quando i fanti non potevano andare avanti; bisognava sparare avanti. Per di qua c’erano le Camice Nere che ti telefonavano che bisogna andare per di là a combattere, perché potessero avanzare loro. E dalla parte di qua, c’erano i bersaglieri e allora parti per di qua. Allora un pezzo andava di qua, un pezzo andava di là, un pezzo a parte di qua, un pezzo……. Tutte, sempre a battere davanti, ora a srapnel, ora a cannone, ora che qua, ora là, sempre perché quando trovavi che loro non potevano andare avanti, che sparavano perché trovavano il fronte, davanti di loro, con il nostro pezzo da qua sparavi là, era obice, non era che faceva così; da qua sparavi davanti di là. Ecco, una bombarda, i mortai si dice. Noialtri si sparava, mettevi il cannone così e faceva fssssss…… e cadeva per di là. Quando c’erano i nostri e di là c’erano loro. E avanti, e avanti, tutto il dì, tutta la notte, puoi immaginarti. Tutti in movimento, eri qua, finito qua……. neanche finito qua, prendevi il telefono, perché c’erano gli specialisti che avevano la linea, e tu con il centralino qua e con la linea tiravi qua con la fanteria, i bersaglieri con le Camicie Nere, con gli alpini, con tutti tutti, con tutto il fronte e avanti così. Ed eri sempre in movimento. Dì e notte, dì e notte, mi ricordo, finché siamo arrivati a Belica. A Belica andiamo su; e allora ci siamo fermati al posto di blocco, avevamo il battaglione dei bersaglieri 13, con la divisione insomma. E allora in cima ad un castello, qua c’era la strada, e in cima al castello, la linea pezzi puntati; a notte senti su, quieti questi pezzi, trec, trec, trec, trec, trec, trec, trec, trec: − “Chi va là, chi va là ?” − “Altolà chi va là?” − “Altolà!” - Nessuno ti risponde. Allora io prendo, butta fuori la bomba a mano: Tun, Tun, Tun. Insomma si vede che uno ha buttato la bomba un poco più corta e ha preso sopra una roccia, qua era tutto sforato e uno è rimasto invalido da bomba a mano. Le bombe a mano erano di quelle là rosse, no quelle col manico. E allora là su, carri armati non ce n’erano neanche, avevamo autocarrette, e insomma là faccio un ’48 e niente da fare; scappati via quelli là. E dopo avanti, e avanti, e avanti; ci incontriamo su una montagna dove c’erano oltre otto chilometri di bosco; nessuno entrava dentro questo bosco. Sono andati dentro un tenente e due caporali maggiori; nella bocca del bosco li prendono e li sequestrano, li spogliano e mandano via l’ufficiale nudo in mutandine e la divisa se la sono tenuti loro. Avevano tagliati giù degli alberi grossi e loro tutti riparati dietro gli alberi e là ti tendevano man mano che andavi di fronte, ti facevano la festa. Finalmente siamo riusciti ad andare su e allora ogni tanti chilometri lasciavamo un caposaldo di fanteria o di bersaglieri o di Camicie Nere; lasciavamo un caposaldo a metà quota o a metà bosco o dov’era. Ma a tanti toccava scappare via perché erano attaccati, sennò li accoppavano. Insomma alla fine siamo riusciti a passare il bosco. Da là arriviamo verso un altro paesetto, era Brun 14, Brun si chiamava, paese Brun; là c’era una montagna, era così, tutta di quella roba là, tutti scogli così! Non era alta, ma tutta così, tutta di questi scogli. E là allora vedevi noialtri spara e spara e spara e spara e vedevi che i nemici 15 scappavano e si portavano via tutto. Andava avanti la fanteria o le Camicie Nere o i bersaglieri o quello che era, trovavano sangue, ma non trovavano neanche un’unghia, tutto si portavano via. La sera siamo là; avevamo quattro pezzi e parte per parte avevamo una mitraglia; ogni batteria aveva due mitraglie; una Fiat a destra e una a sinistra. La sera la guardia dei pezzi, e guardia anche della mitraglia, si presentano due ragazzuoli, avranno avuto 20 anni, 22 o 23, e là la guardia gli dà il “chi va là”: “Chi va là?”, “Chi va là?” - E non gli rispondono: spianati! La mattina, sveglia, va là subito, raccogli, tutti e due morti. E insomma fin che siamo riusciti ad andare avanti, avanti, ci portiamo verso Laps. E là una sparatoria. Dovevamo incontrarci, italiani con i tedeschi. Era un fiume Laps, è un fiume. E là, il comandante della nostra colonna doveva incontrarsi con il comandante della colonna tedesca. Quando hanno finito……che ci siamo incontrati insomma, che si sono dati gli auguri e so io cosa, i tedeschi erano corazzati e noi eravamo appiedati. Puoi immaginarti, non avevamo niente, né apparecchi, né carri armati, né niente. Succede una sparatoria, …..’48. Il comandante lo hanno portato su……non l’ho più visto il tenente Bruno, era figlio di un generale, bravo però, bravo…. E là insomma il ’48. Andiamo avanti; arrivo a Laps, torniamo indietro e dopo avanti, facciamo la piana di Sina 16; là siamo stati mezzi accerchiati. Fanteria e bersaglieri hanno fatto così, si erano ritirati sui fianchi. E noi eravamo rimasti davanti, con gli slavi davanti. Se non avevamo quelle due mitraglie Fiat là, Maria…….trrrrrrrrrrrrrr………. Mettevi su la cordella e vedevi………, ci mangiavano! Beh, in ogni modo ci siamo portati avanti. 17Dopo dalla pianura ci portiamo…. non mi ricordo che paese….. là insomma siamo tutti in posizione; la sera quando è…..dopo quest’ora qua, eravamo tutti in posizione: fanteria, bersaglieri, tutti a posto, quieti eravamo……… Non capita un colpo di mortaio……….in cima alla culatta del cannone nostro, del terzo cannone; c’era il primo, il secondo che ero io, il terzo e poi c’era il quarto. Fa così, il colpo di mortaio: che lo manda su è un canotto 18; butta dentro e ti viene basso a piombo così; il colpo è caduto proprio in cima alla culatta dell’otturatore, dove ci sono gli scudi che fanno così e l’otturatore è appena fuori, in cima alla culatta. Tutti e quattro i serventi, la testa, via! 19 Capo pezzo, puntatore, tiratore e caricatore; tutti e quattro, la testa, via!

Una toccante cartolina mandata dalla madre Maria al figlio Ernesto. Rappresenta la processione tenutasi in piazza C. Battisti a Meolo. E’ stata scritta il 24 settembre 1941 o 1942 (l’anno così si ipotizza perché fino al novembre 1940 Ernesto apparteneva al 23° rgt. art. mentre l’indirizzo indica il 34° rgt. art., e dal gennaio 1943 già ricopriva il grado di sergente). Il testo del messaggio è il seguente: “Caro figlio t’invio i miei saluti e auguri a nome di questa immagine disposta sulla nostra piazza tutto per voi lontani. Guarda bene e poi comprendi che processione è stata quella domenica. Mi raccomando di ricordarti di Lui che Lui ti aiuta in tutte le cose. Noi stiamo bene, non pensare, addio un saluto e tanti baci. Tua mamma che sempre ti pensa”. Capovolto si legge: “tienila e prega”.

E allora puoi immaginarti; là si telefona, tutti quanti si telefonano; e allora ci siamo ritirati su una casa……..la terra non è piana, in montagna là in Jugoslavia, c’è uno scalino e dopo è tutta a scalinate diciamo, ecco. E allora là siamo dentro, e c’era sempre la fanteria e tutti appiedati sempre a posto, noialtri artiglieri eravamo dentro; io ero seduto a fianco di un tenente ferito alla testa. Tenente Pilato, poveretto, e mi diceva sempre: − “Colletto tu……..” - ero già sergente allora - “……Tu Colletto stai sempre al mio fianco, non rispondere, non rispondere a nessuno, stai sempre al mio fianco tu, Colletto”. Ah, si, si! Viene via il sottocomandante del gruppo, con le batterie: zin, zin, zin, zin 20…….dei capipezzo ero io, Sergente, caporali, caporali maggiori, uno era morto perché gli avevano buttato via la testa, e insomma: − “Colletto, Colletto, Colletto e Colletto e Colletto e Colletto…….” - finalmente che viene così, e io dovevo tacere, e finché mi tocca con la pila negli occhi: “Ma se chiamo Colletto; ma se chiamo Colletto”. Io ho detto contro questo maggiore: − “Signor Maggiore ho ordine del signor tenente Pilato di fare silenzio, che io devo tacere, sono al suo fianco che lui è ferito”. − “Ma sa che bisogna andare prendere su per di là, in quel paese con tre uomini a prendere i cannoni; bisogna tirare fuori i cannoni, bisogna tirare fuori quello che serve per mettersi in posizione; se siamo attaccati non abbiamo neanche un’arma da ripararci”. Allora vado fuori e chiamo: “Attilio, Balco……..”, che ormai li conoscevo tutti i soldati per nome. Insomma ho fatto su dieci, dodici soldati e allora vado basso con la neve, perché c’era la neve; prendiamo i cannoni, li tiriamo basso in cima alla neve e li mettiamo sulla strada, li mettiamo puntati. Dopo mi fa: − “Bisogna andare a prendere anche i nostri compagni, i quattro morti”- e mi diceva sempre: − “Ma guardate che lasciamo la scorza là”. Niente da fare, non ci sono santi. Un chiaro di luna, un chiaro di luna con la neve; puoi immaginarti. Prendiamo, portiamo giù i quattro morti. Il comandante del gruppo dice: − Bisogna andare a prendere anche il pezzo, perché il pezzo è caduto a colpo di mortaio, ma l’otturatore può essere a posto, loro non possono sapere niente, bisogna portarlo giù anche quello”. Andiamo su ancora, allora, due, tre, ma io solo, faccio per smontare dalla coda per trascinarlo meglio, tirare su il vomero…….”Ta-pum” 21, proprio sul vomero dove c’è la punta……sai quando spari, rincula……..e allora ho fatto un salto e sono saltato dietro il pezzo: c’era uno scudo sano, così, e uno era rotto, così, e io sono andato dietro a quello rotto, per tanto così. Se era tanto così più basso 22, mi avrebbe preso qua. E invece ha preso nello scudo ed è andato basso e mi ha ferito qua…. qua faccio sempre scaglie, guarda qua, qua, qua, vengono via ancora tutte “brodette” che vengono su di volta in volta; l’unghia, qua ero tutto mitragliato, qua. E qua una scheggia, così lunga, fatta tutta a sega con una pallottola “dun-dun” 23. Appena c’è stata l’occasione mi sono buttato indietro schiena e mi sono tirato addosso il tenente. Il tenente si chiamava Cappone. − “Cosa fai Colletto?”. - Basta. Ho detto: “Qua c’è la morte!”, Ho detto ancora: “Qua c’è la morte, signor tenente!”. Allora mi hanno trascinato giù e portato in una camera, una cameretta; eravamo dentro novanta persone, feriti, tutti feriti. C’era uno a fianco di me, poveretto, Trombetti 24, aveva una pallottola dentro qua 25. − “Ah, quanto male, Colletto, quanto male, mi tocca morire”. − “Ma no, dai, fatti coraggio, sta quieto”. Io dalla stanchezza mi sono perso via 26, capisci? E lui quando mi sono svegliato l’ho trovato morto, traverso la vita. Poveretto. Insomma, dopo, la mattina seguente vengono su i camion che portano materiali, che portano viveri, che portano tutto, i camion, ed allora portano giù i feriti. Allora mi hanno caricato assieme con un autista, in camion. Devi vedere che camion. Da là mi portano a Knin 27, dove che eravamo al comando, che là avevamo l’ospedaletto da campo 28. Insomma là mi visitano, niente. Da là mi portano a Sebenico 28. Da Sebenico, sono là, arriva anche mio cognato Nicola Madiotto… Nicola, con il povero …….non so se sia vivo o morto, Sandro Mattiuzzo, era fratello di mia cognata Maria, la madre di Nicola, di questo Mattiuzzo, perché era Mattiuzzo mia cognata, la moglie di Romano. Lui lo portava in braccio e Nicola che piangeva congelato tutti i piedi, tutti e due i piedi congelati, le prime falangi. E insomma fino a Sebenico là, in “caramuccia” 30 e dopo piangeva. Allora mi hanno preso e mi hanno portato, imbarcato per portarmi a Fiume, invece lui lo hanno imbarcato e lo hanno mandato verso la bassa, non so, in Calabria, in Sardegna. E allora quando sono a Fiume, a Fiume non c’è posto e allora mi portano ad Abbazia 31 32 . Abbazia è attaccata al mare.

La Croce al merito di guerra concessa ad Ernesto Colletto in virtù del R.D. 14.12.1942, n. 1729, per partecipazione alle operazioni durante il periodo bellico 1940-1943, con determinazione del Distretto Militare di Venezia in data 14.6.1967, n. 7866 e 7867 di concessione.

  1. La guerra contro la Jugoslavia iniziò il 6 aprile 1941 e durò soltanto undici giorni. Il 12 aprile la bandiera nazista sventolava a Belgrado e il 17 l'esercito jugoslavo firmava la capitolazione. L'11 aprile la 2ª armata italiana, al comando del generale Ambrosio, avanzò cautamente verso Lubiana. Quando vi arrivò la trovò già occupata dai tedeschi. Altre unità italiane incominciarono ad avanzare lentamente lungo la costa dalmata, muovendo da Zara verso sud e il 17 aprile entrarono a Ragusa (Dubrovnik) con le fanfare in testa ai reggimenti.
  2. Dal foglio matricolare risulta: richiamato alle armi e giunto al 34° rgt. art. “Sassari” mobilitato 25.11.1940. Sergente in detto reparto per effetto della circ. min.le n. 23009/3 del 16.6.1942 con anzianità e decorrenza assegni dal 16.1.1943.
  3. Dal foglio matricolare risulta: tale giunto in territorio dichiarato in stato di guerra 6.4.1941.
  4. In realtà era la prima guerra mondiale.
  5. Cioè l’11 aprile 1941
  6. Verso le 5 o le 6 pomeridiane.
  7. Circa due dita.
  8. Località in Comune di Portogruaro (VE).
  9. Si tratta del meolese cav. Italo Ziggiotti, ora deceduto, attivo sostenitore di attività culturali combattentistiche e d’arma.
  10. Nel senso che era fidanzato.
  11. Nel gergo militare significa togliere il basto.
  12. Circa 200 metri.
  13. Nell’intervista raccolta il 25.5.1999 dal Centro di Documentazione Storico-Etnografica “G. Pavanello” di Meolo, Ernesto Colletto ha affermato che il suo reparto affiancava il Battaglione dei Bersaglieri “Zara” e la Divisione di Fanteria “Bergamo”. In effetti il V° Corpo d’Armata (della II Armata) era costituito dalla Div. Fant. “Bergamo”, dalla Div. Fant. “Lombardia” e dalla Div. Fant. “Sassari”.
  14. Dovrebbe trattarsi di Bruvno (Croazia).
  15. In un primo momento, durante l’invasione dell’aprile 1941, i nemici erano costituiti dall’esercito Jugoslavo che venne rapidamente dissolto. In seguito si estese il fenomeno insurrezionale delle popolazioni occupate, che si organizzarono in formazioni combattenti partigiane comandate da Tito.
  16. La città di Sina (Sinj) si trova a circa 30 Km a nord-est da Spalato.
  17. L’episodio che segue si verifica durante l’operazione “Weiss” (iniziata il 20.1.1943) voluta dal comando tedesco con lo scopo di annientare la resistenza partigiana delle formazioni di Tito.
  18. Grossa canna.
  19. Con un solo colpo sono stati uccisi tutti gli addetti al 3° pezzo: capopezzo, tiratore, caricatore e porgitore.
  20. Pila a dinamo azionata manualmente.
  21. Una pallottola Dum-dum.
  22. Due dita.
  23. Dal foglio matricolare risulta: ferita da pallottola esplosiva di fucile alla coscia sinistra.
  24. Si trattava di Arturo Trombetti, un romagnolo.
  25. Sulla pancia.
  26. Addormentato.
  27. All’epoca si chiamava Tenìn: cittadina della Repubblica Croata ed ex capitale della Repubblica Serba di Kraijna, si estende in una conca alla confluenza di ampie vallate interne della Dalmazia, vicino al confine bosniaco e le grandi città costiere (Spalato da cui dista circa cento chilometri, Sebenico e Zara), nonché della capitale Zagabria.
  28. Dal foglio matricolare risulta: ricoverato al 631° ospedale da campo in seguito a ferite riportate in combattimento 21.2.1943.
  29. Dal foglio matricolare risulta: traslocato al 170° ospedale da campo in Sebenico. Traslocato all’ospedale militare “S. Demetrio” in Zara 27.2.1943.
  30. Portato in spalla.
  31. Dal foglio matricolare risulta: traslocato all’ospedale militare di Abbazia 2.3.1943.
  32. Abbazia, ovvero Opatija, cittadina costiera della Croazia situata circa 15 Km ad ovest di Fiume.

Il ritorno in Italia

Ad Abbazia, mi tengono quattro, cinque giorni e dopo fanno un treno ospedaliero e mi portano a Senigallia in provincia di Ancona 1. Là c’era un ospedale di un piano solo, fatto per i soldati. E là, mi medicavano sempre, mi medicavano sempre, mi medicavano; mi ricordo sono guarito completamente e durante il giorno, c’era una terrazza grande Allora mi portavano là, dove c’erano i feriti che venivano dalla Russia, senza le braccia, senza le gambe, poveretti, i tronchi solo là appoggiati che li mettevano al sole. E insomma un bel giorno ero completamente guarito; una bella sera, ci sono questi ufficiali dell’ospedale che dicono: − “Ragazzi, chi vuole andare…….”. Distante da qua e la cabina 2… c’era un cinema borghese, un cinema dove pagava il Governo; l’ufficiale dice: − “Chi vuole andare a vedere i nostri compagni sul Don”- i soldati che combattevano sul Don, hai capito? Andiamo dentro in questo cinema, là ascoltiamo, ridiamo, e guarda e guarda, dieci minuti, e un quarto d’ora, venti minuti, un’ora, e dopo mi vengono via le “sudarioe” 3 della morte, le “sudarioe” della morte. Allora gli dico ad un soldato: − “Chiama, chiama il tenente e digli che io ho tanto male, ho male da morire, ho male da morire”. E allora viene là e dice: − “Cos’hai Colletto?” - Anche se mi chiamavano tutti sergente, dico: − “Signor Tenente ho tanto male, ho le “sudarioe” della morte, ho freddo addosso”. Allora mi accompagnano in ospedale subito, pareva che sapessero, c’era un tenente medico, due sergenti, e un sergente maggiore, mi pare che c’era; mi hanno buttato sopra la lettiga che mi tenevano; hanno cominciato……………sarà venuto fuori un litro di porcheria, tutto “sanguosso”, tutta roba………… e parevo guarito come adesso. E dopo questo tenente va dentro alla ferita con una pinza; c’era insomma questa scheggia: l’avevo portata a casa ma non so come era sparita, questa scheggia così lunga 4 tutta contorta come una sega, parte per parte, attaccata nei nervi. Insomma, altri tre mesi per guarire. Dopo quando sono guarito, allora mi hanno dato tre mesi di convalescenza 5. Intanto la nostra divisione l’avevano passata tra Grosseto e Viterbo a “tenderghe” agli americani che non venissero su, e agli inglesi. Firenze….., da Grosseto e Viterbo ci sono montagne, tutto pianura che guardi il mare così, e là c’era la nostra divisione che doveva “tenderghe” agli inglesi e americani, che erano contrari a noialtri. Insomma quando che ho finito la convalescenza vado dai Carabinieri che mi mandano a Mestre dal Colonnello Abate e là mi dichiarano cosa e come 6. Allora il Colonnello Abate mi dice: − “Al corpo, direttamente al corpo!”. E allora dicono la divisione è rientrata in Italia, non è più in Jugoslavia, è tra Grosseto e Viterbo 7. E allora prendi il treno e cammina e cammina e quando sono arrivato a Grosseto, al bar chiedo: “Fa un piacere…….” Davanti a questa gente, anche ad ufficiali, a soldati che erano là, ma non che erano stati in guerra; insomma mi dicono: “Bisogna che vai su, su, su…….”, insomma fino a quando sarà stato quest’ora qua così 8, arrivo dov’era il nostro gruppo di artiglieria.

 

Ernesto Colletto sul posto di avvistamento. In attesa dello sbarco.

Quando mi hanno visto: − “Ah Maria, guarda il sergente Colletto, guarda il Sergente Colletto”. Gli ufficiali erano premurosi, anche loro che erano sempre stati là, erano contenti di trovarmi là. E allora mi hanno fatto fare una tenda da ufficiale. Invece di un telo messo a cavalletta, con quattro teli attorno, attorno e uno in cima, come gli ufficiali. Con tutte le mie tavole di tiro, con i miei dati, punta qua, un pezzo qua, un pezzo là, un pezzo là, un pezzo là…….. con tutti i miei dati, se caso mai gli americani o gli inglesi dovessero sbarcare, sparare, che loro andavano dove volevano, la notte. Insomma quando mi hanno dato tutto, io ero tornato il comandante della batteria mia, della 7^ batteria……….. In una batteria ci sono quattro pezzi. Quattro pezzi fanno una batteria. E quattro batterie fanno, quattro, otto, sedici pezzi, un gruppo. Il gruppo lo comanda, un maggiore. Capitano una batteria e il maggiore, o tenente colonnello, conforme. Loro andavano a casa alla sera… e poi la mattina tornavano; andavano a Grosseto o Viterbo o a Roma, anche.


Lungo la costa tirrenica in attesa dello sbarco degli alleati. Un momento di riposo.

Insomma stiamo là, non so, venti giorni, un mese, erano i primi di settembre, bisogna scappare, da là e andare a Roma. Perché a Roma avevano cominciato……., si vede che c’era il movimento che Mussolini era alle corte, e a Roma avevano cominciato a sparare fuori per i balconi. E allora parti da dove eravamo sopra la montagna; ci hanno portato alle scuole “Trento e Trieste” 9 a Roma, con i cannoni, con un pezzo, diciamo un cannoncino. Stavamo su una strada, uno in una strada qua, un altro andava in quell’altra strada, un altro in quest’altra strada, ogni via c’era un cannone, sempre per controllare questi inglesi e americani che non sbarcassero. Fino al 25 settembre. Il 25 settembre, Badoglio ha dato le dimissioni 10. È stato Badoglio che ha dato le dimissioni, non Mussolini. Mussolini doveva scappare, lui e la Petacci, la sua mantenuta, e sul Brennero lo hanno preso e lo hanno appeso e lo hanno ucciso, e lo hanno appeso lui e anche lei, la Petacci.


Ernesto Colletto (secondo da destra11).

Ernesto Colletto (primo in piedi a sinistra).

Ernesto Colletto (secondo da destra).

E allora là, subito appena Badoglio ha dato l’armistizio 12, avevamo un tenente comandante di batteria, un tenentino, un triestino, Fragiacomo si chiamava; il tenentino era bravo, e là diceva: − “Ragazzi, adunata subito”; C’era la distribuzione della roba da mangiare, a secco, i viveri a secco, gallette e scatolette, un pacchetto di gallette e una scatoletta per ciascuno, c’erano i soldi della deca, distribuita a tutti la deca. − “Buttate giù le armi là e fuori per di qua, che quando voi siete andati fuori di qua i tedeschi vengono dentro dalla parte di qua” - perché c’erano i tedeschi allora che avevano………..e allora facciamo come detto.

Il Tenente ci aveva insegnato come dovevamo fare. Passiamo davanti al Vaticano; quando siamo davanti al Vaticano e avanti, e avanti e avanti, dice: − “Cercate se potete trovare di aggiustarvi”. E allora siamo andati là, tutti andavano per conto loro; eravamo quei due o tre, da Gianotto, c’ero io, Dilegui qua da Mille Pertiche, quelli che erano dalla zona qua, eravamo sempre stati a contatto assieme, eravamo assieme. Gli altri andavano per conto loro. Allora andiamo da una famiglia che mi hanno dato un vestito, perché il suo uomo 13, il capofamiglia, faceva il cacciatore, con i pantaloni che arrivavano qua 14 con un golf, un vestito strano, ma bastava buttare via la divisa. Quando siamo arrivati sul Tevere, senti vrrrrrrrrrr……., tutti i camion dei nostri ufficiali sono andati tutti con i tedeschi, tutti con i tedeschi 15, perché loro erano corazzati, erano armati, erano attrezzati, e noi non avevamo neanche apparecchi, puoi immaginarti. E allora con tutto questo movimento, allora mi ricordo sempre, ho trovato un capitano, Polacco, era poco che era della nostra batteria, grande, magro: − “Dove andate ragazzi, state quieti, andate giù là c’è una “osterietta” lungo il Tevere”. Una osterietta, una volta facevano da mangiare, ma era come una baracchetta, poco più, era di un piano solo: − “State quieti là, state quieti là, state quieti là”. Andiamo giù, stiamo quieti, e aspetta, e aspetta, e aspetta, ogni tanto andavamo su. Una volta troviamo un altro tenente: − “Signor tenente, così, così…….” - Un’altra volta troviamo un nostro tenente; ed anche il tenente ci dice: − “State fermi, state fermi, state fermi…….” - Un’altra volta andiamo su, troviamo il tenente cappellano, Don Forestan, si chiamava: − “Signor tenente…….” − “State fermi!”. Fin che abbiamo potuto. Poi abbiamo trovato il capitano: − “Adesso …..” dice “…c’è calma, andate via, uno davanti l’altro, no attaccati, uno avanti l’altro, e vi portate, e andate fuori…..davanti al monte “Lorenzon” 16 e non fare chiasso e non fare confusione perché in cima ci sono i tedeschi con i carri armati e le autoblinde che fanno il colera” 17. E allora avanti, e piano, e piano, e piano, e piano, e avanti, e avanti, e avanti, io sempre assieme a questi tre o quattro compagni…… quelli stretti che eravamo da qua; c’erano anche quelli che andavano a Milano, a Torino, a Napoli, che erano su là, sempre. Insomma arriviamo a Orte, arriva il treno….. Siamo montati con questi qua che erano assieme a me, in cima al vagone, in cima un treno, tra un vagone e l’altro, ci sono i piatti là, due qua, due là, due per di là e due parte di là. Quei quattro, cinque, che eravamo assieme, così siamo arrivati fino a Firenze. Arriviamo a Firenze e allora prendiamo il treno per venire a Venezia. Quando siamo a Bologna, arriviamo là di notte, ci buttiamo in terra, quieti là; c’erano i nostri e i tedeschi che comandavano, perchè avevano preso il comando della stazione. E i nostri dicevano: − “State quieti là, state quieti là, che quando c’è il treno che parte e va per Venezia, vi imbarchiamo”18. E aspetta, e aspetta, e aspetta, e aspetta, e aspetta, e aspetta, arriva verso mezza notte, l’una, anche le due, non so………… − “Ragazzi è qua il treno, quelli che devono andare per Venezia: via montate subito!”. Montiamo su questo treno e avanti, sempre quieti perché i tedeschi ormai si erano impadroniti loro del coso……….. perché la liberazione è venuta il 25 di aprile del ’45. E l’armistizio era del ’43. E insomma montiamo in treno, quando siamo prima di arrivare a Venezia, a Mestre, c’è un binario………..prima ci sono i due binari normali, poi ce ne sono tre, dopo tre……quando vai su in stazione………e mi ricordo sempre, suonava l’allarme, e c’è un ferroviere che passa in bicicletta, lungo la ferrovia: − “È vero che qua a Mestre ci prendono, così, così………”, il treno aveva rallentato un po’. − “Si” ha detto “Si!”. - Da qua e là, hai visto, il treno si è fermato. In un lampo il treno era libero, libero tutto! E allora chi andava a nord, chi andava a sud, chi andava ad est, chi andava per di qua e noi ci siamo portati sotto il Terraglio 19, con questi pochi che eravamo in sette od otto. E sentivi ‘sti carri armati, autoblindo, i tedeschi che erano a Mestre che correvano lungo il Terraglio; e avanti e indietro, e avanti e indietro; noi eravamo in un fossetto, un fossetto, sarà stato due metri, tre metri di bocca, dove c’era un mulinetto, un mulinetto che faceva andare ad acqua. Di quei mulinetti che a volte andavano ad acqua o vento. C’era l’uva Clinto matura. Là quieti e aspetta, e aspetta, e aspetta, e aspetta, e aspetta, e aspetta, e aspetta, finalmente che abbiamo sentito che lungo il Terraglio si era quietato tutto. E allora pian pianino, siamo passati il Terraglio, pian piano, pian piano, siamo venuti a Gaggio . E allora io, Dilegui e Toni Corel, che Corel aveva un suo cognato qua che faceva il soldato, il Carabiniere; quando siamo a Gaggio,20 andiamo in stazione per vedere se c’era il treno per Meolo. Ha detto di sì, dice: − “Ci sono quei treni con le bandine così alte”, dice: “Vi buttate là, state con la pancia distesa”, dice: “Perché qua c’è movimento, c’è……….”. Insomma ci buttiamo quieti, quieti, quieti, quieti, quieti, con la pancia alta, tutti cinque, sei, quando siamo a Meolo, vediamo Meolo, e allora saltiamo giù. E allora siamo venuti qua. Io e Corel mi pare siamo venuti qua e Dilegui è andato fuori alle Mille Pertiche. E qua abbiamo trovata la gente che andava in cerca della roba per vestirsi, che veniva a casa dalla Jugoslavia.

  1. Dal foglio matricolare risulta: Traslocato sul treno ospedale n. 17 il 7.3.1943. Traslocato all’ospedale militare di Senigallia il 9.3.1943.
  2. Circa 200 metri.
  3. Sudori freddi.
  4. Come un dito.
  5. dal foglio matricolare risulta: dimesso dal suddetto luogo di cura inviato in licenza di convalescenza di giorni novanta 8.4.1943.
  6. Dal foglio matricolare risulta: rientrato al deposito dopo aver subito visita di controllo presso l’ospedale militare di Venezia 7.7.1943.
  7. Dal foglio matricolare risulta: tale al 34° reggimento artiglieria (Divisione Fanteria) “Sassari” – mobilitato 9.7.1943.
  8. Verso le 5 o le 6 pomeridiane.
  9. Le scuole “Trento e Trieste” si trovano tutt’ora a Roma in via dei Giubbonari.
  10. In realtà Badoglio rassegna le dimissioni il 4 giugno 1944 dopo che gli alleati entrano a Roma. La data a cui fare riferimento è invece quella dell’8 settembre 1943 quando il Maresciallo Badoglio, rendendo noto il contenuto dell’Armistizio, dichiarava che le ostilità tra le forze armate italiane e quelle degli alleati anglo-americani erano definitivamente cessate. Il giorno 25 forse si riferisce al precedente mese di luglio quando Mussolini fu destituito.
  11. Le foto meritano un analisi approfondita perché dimostrano che Ernesto Colletto si trovava a Roma. Infatti la tenuta di alcuni soldati ripresi (in canottiera) induce a ritenere che le foto siano state scattate negli alloggiamenti cioè le scuole “Trento e Trieste”. Nella prima foto, particolare molto importante, si notino le due piccole sagome scure sopra del terzo e quarto soldato da sinistra che corrispondono alle statue bronzee collocate sulla sommità del Vittoriano (Monumento a Vittorio Emanuele II). Alla destra della linea che congiunge idealmente queste due località, si trova la cupola della chiesa barocca di “San Carlo ai Catinari” in piazza B. Cairoli che corrisponde a quella visibile sullo sfondo delle foto.
  12. Dal foglio matricolare risulta: sbandatosi in seguito agli eventi sopravvenuti all’armistizio 8.9.1943.
  13. Marito.
  14. Dal ginocchio.
  15. I tedeschi hanno iniziato ad abbandonare Roma dal 1° giugno 1944.
  16. Si tratta evidentemente di un errore perché questo monte (o colle) non esiste: potrebbe trattarsi di Monte Mario situato poco lontano dal Tevere in direzione Nord.
  17. L’intero discorso del capitano è bisbigliato dal narratore.
  18. L’intero discorso dei “nostri” è bisbigliato dal narratore.
  19. Si tratta di un’ampia strada statale (n. 13) che congiunge Mestre con Treviso fiancheggiata da filari di platani secolari e da profondi fossati.
  20. Località in comune di Marcon (Ve), dove si trova una stazione lungo la tratta ferroviaria Venezia-Trieste.

A casa

Cominciamo ad ambientarci a casa, si presentavano sempre i tedeschi e i fascisti per le case. Lo zio Vittorio era esonerato perché era capo famiglia. Emilio era in prigionia. Marcello non faceva neanche il soldato era……… non so, non ha neanche fatto il soldato, e Gino gli è toccato farsi la cosa1 ……… anche lui a Noventa.
Quella volta che hanno bombardato l’ospedale di San Donà noi eravamo in mezzo al Piave che venivamo da San Donà. Io, Mario, Gino, Romano Soccoler 2, Lello Fava, tutti i nostri, della nostra amministrazione qua. E insomma quando hanno cominciato a sparare eravamo in barca, puoi immaginarti. Lello Fava con gli zoccoli e la mula. E insomma siamo passati dalla parte di qua. E siamo venuti a casa. Tiravano giù tutti gli alberi. Là, sul nostro passaggio, non dalla parte della cabina, ma dalla parte di là 3, c’erano due platani così alti, 50 metri. E taglia e porta sul Piave. Taglia e porta sul Piave. Qua c’era una boschetta di olmi che era tutta roba che era uno spettacolo. Tutta la campagna piena di olmi e acacie, taglia e porta sul Piave. Con le mucche, con i buoi. Perché i tedeschi volevano fortificarsi, i fascisti fortificare il Piave, ancora come la guerra del 15-18 perché loro avevano ancora la speranza di andare avanti con la guerra, i tedeschi. E allora, e avanti, e avanti, e avanti, e avanti, quella tavola che c’è in cucina, quella viene……. Quando sei a Silea nel capitello in mezzo alla strada, là c’era un boschetto, c’era la villa del Gobbo Selvatico. È un platano che viene dalla villa del Gobbo Selvatico. E lo ha portato a casa mio cugino Toni Mazzon, che aveva sposato la Emilia mia cugina, Colletto; con le vacche, da laggiù e doveva andare sul Piave. Quando siamo stati qua, io avevo il cartellino, perché ti facevano il cartellino con scritto quello che dovevi consegnare; quando che è stato qua davanti casa gli ho detto: − “Toni, portalo dentro che a casa ce n’è un altro pezzo”; - basta il numero, il grande, il grosso o il piccolo è indifferente 4.‘Sto bel platano. E allora lo abbiamo preso e portato e nascosto sotto la “tieda” 5 e buttato su l’altro. Siamo andati lè e abbiamo consegnato, e tutto a posto.

La casa della famiglia Colletto in via A. Diaz a Meolo.

Intanto che facevamo questi mestieri qua, c’era Romeo Celussi, un fascista sfegatato: c’erano i partigiani che lo tendevano dappertutto. Erminio Zanin……è ancora vivo? E “Turma” lui, comandava, era come un generale, era il comandante di tutti i partigiani. E da Rocco 6…………e ‘sto Romeo, che lui è fascista, gli diceva sempre che lui chiamava “La Forte”, faceva venire giù i fascisti da San Donà, da qua, da là. Ma è sparito, non l’hai più visto. Dopo, Gino, ……..che aveva studiato prete, ……..Benvenuti, lo hanno ucciso sotto i portici 7, che scappava per andare a casa. Alfredo Longhetto, suo figlio di “Bicio”, lo hanno ucciso………, era andato per portare via armi dai tedeschi.
Fin che sono venuti i partigiani, che hanno liberato; dopo la liberazione i partigiani erano al potere. E prendevano, prova a domandare a Rocco, mi rispondeva sempre, Beppi Rocco è morto poveretto adesso. Quando stavano loro là che adesso hanno spianato, dove c’è il capitello qua……”Delle Prese” 8 , che li prendevano e li tiravano su e giù, su e giù, con le corde per la casa 9. Fino al 25 aprile del ’45 quando c’è stata la liberazione. Era là, parla con……., mi pareva fosse morto invece dicono sia vivo……“Turma”. Gli hanno cambiato il nome: “Turma”. Lui, e poi ce n’erano degli altri, qua a Meolo; dopo non mi ricordo più, anche Enzo Pravato; ha fatto il partigiano anche lui…………..che ha sposato la Zorzi……..Luigi Mestriner, ha fatto il partigiano anche lui; ce ne sono tanti che hanno fatto i partigiani. Chi ha fatto il partigiano, ha fatto il partigiano, e faceva da soldato sotto le armi anche lo stesso. Avevi le armi di guerra. Puoi immaginarti. La guerra era uguale ad adesso. Quando è finita la guerra, non è finita la guerra. Dopo c’è sempre quello che vuole continuare a fare il partigiano.

  1. Probabilmente Ernesto Colletto si riferisce al cartellino della TODT. Si tratta di una organizzazione tedesca che si occupava dello sfruttamento di risorse materiali e umane: a milioni di individui rastrellati nell’Europa occupata fu imposto il lavoro coatto con lo scopo di reperire manodopera per le industrie belliche e per le ditte impegnate nei programmi di edilizia militare.
  2. Soccoler è il soprannome della famiglia Rossi.
  3. Si tratta di una stradina sterrata per l’accesso principale da via A. Diaz alla vecchia abitazione del narratore. C’è anche un accesso laterale da via Strada Vecchia Comunale, in principio della quale si trova la cabina dell’Enel.
  4. Evidentemente all’atto della consegna dei tronchi alla destinazione finale lungo il Piave, ne veniva verificato solo il numero rispetto a quelli registrati sul cartellino, quindi non la qualità, pertanto l’eventuale sostituzione di un albero lungo il percorso non veniva rilevata.
  5. Fienile.
  6. Si tratta di una casa colonica, ora demolita, situata a Meolo in località “Le Prese” lungo il fiume Meolo, a confine con il Comune di Monastier ed in prossimità di un capitello dedicato alla Madonna, dove attualmente sorge una zona industriale.
  7. In piazza E. Muti, ora piazza Martiri della Libertà a Meolo.
  8. Di seguito si riporta un capoverso tratto dal libro “I Giorni di Caino” di Antonio Serena, 1990 Panda Edizioni. Pagg. 398 e 399. GLI IMPICCATI DI MEOLO In uno degli ultimi giorni di maggio dei 1945, un contadino di Prese di Vallio di Roncade intento a rincalzare le piante di granoturco nel podere di Toso Paolina, in via Ca’Pesaro, scopre casualmente alcuni resti umani affioranti dal terreno. Inizia allora a scavare, portando alla luce i corpi di cinque persone. Avvertite le autorità, si procede al riconoscimento delle salme. I cinque vengono identificati per i militi: Montagner Luigi (anni 21), nato a Musile di Piave (VE), agricoltore; Marcuzzo Bruno (anni 20), nato a Zenson di Piave (TV), operaio; Antoniazzi Arturo (anni 32), nato a Musile di Piave, agricoltore; Farinello Giuseppe (anni 22), nato a Marcon (VE), mezzadro; Celussi Esterino (anni 21), nato a Meolo, autista [registro dei morti del Comune di Roncade – anno 1945, parte II, serie B, test. R.B. e R.G.]. Indagini successive porteranno a scoprire che Celussi, Montagner e Farinello, militi, al pari degli altri uccisi, della G.N.R. di San Donà di Piave, si erano avventurati nella zona di Meolo il 20 aprile 1945 alla ricerca di viveri per il reparto ed erano stati catturati dai partigiani di "Falco" - il boia della cartiera di Mignagola - che avevano provveduto alla loro eliminazione. Il giorno successivo, non vedendoli rientrare, altri due militi - l'Antoniazzi e il Marcuzzo - si erano messi sulle loro tracce, ma giunti a Meolo, avevano subìto identica sorte. Tutti i militi erano stati eliminati nella casa di Vidotto Augusto, sita al confine dei comuni di Meolo e Roncade - dove i partigiani avevano una loro base - e successivamente sepolti nel terreno della Toso, a Roncade. Verrà pure accertato che le vittime, prima di venire sepolte, erano state depredate dei vestiti e di ogni altro avere (deposizione Celassi Giosuè del 20.8.1945 – all. fascicolo proc. 487/45, test. A.A. R.B. e R.G.). Intanto - siamo al 22 aprile, due giorni dopo l'eccidio - un'auto "Balilla" con a bordo sei persone parte da San Donà alla volta di Meolo alla ricerca degli scomparsi, che si presume siano stati catturati dai partigiani. Dei sei, quattro sono militi fascisti, gli altri due partigiani, offertisi per testimoniare, in caso di bisogno, sulle personalità dei sequestrati che - eccezion fatta per l'Antoniazzi - si erano arruolati solo da qualche mese nella GNR per evitare di essere mandati in Germania (test. A.A., M.A.). Giunti verso le 10.00 in via Cà Corner di Meolo, i componenti l'eterogeneo gruppetto vengono però catturati, portati nella casa di Rocco Arcangelo e la sera, verso le 22.00, spietatamente impiccati, uno alla volta, nella stalla, fra urla strazianti ed implorazioni di pietà (test. R.B., R.G.). Questi i nomi dei trucidati, anch'essi esumati una quarantina di giorni dopo l'eccidio, alla presenza di un medico legale, di un sacerdote e dei familiari (Giorgio Pisanò: Storia della guerra civile in Italia, vol. I°, pag. 466): Quagliati Giovanni (anni 24), nato a S. Donà di Piave (VE), impiegato; Biancotto Primo (anni 23), nato a San Donà di Piave, bracciante, partigiano; Zanutto Verrino (anni 30), nato a San Donà di Piave, agg. meccanico, partigiano; Tamai Attilio (anni 29), nato a San Donà di Piave, meccanico; Montagner Odo (anni 22), nato a Musile di Piave (VE), bracciante; Baron Gino (anni 30), nato a Musile di Piave, bracciante; Giunti Giovanni (anni 22), nato a S. Agata di Esarò (CS), coltivatore (registro dei morti del Comune di Meolo; test. A.Q.). Il settimo impiccato - Giunti - seppellito con gli altri, era stato soppresso due giorni prima. Sfollato a Monastier di Treviso, era stato catturato il giorno 20, al mattino, mentre si recava dalla fidanzata e ucciso la sera verso le 23.00, con l'accusa di rito di essere una “spia dei fascisti" (test. R.B., R.G.). Consumato l'eccidio, i partigiani avevano costretto il proprietario di casa, i suoi figli Bruno e Giovanni ed il loro cugino Mario, a trasportare i morti in un campo con una carriola e a seppellirli. Lo choc per quanto avevano visto e subìto fu tale che Arcangelo Rocco, in seguito, dette segni di squilibrio mentale (test. R.B., R.G.). In quei giorni sembra fossero presenti a Meolo una ventina di partigiani, fra i quali: Voltarello Severino ("Lidia"), Pianon Ugo ("Maria"), Pasqualotto Gino ("Laura"), Lorenzon Giovanni ("Lea") - tutti della banda di Maschio Dionisio ("Piton") - e Chiarin Enrico ("Barba") della banda di Pastrello Sebastiano ("Russo" o "Biscotto”). C'erano inoltre: Dozzo Giuseppe, Buranel Mario, Graziani Bruno (Test. R.B., R.G.). È dato per scontato che, almeno qualcuno di loro, fosse a conoscenza dei particolari anche del primo eccidio, quello dei 20 aprile. Il gruppetto restò infatti acquartierato in casa Rocco per quattro o cinque giorni durante i quali, tra l'altro, si fecero sfamare dai padroni, necessariamente consenzienti. Testimoni oculari riferiscono che, durante la loro permanenza nella casa, il gruppetto aveva nascosto nel fienile una sacca fatta di cartocci di granoturco contenente un'ingente somma (Test. R.B., R.G.). Non è escluso che il danaro provenisse dalla rapina alla Cassa di Risparmio di Roncade, effettuata dai partigiani nell'inverno dei 1944 (Test. C.M.).
  9. Impiccagioni.

Ringraziamenti

Nella stesura di questo libro ho avuto la fortuna di poter contare sulla preziosa e competente collaborazione del prof. Francesco Carrer che ringrazio per la pazienza e disponibilità. Un ringraziamento affettuoso a mia zia Lena, a mio cugino Davide e a tutta la famiglia di Bruno Colletto, ove risiede mio nonno, che hanno raccolto e preparato il materiale fotografico e documentale. Il ringraziamento fondamentale va invece a mio nonno Ernesto, non solo e non tanto per i suoi racconti, quanto per l’esempio, il sacrificio e per tutto ciò che ha generosamente offerto alla patria e a noi posteri. A tutti loro va il mio grazie. Roberto Colletto robertocolletto©libero.it

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